giovedì 16 marzo 2017

PAGINE DI DIARIO / 16

Da “Ricordi di una ragazzina”, di Liliana Malferrari (stampato nel dicembre del 2015).



(Villa Rangoni e il laghetto, a forma di cuore, che Liliana cita nel suo “Diario” – Foto: raccolta privata –)


Parte terza

[...] Torniamo al periodo della guerra, perché anche questa non la dimenticherò mai.
Le bombe, la paura e la fame non si possono di certo dimenticare.
I primi tedeschi che vennero a Spilamberto occuparono Villa Rangoni e prelevarono mia madre e altre sue tre amiche dalla SIPE. Le mandarono a lavorare da loro, mantenendo gli orari che facevano alla SIPE. Quando smontavano dal lavoro, uscivano dalla Rocca Rangoni e venivano controllate da delle sentinelle che verificavano che non portassero fuori nulla.
Mia madre lavorava in cucina e qualcosa riusciva a mangiare, ma il problema eravamo io e mio fratello. Trovò comunque il modo per riuscire a portare fuori qualcosa anche per noi: visto che facevano tanto caffé e i fondi venivano buttati via, chiese al cuoco se li poteva portare a casa per fare un po’ di caffé anche per noi. E così prese un pentolino di smalto blu con un manico di ferro e cosa fece, rischiando tanto? Sul fondo metteva uno strato spesso due dita di zucchero e lo ricopriva con un po’ di fondi di caffé, passando al controllo, e con quello ci nutrivamo un po’ anche noi. Ecco perché forse mi piace tanto il caffé!
I primi tedeschi erano molto umani. Una volta mia madre ci portò a casa dei dolcetti che le avevano dato per noi bimbi. A quell’epoca la Villa Rangoni era molto bella ed era circondata da un bellissimo parco dove c’era un laghetto a forma di cuore. Nella Villa c’era una bellissima serra e c’era anche un campo da tennis che loro usavano per tenerci animali (oche e maiali). La muraglia vicino al campo confinava con via Savani. Mia madre, prima di terminare il lavoro, portava da mangiare gli avanzi della mensa a questi animali. Quando un tedesco andava in licenza, portava gli avanzi a casa. Arrivati verso le feste natalizie, mia madre e le sue tre amiche (Bruna, Alberta e un’altra Bruna), si presero un rischio enorme… ci pensarono tanto perché ciò che volevano fare era molto pericoloso, ma qualcosa si doveva pur mangiare. Pensarono di rubare un’oca! Impresa pericolosissima. Presero un sacco di iuta, infilarono dentro l’oca, legarono il sacco e lo buttarono oltre il muro di cinta. Dall’altra parte del muro c’erano altre due amiche che lo portarono a casa. Se i tedeschi se ne fossero accorti le avrebbero uccise. E così, in una sera freddissima, spellarono l’oca, la tagliarono in quattro parti e fu un Natale bellissimo! Però la paura che anche dopo venissero scoperte era tanta, ma fortunatamente andò tutto bene.
Quando la fame era fortissima, con una scusa si cercava di andare da mia madre e lì i tedeschi ci facevano mangiare qualcosa. Si parlava dei primi tedeschi, ma poi arrivarono anche quelli delle SS che fecero tornare mia madre e le sue amiche alla SIPE, visto che non erano mai state di fatto licenziate. Anche alla SIPE, però, non era sicuro stare perché fabbricavano munizioni.
Mi ricordo che una notte un mio zio contadino, di nascosto – perché allora c’era il coprifuoco – ci portò un sacchetto di frumento, però non potevamo andare a macinarlo perché per noi era proibito. Così, un po’ per sera, con un macinino da caffé si macinava il frumento. Poi mia madre ci faceva un gnocchino e lo cuoceva su una stufina di ghisa a due buchi e quella era la nostra cena. In quella stufina ci bruciavamo un po’ di tutto. Si bagnava della carta, si facevano delle palle, poi le facevi asciugare e si faceva fuoco con quelle. Bruciavamo anche qualche stecco che cercavamo nei campi e poi c’erano delle mattonelle fatte con un composto di vinacce, ma queste potevi comprarle solo se avevi i soldi.
Per far luce avevamo una lampada che si chiamava centilena. Funzionava a carburo, che era un composto che faceva una gran puzza. Una sera scoppiò, ma noi non ci facemmo nulla. [...]

mercoledì 8 marzo 2017

CAPRICCI DIALETTALI / 7: CAL PÈPA



Qualche settimana fa abbiamo letto la narrazione della morte di Sant’Adriano fornita da un testimone d’eccezione, il Magalasso. Ma non è tutto: nei suoi versi dialettali, Giordano Cantergiani ci ha anche voluto fornire la versione dell’accaduto narrata in prima persona dal Papa…


Zirudèla ed Pepa e Sant
a vanzaram a baca averta tot quant.

A soun chè davanti a un oss
quesi quesi adesa a boss.
Am guerd intoren an ghè nisun
a  guerd in fin, là a ghè un
nebia, nòvel, n’aria strana
a vad un coun na gabana
megher, elt, berba bianca
cev in man, aria stanca.
Mo chi el, al srà San Peder,
a degh tra me e am mat a seder.
Sa me suces a steva bein
tot a un trat a me gnu al fiadein
a-i-era in mez a tanta zeint
e an m’arcord piò un azideint.

Ma te mort, sa tè d’avis
te davanti al Paradis.
Bein chi et, s-an t-in despies
che et vin chè so ai prem dal mes?

A soun Adrian prem o terz
a soun al Pepa, menga un scherz,
sedet mò c-at count na partida
sucesa a mè, cosa inaudida.
A steva andand da Carlo al Gros
c-le un tip un poc ghignos
sé l’ imperator, cal tedescoun
che, ogni tant, al fa al furboun.

A gnam zò da l’apenein
coun car, pegher e pelegrein
arivam in na barleda
e lè, edco a la streda,                                                                                                                            
as fermam coun al corteo
a l’ostel ed San Bartolomeo.
A sam lè in dl’era
coun la bragia tota pera
a vin zò dal me caval
e subet a taca al bal
tant pigameit ed scheina e besaman,
tot i coren, anch da luntan
a souna el campan, le mezdè.
Forse a magnam chè.

Santite, a dis al Prior,
sa parmiti a vren l’unor,
ed fer quel da mander zò
a parciam sata al bersò.

A soun lè tot bel beat
coun davanti un bel piat
ed ch-el strisciuleini ed pastela
rigorosameint tiredi coun la canela
ed mez chilo o forse piò
chè i li ciamen, taiadeli coun al ragò.
E po’ pulaster, salam, furmai, parsot
e naturalmeint a magnam tot.
Tot inafie coun cal vinatlein
c-le na gioia par gargaroz e vein.
Bel, ras e coun c-la sciumeina,
al lambrosch, bavrel a in vel la peina.

Dap magne, coun la calura,
tgnir i occ avert le n’aventura.
Testa alzera, sa se stà bein,
mè am fagh un bel pislein.
A soun lè tra al les e al frost
quand a seint un gran trambost.

As, pas, sas, alas, coun na samana
che quesi im fan cascher da la scrana                                                                                                  
a vir i occ apeina apeina
na lusneda, a vad na scena.
Tot i coren a l’impazeda
tirand chè e là quelch sgranadleda.
A vad un vlòpp sata al tavloun
le aranz e verd al per un bisoun.
Testa umana, un os in baca,
di dintoun, na pela saca
occ verd e zai acsè spalanche,
anca lò le terorize.

A vanz ferom quesi impietri
coun un sforz agh punt al di
e meinter a degh” Vè un magalas”
al cor am lasa a spas.
Meinter l’alma la vola chè
l’ot ed loi al dapmezdè
a guerd zò e in la maraia
a vad al bisoun ca s’la taia.

Beda mò s’le un quel stran
da Rama a vagh da un gingian.
Almeno ades un quel le zert
a soun mort a Spilambert.

Mei acsè, a dis al Sant,
et fare cunteint in tant.
Mè al guerd un poc perles
murir chè ann’era al ches.

Ma na vos lasò, luntan
“Cal quel chè al farà screver tant bagian.
I-gh faran di libroun
e tot i vran aver ragioun.
Par averet, lè sata tera,
du paes is faran la guera
par matres d’acord i gh-n avran dla bela”
Tic e tac la zirudela.


(da “Dal turòun la zirudèla”, Istituto Enciclopedico Settecani, 2012)

mercoledì 1 marzo 2017

NOMINA NUDA TENEMUS / 5: UNO SPINUM, SPILAMBERTO


Traslazione del corpo di Sant’Adriano (formella del portale dell’Abbazia di Nonantola).


Per capire l’uomo, dice un antropologo, bisogna fare il giro più lungo. Ciò vale anche per Spilamberto, e infatti la pista che porta al suo nome si snoda per circa due secoli.

Quando nell’885 Adriano III muore, l’Abate di Nonantola si impadronisce del corpo del Papa e di tutto ciò che faceva parte del suo bagaglio, in particolare la biblioteca.
Per fare questo si avvale di un diritto longobardo detto “albinaggio”: esso però poteva essere vigente solo nella zona longobarda della curtis di Vilzacara, cioè sulla sponda sinistra del Panaro, e quindi a Spilamberto.
Ecco quindi un importante indizio a favore dell’ipotesi secondo cui Adriano sarebbe morto a Spilamberto; da unire al fatto che dal XIII sec. ad oggi il nostro paese ha dedicato un culto particolare ad Adriano III, mentre di ciò non vi è traccia a San Cesario.

Ma torniamo a Nonantola. Quando intorno al 1000 cominciano i processi di canonizzazione, all’Abbazia occorre santificare Adriano III: in questo modo i suoi resti diventeranno reliquie, dunque attireranno pellegrini e procureranno risorse economiche.
Nel 1017 viene scritta così dagli amanuensi di Nonantola la vita di Adriano III, un curioso manoscritto in cui si afferma che la morte del Papa è avvenuta a Spinum Lamberti: la presenza di uno spinum (cioè territorio incolto) di proprietà di un certo Lamberto indica tutto un territorio, definendolo finalmente in maniera univoca.
Il profumo ha portato un nome: sono arrivate le spine.

Ma non è tutto. La vita del Papa si trova in un codice manoscritto, insieme a quelle degli altri santi venerati a Nonantola, ed è presente in due versioni: una in prosa, l’altra in poesia.
In quest’ultima il luogo della morte di Adriano viene così introdotto: “Qui propter casus Lamberti spina vocatur” (per quanto accaduto il luogo è chiamato la spina di Lamberto).
La variante del nome (“spina” anziché “spinum”) è introdotta solo per ragioni di ritmo poetico, ma ha importanti conseguenze, poiché dà luogo alla nascita di un mito. Infatti il nome proprio, probabilmente appartenuto a un semplice proprietario del luogo, diventa nell’immaginario quello dell’imperatore Lamberto ferito da una spina.

Le spine insomma hanno cominciato a pungere. Alla prossima…

mercoledì 22 febbraio 2017

ROCCA DELLE MIE BRAME / 20: INCUBI NOTTURNI

(Affresco parietale: “Casa di Livia”, Roma.)


Luigìn si arrotolava, smaniava, sul suo paglione; insistente un cinguettio di uccelli, lo beccavano e non riusciva ad allontanarli ...finalmente si svegliò, e le visioni angosciose sembravano allontanarsi.
Non era solo in quella stanza, non più uccelli colorati da scacciare tra il fitto fogliame. I suoi fratelli erano lì accanto, tranquilli, Tonio, Tommaso, Flipèin: tutti continuavano a dormire.
Soltanto un suo incubo; il sonno degli altri era ancora pesante.
Era stata una giornata particolare. Valeva la pena esserne storditi.
Quel giorno di giugno del 1763 aveva accompagnato il capitano Giacinto Fabriani, suo zio, nella Rocca, chiamato dal Marchese Lotario Rangoni.
Con stupore aveva percorso quell'infilata di stanze osservando oggetti sconosciuti, come i loro nomi: il canapé, trecce di canne d’India; le cadreghe (ma le sedie le conosceva).
Immagini in alto: uccelli variopinti volavano, becchettavano, si confondevano tra chiazze di verde inseguendoli con giravolte. Così vividi e sorprendenti da essere i protagonisti del suo incubo.
E poi l’entrata nella “Stanza della Spia”! ma dov’era quella spia? bisognava cercarla, era nascosta? Nulla ne spiegava il nome; pochi oggetti e poi un’altra visione: non un paglione nella stanza che seguiva, ma un letto con drappeggi di seta verde ricamata a fiori dorati.
Cosa serviva tutta quella stoffa lì attaccata a quel letto?
Vedersi poi incorniciato in oro sopra alla balaustra del camino lo lasciò immobile e intontito, finché lo zio lo scosse deridendolo: non riconosceva uno specchio!
Lo zio continuava ad elencare prendendo nota: scatole ricamate, scatolette dorate, spazzole, cuscinetti, vasetti, pizzi. E ad un tratto quel crocefisso là in alto: istintivamente si fece il segno della croce.
Accumulo di sensazioni, sorprese intense che nella notte si erano naturalmente liberate nell’incubo.
Ormai lo stordimento di quel sogno svaniva.
Luigìn raggiunse la finestra; la luminosità della luna gli disse che la realtà era soltanto quella che poteva vedere oltre il suo davanzale.
Si rimise sul paglione di fianco ai fratelli. Il sonno lo avvolse tranquillo.

(Le descrizioni di ambienti, dipinti ed oggetti presenti nella Rocca di Spilamberto, come pure i personaggi del Capitano e del Marchese, sono tratti da documenti manoscritti originali, “il resto è fantasia!”) 

mercoledì 15 febbraio 2017

PAGINE DI DIARIO / 15

Da “Quel Piazzale della mia infanzia”, di Laura Bertarelli (stampato nel maggio del 2015).



(Castelvetro, 1943: Laura con il nonno paterno, Celso)


Parte sesta

[...] Nel periodo dell’ultima guerra si radunavano in parecchi in quella stanza detta “capunera” perché era a pianterreno ed è stata teatro di molte vicissitudini e paure, specialmente la sera quando passava “PIPPO” e bombardava (Pippo era un aereo americano).
Quante raccomandazioni e preghiere venivano dette, tutti appoggiati al muro, in camicia da notte o in pigiama, poi dopo il passaggio dell’aereo quante imprecazioni e maledizioni!
Questo ambiente per me e i miei cugini è stato parte integrante della nostra fanciullezza, aveva per noi un fascino speciale e credo che nessuno se lo sia scordato.
Ricordo, in autunno, le castagne che sobbollivano nel tegame sulla stufa riscaldata a legna o a forme rotonde che credo fosse segatura pressata o, come mi hanno riferito, vinacce torchiate; le partite a carte che la nonna faceva con noi nipoti, le risate, l’allegria per piccole cose, molta modestia e tanto buon cuore. La nonna Ida amava la compagnia e aiutava sempre chi aveva delle difficoltà e miseria nel vivere.
La nonna Bruna era una donna non molto alta, ma ben proporzionata con dei lineamenti fini. Anche per lei la miseria non mancò, raccontava che doveva fare a turno per uscire e aspettare le sorelle che rientrassero per indossare scarpe o vestiti.
Conobbe il nonno Celso a Bologna dove lei era a servizio e lui faceva il carabiniere.
Lavorava in una trattoria e doveva portare da mangiare in una casa di tolleranza. Era una ragazzina e quando il nonno la conobbe, e lei glielo raccontò, la fece ritornare a casa e si offrì di darle lui i pochi soldi che prendeva al mese.
Quando si sposarono, nel 1911 a Castelvetro, il loro matrimonio fu festoso perché ebbero i musicanti che li seguirono per tutta la giornata.
La loro fu una vita di duro lavoro, non potendo lui più stare nel corpo dei carabinieri, essendosi sposato, lavorarono entrambi come fornaciai.
Abitavano una casa modestissima vicino alla fornace, andavano a prendere l’acqua con i secchi al pozzo, che era distante dalla casa e il gabinetto era un casotto nel cortile.
La nonna aveva un carattere schivo e silenzioso, quanto era invece chiacchierone, allegro ed estroverso il nonno.
Si sono sempre voluti bene, il nonno era pieno di rispetto per lei e dove poteva l’aiutava con molta disponibilità. Erano  discreti e poco invadenti.
La nonna, come la maggioranza delle donne sposate, fu obbligata con rammarico a donare la sua fede nuziale al duce, ne portò sempre una d’acciaio.
Stravedevano per quel figlio unico che sarebbe diventato mio padre.
Dopo un inizio come apprendista muratore, con l’aiuto del padrone della fornace, all’età di diciassette anni, lo mandarono a Modena per imparare il mestiere di meccanico tornitore, con tanti sacrifici da parte loro che cercavano di non fargli mancare niente, anche se per mio padre, ancora un ragazzo, fu molto dura.
Dormiva nell’officina assieme al cane. A quei tempi pochissimi studiavano, specialmente se figli di povera gente.
Il nonno Celso era un socialista e, siccome era tra i pochi della sua età che sapevano leggere, comprava sempre il giornale l’Avanti e spiegava agli altri le notizie, non prive di commenti belli o brutti che fossero.
Raccontava spesso le avventure di quando da carabiniere  fece mettere le manette al pretore perché non aveva rispettato la legge.
Era simpatico, allegro e molto buono.
Portava d’inverno un mantello, o tabarro, residuo di quando era militare, fumava il sigaro toscano e lo masticava; aveva imparato a fumare  quando imperversava l’epidemia della spagnola e si diceva che fosse un disinfettante.
Forse perché i vestiti che portavano le nonne erano tutti uguali, scuri e lunghi, fazzoletti legati alla nuca o sotto il mento, sembravano più vecchie della loro età, le ricordo sempre uguali anche con il passare degli anni. [...]

mercoledì 8 febbraio 2017

LE RECENSIONI DI NASCO / 3: "LA SQUILLA RAPITA"


“LA SQUILLA RAPITA”

di Lamberto da Spiniosilva (pseudonimo di Silvio Cevolani),
Mercatino di via Obici, CXXVII Fiera di San Giovanni,
Spilamberto, 24 giugno 1997.


La Maria Rosa li seguìa annotando
su un libriccino rosso di colore
i libri ch’essi andavano lanciando.
Seguiva Franceschini, il professore,
che da terra estraea, rassomigliando
un poco dei tartufi al cercatore,
le quadrate radici che poi lesto
sul nemico scagliava a lui molesto.” (Canto VIII, vv. 113-120)

Siamo nel 1996-97, l’autore tutti i giorni si recava a Bologna per lavoro. Il viaggio di andata e ritorno era interminabile e lui cercava un modo per occupare la monotonia del percorso. Un amico gli consigliò di seguire un corso di inglese. La proposta non lo attirava. Allora ebbe un lampo: la propensione per il motto di spirito, la facilità personale alla battuta umoristica, la familiarità con la storia locale e una conoscenza letteraria che comportava anche una consuetudine con il poema del Tassoni “La Secchia rapita”. Di qui l’idea di un poema, sì un poema eroicomico, legato alle conseguenze del furto della “squilla”( la campana) agli abitanti di S. Cesario da parte degli Spilambertesi, il tutto ambientato nel cuore del Medioevo.

Fu così che giorno dopo giorno l’autore riempiva il percorso Spilamberto-Bologna di ottave, cioè strofe di otto versi, tutte in endecasillabi, versi di undici sillabe.
Ma, visto che l’ideazione era tutta mentale, come trascrivere le idee immediatamente, evitando il rischio di dimenticarle? L’aiuto venne dai semafori rossi alla cui fermata Silvio trascriveva la singola ottava da lui memorizzata. Insomma, come dire, almeno uno al mondo che non imprecava al semaforo rosso.

Alla base del poema c’è, riferisce l’autore, il ritrovamento di “un curioso manoscritto in cui si narra di una contesa tra S. Cesario e Spilamberto a causa di una campana”.
L’espediente del manoscritto ha illustri precedenti; basti citare il Don Chisciotte o i Promessi Sposi, ma i “colpi di scena” e le “mirabolanti avventure” rendono singolare la lettura di quest’opera in cui la comicità surreale presenta in “uno spaccato medievale” veri personaggi della Spilamberto di oggi.

Nell’ottava citata all’inizio, troviamo che, mentre infuria uno scontro epico, compaiono: Maria Rosa, allora bibliotecaria, che svolge con scrupolo il suo lavoro; Franceschini, professore universitario di matematica, che usa le armi del suo mestiere, le radici quadrate. Per questo motivo attraverso i personaggi, la cornice medievale diventa una specie di ufficio anagrafe della Spilamberto di fine Novecento. I personaggi però non sono semplici nomi, ma sono proposti con caratteristiche che li rendono riconoscibili: o con riferimento al lavoro opportunamente medievalizzato, o elencando vizi e virtù naturalmente di dominio pubblico nel paese.

L’opera si potrebbe definire “un postmoderno spilambertese”, in quanto mescola, in modo spesso parodistico, varie tendenze letterarie tutte però riportate nell’ambito spilambertese, a testimonianza di un profondo attaccamento, stavamo per dire amore, per questo nostro paese.
Al di là del tono decisamente comico rimane da rilevare il possesso sicuro della lingua poetica: le rime sempre rigorosamente AB AB AB CC. Il verso endecasillabo viene utilizzato in tutta la sua gamma musicale, che, con notabile perizia tecnica, si spande e varia in tutto il poema.
Gli artisti spilambertesi hanno illustrato vari passaggi del testo, impreziosendolo ulteriormente. Altre meraviglie vi mostreremo nelle prossime puntate.

Eccovi l’ottava con cui inizia “La squilla rapita”:

Reggimi o Diva questo sacco aperto
nel narrar che io farò dello scenario
di sottil guerra e poi di scontro aperto
che provocato fu dal rio divario
che oppose i cittadin di Spilamberto
a quelli residenti in S. Cesario” [...].

mercoledì 1 febbraio 2017

CARAMELLE DALL'ARCHIVIO / 41: SUL TORRIONE LA MEMORIA DEL RISORGIMENTO

(Lapide posta sul lato est del Torrione medievale di Spilamberto.)


24 giugno 1900, la piccola stazione ferroviaria di Spilamberto (ve la ricordate?) era insolitamente affollata: vari treni speciali, per di più a tariffe agevolate; comuni cittadini, personaggi politici, membri di varie associazioni, reduci dalle battaglie risorgimentali, insomma una folla si riversava a Spilamberto.
Come mai?
Ora recatevi davanti alla facciata del Torrione, quella rivolta verso la Rocca. Alzate lo sguardo e la vedete. Si tratta della lapide commemorativa in onore dei congiurati spilambertesi che nella notte del 3/4 febbraio 1831, insieme ad altri compagni di Ciro Menotti, si scontrarono a Modena con le truppe Ducali estensi.
Il sogno dell’Italia unita li portò poi al carcere o all’esilio forzato.
Le cerimonie, i discorsi, i banchetti, i rinfreschi (non mancò il sapore degli amaretti paesani!), addirittura la luce e il rimbombo dei fuochi artificiali nel Piazzale della Rocca e il loro rimbalzo dai resti delle antiche mura; quel 24 giugno 1900, celebravano l’inaugurazione della lapide commemorativa che ora state guardando.
La confusione si mescolava alla passione e insieme davano vita al ricordo di quei giovani ragazzi, dei loro progetti e ideali così profondi da spingerli a mettere in gioco la vita: si trattava di partecipare attivamente a ricostruire l’Italia unita.
Ed ora a voi: leggete quei nomi ed accoglieteli nella vostra memoria.

(Notizie tratte da:  Criseide Sassatelli, “...e il Sol dell’Avvenire brillò fugacemente”, Comune di Spilamberto 2011.)