mercoledì 14 gennaio 2015

NOTIZIE DALL'ARCHIVIO / 6: CLASSE II MEDIA: VIAGGIO NEL TESSUTO PROTOINDUSTRIALE DELLA SPILAMBERTO DI BIANCA RANGONI



Prima puntata: lo stemma ritrovato

Il ricco materiale attinto dall’archivio storico di Spilamberto sforna storie, spigolature, curiosi collegamenti con il presente e tiene avvinti per due ore, a bocca aperta, gli alunni della seconda classe.
Oggi viaggiamo nel primo ‘600; il nostro paese precorre la rivoluzione industriale e ... “la colpevole” è Lei, la marchesa Bianca Rangoni.
Certamente Spilamberto ci ha messo del suo: da sempre si distingue per una grande ricchezza d’acqua, non solo per il Panaro che lo lambisce, ma anche per i vari canali che lo percorrono e che con la loro acqua danno vitalità a mulini ed opifici.
I folloni della cartiera, voluta dalla “Signora”, muovendosi ritmicamente pestavano stracci, messi preventivamente a macerare, che poi in fogli collati con resina si trasformavano in carta. Carta sì, non anonima, ma con lo stemma Rangoni nella filigrana. Ecco, che il ricordo di Bianca e del suo Casato rimarrà per sempre, anche nelle carte dell’Archivio della sua Spilamberto, che ha sempre privilegiato nei confronti degli altri territori che governava.

giovedì 8 gennaio 2015

CARAMELLE DALL'ARCHIVIO / 6: UN "CIGNO NERO" DAL '500


Sono ormai sei anni che sentiamo nei media e ritroviamo nelle nostre esistenze la presenza di questa parola. Si abbattono su di noi cifre continue su disoccupazione, chiusura di fabbriche e negozi, fallimenti, suicidi, tagli alla spesa e ai servizi e così via. Si dice che tutto sia partito da una crisi finanziaria: i cosiddetti derivati.
Una congiuntura terribilmente sfavorevole si verificò anche a Spilamberto alla fine del ‘500, proprio quando il commissario Armati vi giunse e inviò la lettera da noi riportata in una “Caramella” precedente. Si tratta di una tragica situazione che si trascinò vari decenni e caratterizzò l’intera l’Europa mediterranea. Tra le cause si evidenziano il clima sfavorevole della primavera e dell’inverno 1590, e la conseguente carestia che colpì un mondo in cui la produzione agricola era già poco fiorente. Ricordiamo come il Manzoni ci descrive nel “Romanzo” la carestia del 1628 attraverso gli occhi di fra Cristoforo:
« [...] Alcuni (contadini) andavano gettando le semente, con risparmio, e a malincuore, come chi arrischia cosa che troppo gli preme […]. La fanciulla scarna, tenendo per la corda al pascolo la vaccherella magra stecchita, guardava innanzi e si chinava in fretta, a rubarle, per cibo della famiglia, qualche erba […] ».

La scena colpisce emotivamente, ma sembra quasi idillica rispetto alle condizioni di Spilamberto come sono state ricostruite da Criseide Sassatelli nel libro “Che ogn’un si guardi”, consultando documenti di archivi modenesi e spilambertesi. Ecco le sue parole:

« […] i banditi spadroneggiavano impunemente. Le leggi non venivano osservate e non vi era forza umana o autorità giuridica che potesse farle rispettare. Si moriva perché aggrediti. La paura dei delinquenti era costante. E chi veniva ucciso non sempre poteva ottenere una sepoltura cristiana, poiché era anche molto pericoloso “levare” il corpo dal luogo del delitto: si trattava comunque di una precauzione necessaria per far sì che “gli cani non lo mangiassero [...]. Molte persone morivano di stenti e si cibavano di pane prodotto con farine derivate dalla macinazione o dei vinaccioli o delle bacche della rosa canina, “le pertelenghe”, e perfino dei gusci delle noci; mangiavano “qualsiasi” tipo di erbe; si nutrivano di sangue, di polmoni e di interiora di animali [...] ».

Per tutto questo il Parroco della chiesa di Sant’Adriano, Don Giulio Becetti, si rivolse al Duca a Ferrara per chiedere aiuto. Nella sua lettera del 1591 si dispera « per l’impossibilità di soccorrere i “corpi” e le “anime” degli abitanti di Spilamberto. Nelle già modeste abitazioni non vi erano più nemmeno miseri arredi e rozzi utensili; mancavano gli strumenti per coltivare campi ed orti: ogni oggetto era stato impegnato al Banco degli ebrei. I contadini che non morivano vagavano disperati, abbandonando i terreni che non avevano potuto seminare, sia per mancanza di sementi sia per la loro debilitazione fisica, “non avevano fiato”. Altri, che invece in autunno avevano tentato disperatamente di assicurarsi un raccolto, seppur scarso, si rassegnavano ad allontanarsi [...] . La già elevata mortalità era destinata ad aumentare; le persone moribonde si accasciavano nelle strade e nelle piazze, e vi era la certezza che, se non fossero giunti al più presto aiuti, il paese si sarebbe totalmente spopolato [...] ».

Concludiamo ora, definendo, con fine scaramantico, la situazione descritta dal documento un “cigno nero”, in quanto evento inaspettato e di forte impatto, sperando non possa ripresentarsi tale e quale come conseguenza della crisi di oggi!

lunedì 5 gennaio 2015

NOTIZIE DALL'ARCHIVIO / 5: CLASSE SECONDA MEDIA: CAMMINANDO SOPRA LE ACQUE DEGLI ANTICHI CANALI

Imprigionata in una fastidiosa nebbia, l’aria è fredda ... presagio di neve.
Usciamo dall’aula scolastica per seguire chi non c’è più. Il paese, un tempo solcato da diversi canali e da numerose “canalette di scolo”, le cosiddette maleodoranti “canole”, ora rivela corsi d’acqua soltanto fuori dall’abitato. La ricerca diventa, quindi, una caccia a griglie e bocchette; un percorso però certificato da documenti, mappe, fotografie, oltre che dalla memoria di chi ha visto questi canali e ne ha sentito il mormorio.
Si parte dal vecchio mulino di cui rimane l’impronta della ruota e le macine (ubicazione: incontro tra viale Rimembranze e via F. Roncati). C’è un’aria festaiola: è l’ultimo giorno di lezione prima delle vacanze natalizie, ce lo dice l’allegro brusio dei ragazzi.
Il Canale Diamante costeggia la casa sede dell’antica Concia (risalente alla fine del secolo XVI/ inizio XVII; fig. 1-2); all’incrocio con via Pace, nelle parole e nei ricordi della guida, si rivede il ponte sul detto canale (fig. 3)




 





“Camminando sopra il Diamante” raggiungiamo una squallida e bassa costruzione (in via del Carmine), ora magazzino. Un tempo, riparate da una tettoia, c’erano le vasche dove le donne lavavano i panni: il lavatoio alimentato dal Diamante rinasce nelle nostre menti e percepiamo il piacevole chiacchiericcio di chi insaponava e risciacquava la biancheria.
Oltrepassiamo il sagrato della chiesa del Carmine e risaliamo il canale verso S. Pellegrino, percorrendo il vialetto pedonale che attraversa il Villaggio Resistenza. Ci sorprende un tratto in cui, quasi miracolosamente, il Canale appare scoperto; ci voleva, altrimenti i ragazzi potevano pensare a un fantasma!
Dopo il supermercato Coop, è quasi da bocca aperta l’incontro con il Canale San Pietro, a cui il Diamante si affianca, derivando la propria acqua direttamente dal Panaro (fig. 4-5)







Ritorniamo un po’ indietro e, ormai abbiamo fatto allenamento, rivediamo il luogo dove sorgeva l’antico “Follo della carta”, la cartiera voluta dalla marchesa Bianca Rangoni tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento (fig. 6).



 

Al ritorno seguiamo il “Canalino castellano” che, questo sì, si dirama dal San Pietro, entra sempre sottotraccia in Spilamberto costeggiando inizialmente via San Pellegrino (fig. 7), successivamente via Matteotti. Un tempo le sue acque limpide erano meta delle lavandaie che vi affondavano i panni nel caldo dell’estate e nel gelo dell’inverno.



Ormai siamo dentro il Castello.
I ragazzi sanno bene che a Spilamberto il Castello non è quella costruzione che hanno visto nei film di Disney, ma l’abitato un tempo cinto dalle mura.
Seguiamo ancora il corso del Canalino all’interno di un piccolo cortile che accende i ricordi della guida: un pozzo in cui un secchio pescava l’acqua, la piccola vasca trasformata in lavatoio, il balconcino del pranzo a mezzogiorno... non ci manca nemmeno l’odore sgradevole delle “canole”, tanto vero che i ragazzi credono di percepirlo ancora.
Ecco il bar “Zucchero Filato” che ci ricorda che siamo nell’antica Filanda, voluta da Bianca Rangoni (impiantata nel 1610), e la foto all’interno ci avvicina alle vecchie operaie con il burbero sorvegliante (fig. 8).



I canali ci hanno condotto alla scoperta dei tre opifici che la “Marchesa di Spilamberto” aveva fatto costruire tra Cinquecento e Seicento, con l’intenzione di risollevarne le esauste condizioni economiche in cui si trovava il suo Castello.
A questo punto i ragazzi chiedono insistentemente l’ora, non vogliono rientrare in aula prima del termine delle lezioni... rimediamo intervenendo in loro soccorso mostrando le vecchie mura attualmente in restauro... ma ormai la mattinata è alla conclusione, e .... la missione compiuta!

(Fotografie da raccolta privata e Archivio Biblioteca comunale di Spilamberto)

martedì 30 dicembre 2014

CARAMELLE DALL'ARCHIVIO / 5: UNA NOTIZIA ELETTRIZZANTE


In una sera di questo dicembre ci incamminiamo lungo via S. Adriano: ci accoglie il dialogo delle luci bianche e gialle dagli edifici.

Svoltiamo verso Piazzale Rangoni e ci troviamo immersi nella cascata di neve luminosa dell’albero che fa la guardia alla Rocca. Fiancheggiati dalle luci lungo via S. Giovanni, nello spiazzo di fronte al Circolo Paradosso, ci saluta un altro scintillante piccolo albero.

Sì, è proprio Natale: il clima festivo è in quelle luci.

Ma quando è arrivata l’elettricità a Spilamberto?

... Il sole illuminava nella fredda giornata l’abbondante neve caduta il giorno prima, appoggiata alle case. Si sentiva nell’aria l’attesa per una grande novità. Giunta la sera, la gente, già per tempo, si accalcava alla porta del Teatro di Spilamberto: era in programma una delle tante recite della Società Filodrammatica locale. Le voci si rincorrevano mentre le persone entravano nella sala.
Era la notte di Capodanno del 1899 e non si attendeva solamente la fine dell’anno. Un grande applauso scoppiò quando arrivò LEI!: la luce elettrica. Certamente questo battito di mani fu il più fragoroso di tutti, poiché rivolto alla tenue luce che illuminò il teatro.

Si può dire che Spilamberto era ormai parte del progresso!

domenica 28 dicembre 2014

WIKI... NASCO / 1

Oggi, su suggerimento di un nostro socio, abbiamo creato in Wikipedia una pagina dedicata allo spilambertese Giuseppe Obici:

https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Obici

Chiunque voglia suggerire integrazioni "spilambertesi" all'enciclopedia on-line più vasta del mondo è invitato a farlo scrivendo qui o al nostro indirizzo mail nascoaspilamberto@gmail.com

mercoledì 24 dicembre 2014

NOTIZIE DALL'ARCHIVIO / 4: TRA TORRI E RICORDI

 




















È giorno di mercato.
Lo attraversiamo indenni, guidati da tre ragazzi che puntano con decisione verso la Rocca. Il “Cortile d’onore”, tronfio nel suo restauro, assiste alla nostra lotta eroica per collocare nella pianta del 1911 il segnale degli scavi, ora ricoperti, che hanno messo in luce le fondamenta della prima torre. La caccia ai merli, nella parte posteriore della Rocca, non riguarda quei “neri cantanti” che solitamente ci parlano dai tetti e dalle piante: I merli che i ragazzi cercano, e individuano, sono quelli ghibellini a coda di rondine che, incastrati nel muro, segnalano la seconda sopraelevazione della Rocca.
Riaccende la curiosità la stranezza dei due ponti levatoi davanti e dietro l’antico edificio; poi riparte la ricerca, e ... il mozzicone del muro di cinta è trovato in un baleno in via Savani.
Si riparte; l’oggetto della ricerca è la torretta di guardia, ultima superstite delle quattro poste agli angoli del castello. Ad essa ci porta il muro in via Piccioli coperto di impalcature. Sotto, quasi nascosta dai teli, troviamo la porticina che va al terrapieno dove un tempo, d’estate, sotto le acacie, si giocava a scivolare rompendo i vestiti, dimentichi delle inevitabili sgridate della mamma. Un operaio addetto al restauro del muro attira le domande dei ragazzi: si procede un metro quadrato al giorno con duro lavoro e, se il tempo lo permetterà, il muro sarà a nuovo a febbraio.
... e poi, via Vischi... la “palla beis” delle amiche di un tempo, Monica, Marina, Anna ... Flavio c’era? no, era troppo piccolo... la Nòcia dal sanguátli... via Sant’Adriano ... la panca dal vágg, che deve esserci, certo!, ancora da qualche parte, come quei ricordi che non si vogliono abbandonare ... sì, ecco, la finestra della casa d’angolo da dove qualcuno vide i pompieri che recuperavano il corpo del ragazzo finito tra i ghiacci della “fossa”, dietro alla “Montagnina”, dove si giocava a scivolare! Ora è pavimentata, noi ci possiamo camminare sicuri.
Il nostro presente passato si intreccia con l’antico.
... ancora passi svelti, ci allontaniamo. La triangolazione visiva dal lato sud ovest della vecchia cinta muraria, in viale Rimembranze, permette di ipotizzare la collocazione di un’altra torretta che non c’è più.
E poi il racconto della torricella “Cà Matta”, deposito delle polveri piriche, quella di Campiglio e di Castelvetro, ah, dimenticavo! quella di San Vito! ... le torrette, sì, protagoniste importanti di questa uscita.
Ed ecco il Torrione, davanti a noi, ci dice che siamo arrivati alla fine del percorso ... svelti, la campanella sta per suonare! Le lezioni anche oggi sono finite. A casa!

martedì 23 dicembre 2014

NOTIZIE DALL'ARCHIVIO / 3: A SCUOLA - I RAGAZZI NEL PASSATO PRESENTE

È stupefacente la naturalezza con cui i ragazzi si muovono nel passato presente e come si appassionano ai primi passi della ricerca storica. Vediamo se due esempi riescono a rendere il clima.

Sulla pianta del centro storico di Spilamberto, proiettata sulla lavagna luminosa dell’aula scolastica, si cercano gli edifici storici, ma i ragazzi segnano anche le loro abitazioni, quelle dei parenti e il “negozio del nonno”. Naturalmente tutto viene poi individuato nell’occasione dell’uscita, cartina alla mano. Quando il percorso giunge in via S. Maria, per svoltare poi in via Vischi fino a Viale Rimembranze, due parole ci fermano davanti all’ospedale e a S. Maria degli Angeli. Ma prima di arrivare a quella che un tempo era la “Conceria” (abitazione dello scomparso dottor Selleri) lungo il vecchio percorso del Canale Diamante, ora ricoperto, una ragazza ci obbliga ad una fermata. Tutta la classe saluta e accarezza Bea, l’enorme cane nero che difende il cortile della casa dell’alunna, tutta fiera dell’attenzione. E il salto temporale avviene con naturalezza, non si avverte: è tutto presente, anche le storiche costruzioni cariche di anni.

Di nuovo in aula, stavolta si tratta di una classe prima; tutti lì a cercare sulla pianta del paese (proiettata, anche in questo caso, sulla lavagna luminosa), l’ultima torretta superstite delle antiche mura del Castello; la ricerca avviene dopo una animata discussione sulla differenza fra i termini: “castello” e “rocca”.

Un ragazzo si arrovella e lo dice esplicitamente. La bacchetta passa di mano in mano a chi tenta di individuarla sulla mappa, ma la torretta ... non si scova, se non dopo vari fallimenti.

C’è da credere che sarà grande la motivazione che guiderà i ragazzi quando la si cercherà nella realtà.

Arrivederci alla prossima uscita!