mercoledì 3 maggio 2017

NUOVA RUBRICA / LA MEMORIA IN TAVOLA: LE RICETTE DI MARNA


Frontespizio del ricettario di Marna


Effettivamente siamo sommersi da programmi di cucina e consigli di ricette. Per questo non avevamo mai preso in considerazione di scriverne sul nostro sito. Poi abbiamo conosciuto Marna. Questa, “spilambertese doc”, da anni compila a mano un suo ricettario, in cui piatti della nostra comunità sono immersi nei ricordi legati ai momenti della loro preparazione e degustazione. Ne emerge quasi una ricerca del tempo perduto, un viaggio in una Spilamberto non solo gastronomica. Dunque, un aggancio al territorio e alla sua tradizione.
Nel frattempo Marna ha partecipato a lezioni tenute da Chef, incontrando i grandi della cucina. È anche sommelier.
La cosa più incredibile è che lei, italiana, trasferita in Svizzera, organizza corsi di cucina e serate di assaggi: si tratta in gran parte di cibi spilambertesi e modenesi, che vengono apprezzati tantissimo e riproposti in altri contesti dai partecipanti.
Insomma, nei palati di quei luoghi c’è un po’ di Spilamberto.
Occorre precisare che le ricette sono legate alle stagioni, alle feste e ad altro ancora, ed ognuna, ripetiamo, è scritta rigorosamente a mano e introdotta da un disegno dell’autrice e da altre illustrazioni che riuniscono i due aspetti “cucina e memoria”.

Arrivederci a presto!

giovedì 27 aprile 2017

PAGINE DI DIARIO / 17

1943, fotografia (raccolta privata) scattata nel cortile del “Vecchio Ospedale - Casa di Riposo per anziani”.

Fra le bambine sedute è individuabile Franca Santunione, la terza da sinistra; accanto a lei, alla sua destra: Luisa Longini, ...? Monti; alla sua sinistra: Anna Cavani, Mirella Cioni, Nora Nanni.
Dietro a M. Cioni e N. Nanni, in piedi, Franca Venturi; dietro, a ...? Monti e L. Longini, Franca Bergonzini.
Gruppo in alto, da sinistra: Adua Tacchini, Lidia ...? (non spilambertese, parente della nota maestra Goldoni), Franca Malferrari, Lucia Stradi, Ofelia Sirotti, Mitì Amadessi.
Persone adulte: a sinistra Margherita Simonini; a destra Mimma Graziati.
Le bambine stavano frequentando le lezioni di catechismo per prepararsi alla S. Cresima.
Si intravede, dietro a L. Stradi ed O. Sirotti, ...? Nunziata (addetta alla lavanderia del “Ricovero”).


Da “Per piacere non buttatemi via”, di Franca Santunione.


[...] Avendo avuto la fortuna di essere nata nel 1936, quando finì la guerra ero una ragazzina che andava verso gli anni dell’adolescenza.
Quelli erano anni belli per tutti, anche se per la maggior parte delle famiglie era ancora un problema riuscire a mettere insieme il pranzo e la cena; ma la fine della guerra aveva portato tanta allegria. Questa atmosfera si viveva in pieno perchè si trascorrevano le giornate più fuori che dentro casa.
Già in febbraio, grandi e piccoli, ci mettevamo al sole a riscaldarci come delle lucertole. Ci mettevamo seduti vicino alla Rocca così che il sole, riscaldando il muro, ci rimandava altro calore. Si risparmiava in questo modo un po’ di legna che sarebbe servita per arrivare alla fine dell’inverno.
Questo devono averlo fatto tutte le generazioni passate: quelle povere di sicuro, la mia è stata l’ultima.
Tutto stava cambiando.
Incominciava la fine del mondo che conoscevo e l’inizio di un mondo nuovo.
Mi piace pensare di essere vissuta in due mondi diversi.
Ho goduto del vecchio mondo e ciò che di lui mi piaceva di più erano le ore che si trascorrevano fuori casa.
Il paese, specialmente di sera, quando anche chi lavorava poteva uscire, sembrava sempre una festa. Si era quasi tutti fuori, compresi i nonni, anche se questi ultimi, spesso, si limitavano a stare seduti all’esterno della loro casa.
Di queste serate ne parlerò più avanti; ora voglio palare del giorno.
Il primo elettrodomestico che comprammo non fu la televisione, ma la lavatrice. Ricordo che la prima volta che la facemmo funzionare, io e mia madre ci siamo sedute davanti all’oblò come se stessimo guardando un film. Quando ci penso mi viene ancora da sorridere. Oggi questo può sembrare strano, ma allora sembrava un miracolo non dover più lavare i panni a mano. Prima per lavare si andava al lavatoio pubblico, soprattutto d’inverno, e in primavera e d'estate si andava nei piccoli corsi d’acqua chiamati canalini, e quando era possibile si andava al fiume.
Ecco un’altra cosa che mi piace del mio paese... il suo fiume... il Panaro: un fiume largo e bello con un ponte a nove arcate; quando eravamo piccoli questo era il nostro mare. Andare al mare, o in qualsiasi altro luogo in vacanza, per la povera gente era ancora una chimera .
Quando mia madre ci portava era sempre una festa. Lo era meno per lei e le altre madri perchè avevano sempre tanti panni da lavare.
In riva al fiume c’erano molti orti curati da persone anziane: si erano fatti tutti una baracca che serviva per gli attrezzi, e un po’ anche da cucina; spesso ci offrivano ciò che cucinavano. C’era una signora di nome Ida che ci dava del ciambellone molto buono, che lei chiamava gnoccone. Ma qualsiasi cosa offrissero era sempre ben accetta; un po’ per fame un po’ per golosità.
Anche questo è un mondo che non c’è più. Tutte quelle persone che ricordo con tanta simpatia sono già da tempo passate a miglior vita e quegli orti sono quasi tutti spariti. Anche il fiume è cambiato. [...]

Arrivederci alla prossima puntata!

lunedì 24 aprile 2017

NOTIZIE DALL’ARCHIVIO / 19: UN VOLUME DI “CARAMELLE”



Il 21 aprile scorso il pubblico, nella sala della ex Cittadella, ha applaudito calorosamente la presentazione del primo volume delle “Caramelle dall’Archivio” curato da “N.A.S.CO. a Spilamberto”. Dopo l’introduzione di Cesare Cevolani il microfono ha fatto un po’ le bizze, ma la presentazione di Criseide Sassatelli si è potuta ascoltare lo stesso, data la buona acustica della sala. Il generale apprezzamento ci ha fatto piacere, come pure le parole espresse in tono compiaciuto da un bambino presente: «È stato proprio interessante».
Durante l’incontro la relatrice ha illustrato le varie rubriche in cui sono inseriti i testi pubblicati settimanalmente sulla pagina Facebook di N.A.S.CO; Chirio Caprara ne ha letti alcuni ad alta voce.
Parlando di “SODDISFAZIONE” forse ci si dimentica che la parola deriva da satis (abbastanza) facere (fare) e che originariamente significava “pagamento di un debito” e “adempimento di un dovere”. Proprio questo è il nostro sentimento di soddisfazione nei confronti della serata e di ciò che speravamo esprimesse.
L’impegno di “N.A.S.CO.” su Facebook, legato all’Archivio e alla storia di Spilamberto, è volto ad aggiungere, ai tanti interessi che il mondo moderno ci impone, anche quello verso la storia del paese. Questo è pure il senso degli interventi che già per il terzo anno svolgiamo nelle scuole: spingere i giovani alla curiosità verso Spilamberto ed il suo territorio, interessarli, stimolarli a saperne di più. Ne vediamo i risultati negli atteggiamenti sensibili e stupiti nei confronti di ogni nuova scoperta.
Accendere la curiosità, dunque.
E, a questo punto, tralasciamo la storia e colleghiamoci al presente: “Curiosity”, ci informa T. Watt Smith, è il nome del veicolo NASA spedito ad esplorare la superficie di Marte!

P.S.: per chi fosse interessato, ricordiamo che il volume delle “Caramelle dall’Archivio” è in vendita e può essere reperito presso l’Associazione (scrivete a nascoaspilamberto@gmail.com) e in alcune edicole e cartolerie del paese.

mercoledì 12 aprile 2017

NOMINA NUDA TENEMUS / 6: SPILAMBERTO: NEL NOME UN DOPPIO DESTINO


Particolare dal Diploma di Corrado II conservato presso l’Archivio Capitolare di Modena.
Nella riga centrale si legge “Om(n)em decima(m) d(e) Fanano et Spinala(m)berti”


Comparendo nel Codice manoscritto della Vita di Sant’Adriano, lo spinum (il luogo caratterizzato da arbusti spinosi) e la spina (l’aculeo pungente avvelenato) hanno iniziato il loro doppio viaggio, che li porterà a turno a fondersi con un enigmatico personaggio, Lamberto, dando luogo ad un nome ancora una volta doppio: spina-lamberti o spinum-lamberti.

Questo nome viene confermato anche in un altro documento, contemporaneo alla citata “Vita di Adriano.”
Bisogna sapere che era consuetudine degli imperatori, durante il Medioevo, concedere terreni ad abati e vescovi. Corrado il Salico predispone così nel 1026 (perciò negli stessi anni della Vita Adriani) un documento, che consiste in un lungo elenco di territori concessi al Vescovo di Modena, all’epoca fiero rivale dell’Abate di Nonantola.

Nel Medioevo non esistevano le fotocopiatrici e tutti i documenti venivano duplicati dagli amanuensi; dunque nelle trascrizioni successive di un documento originale era facile manipolare il testo, togliendo od aggiungendo ciò che faceva comodo.

Questo è quanto probabilmente accaduto nel nostro caso: il Vescovo si è attribuito dei terreni e altre regalìe che invece erano probabilmente di pertinenza dell’Abate o comunque oggetto di contesa fra i due.
Nel nostro caso, si legge che al Vescovo è concessa “omnem decimam de Fanano et Spinalamberti”: ogni decima (ovvero il tributo consistente in un decimo delle rendite) di Fanano e Spilamberto.

Il Vescovo, probabilmente alterando il documento originale di Corrado il Salico, si attribuisce il controllo di tutto Spilamberto, mentre possedeva con certezza solo Corticella e San Vito; ciò significava pretendere il controllo su territori che l’Abate di Nonantola rivendicava invece per sé.

Ciò che più importa però è che agli inizi del Mille Spilamberto ha non solo un nome riconosciuto, ma anche una certa ricchezza economica, tale da attirare le avide mire del Vescovo e dell’Abate; i quali danno luogo ad una rivalità anch’essa caratterizzata dalla doppiezza, doppiezza che ci accompagnerà fin quasi ai giorni nostri.

Ritroveremo il nome del nostro paese in documenti di personaggi rilevanti negli anni a venire.

mercoledì 5 aprile 2017

CARAMELLE DALL’ARCHIVIO /42: “SPILAMBERTO BEL PAESE”


Per la poesia di “Raffaello” Lambertini, pubblicata la scorsa settimana, si è scelto di inserire l’immagine de “ al pordeg” dove si trovava “la drogheria dla Celestina”.
Oggi vogliamo ricordare una canzone composta da Astro Zanetti, da poco scomparso, che illustra il nostro “bel paese” e che ricorda anche quel portico.
Il nostro compaesano canta un aspetto profondo, una dimensione del paese piccola, leggera, ma ricca di intimità e di affetto. Le donne sono belle bambine, un complimento esplicito, e “al pordeg ed la Celestina” pur non rintracciabile in google map, indica una topografia paesana, rappresentata da una figura reale entrata nell’immaginario spilambertese: un personaggio locale, una bottega d’angolo, un portico, un luogo d’incontro.
Il nostro “Ponte non è di Bassano”, “non c’è Duomo, non è di Milano”, ma sostiene che Spilamberto è... un bel paese! Pur iniziando la canzone con negazioni ci porta a valutarlo: il paese è lontano dai grandi stereotipi, non ha bellezze paesaggistiche ed artistiche famose. La sua, la nostra Spilamberto, non è una cartolina da depliant turistici. Tutto questo però non è presentato come negativo, non è visto come una diminuzione di valore.
Spilamberto Spilamberto qui la vita si vive all’aperto”. Astro mette il bel paese in rima con questo aggettivo e ci spinge a varie interpretazioni al di là della sua apparente semplicità. Vivere all’aperto rappresenta per prima cosa un riferimento al bel clima, alla predisposizione ai contatti sociali, all’amicizia, all’incontro. Coglie però anche un aspetto più profondo del paese, quello di un luogo da sempre posto su un confine, perciò di contatti, di scambi; luogo di intrecci, di apertura e di dialogo.
Bel paese gentile e cortese dove ognuno è conte o marchese”, “ la Rocca, le torri, un Torrione” sono l’orgoglio di un passato importante, di una storia rilevante che si legge ancora negli edifici, nelle chiese, in tutto il territorio.
Nella canzone c’è tutto il nostro paese, un paese non perfetto, ma caldo, aperto, socievole, con proprie ricchezze “grandi aceti, lambruschi, sapori”, dove i piaceri del palato minimizzano le carenze “ma pochi dottori”.
Forse, però, la scarsità dei dottori non indica una mancanza, ma il pregio di un luogo salutare di gente sana che, canta Astro, in tono lievemente risentito, non è “gente strana”!

giovedì 30 marzo 2017

CAPRICCI DIALETTALI / 8

(Nell’angolo estremo del portico era collocata la drogheria della citata “Celestina”, affacciata su Corso Umberto I.)


EL BOTEGHI D’UNA VOOLTA ,
DAL TURAUN A LA ROCA DI MARCHES RANGAUN !!!


Zirodela! Nel centro di quel bel paese,
detto di gente strana ma gentile, ospitale e cortese,
da l’incros dla via Roncati, c’lè subèt ded’la del Turaun,
fin là in fonda, la Comuna vecia, a la Roca di marches Rangaun,
l’incros del Munarein, dla Celestina, e l’incros del doo Cèsi,
da tòt i Spilambertes, quatr’ari agl’eran ciamedi!


Le fin dai prèm’aan del secol pasee, che lòngh el ceinter del paes,
se psiva trover tante picoli boteghi, a conduziaun familier [...]

A comincer dal quatr’ari, ch’in subèt ded’la del Turaun,
un antigh mulein che mesneva frumeint e frumentaun,
che cun l’aqcua del canel la grosa mesna feva girer,
e la resdora cun el s’daas la fareina dal remzol doveva separer!


Da la pèrt ed sàta, ed  frunt al Turaun d’ed ‘dla la streda,
la butega dèta del Munarein un  puchin originela,
bigiotteria, sale e tabacchi e francobolli lui vendeva,
l’èber e quaderen per chi andeva a scuola!

Ai pee del Turaun, ì  fradee  Lucchi, che d’esgniven da Piumaz,
brev scarpulein, che vendevan el pèli interi ed vacàta e coram,
in del scherpi  ràti egh feven el soli novi, che torneven ander a spas,
e su misura, feven del scherpi novi tòti cusidi a maan!

Ed fiach ai Lucchi ed frunt al teatrein, c’le stee d’esfat,
l’antica, bela e unica farmacia di Egidio Gaat.
In dl’angol del quatr’ari dla Celestina la soo drogheria,
che vendeva zocher, pasta, riis e tanta roba bauna di salumeria!

Pio avanti, sàta el pordegh, la botega dei fratelli Tosi,
spezie speciali, sali e tabacchi e tant’etri beli cosi,
bottiglie speciali di italiani ed esteri liquori,
articoli da regalo, francobolli e confetti per gli sposi!

Ogni dmanga el secoler del pollame in via San Carlo el marchee,
cunèì, galein, capaun, tachein, faraouni, clòmb d’ogni raza e qualitee,
la contreda  pina ed ginta che des’gniven da ogni pert,
animali d’ogni sorta in San Carlo gnìven a vander e comprer!
Lòngh via Umberto pina del banchereli di ambulant,
el boteghi tòti averti, cun tant furaster e viandant!

Sàta el pordegh del Bargel, detto anch del Pavaiàun,
dove in dl’angol a ghera un veecc lampiàun,
che a carburo funzioneva e bein illumineva,
le mostre e agl’esposizòun durante la Fera! 
 
Sempre sàta ch’el pordegh lè, ì fradee Bondi, brev forner,
oltre che fer e coser el paan, un pastificio per la pasta feer,
cl’era sò al prèm pian, dove sovra di telai la pasta fèven sughèr,
cuun la too farèina, con i Bondi uno scambio si poteva feer,
cun dès kìlo ed fareina, dès kilo ed pasta frasca,
apeina fata, ogn’un el psiva a cà soo porter!

Sàta el pordegh, in dl’àngol dla via Santa Maria,
sovra di cavalàt ed lègn, che ogni sera i tireven via,
la bancherela d’un’anziana signora che tot ciameven Pipiauna,
che vendeva frutta e verdura e tant’etra roba bauna,
d’autun brustoliva di maraun dentro na padela,
cheld buint, in un scartos ed cherta zala al pubblico vendeva!

Sovra a un baruzein, la Suemma e soo fiol, che ciameven Bamburin,
vindiven di zoogh per i ragazoo piò grand e per i putein ciin,
e anche mignìn, minteini, sigaràti ed zòcher, ciocolatein e carameli,
cridevan foort i ragazoo, finché el soo mami, dovevano comprerghi!

In dl’angol da la perta ed sovra del quatr’ari, del doo Cesi,
el Cafè Nazionel, che del paès l’era el cafè piò beel,
ben gestito dal signor Biavardi, detto Cichina, con  soo muier,
cl’era l’Ergia Goldoni che con el soo riceti specel
conduceva la famosa premiata fabbrica d’amaretti de Spilambert!

Subèt ed sovra la Cesa ed Sant’Adrian, la Filanda, che ancàra fileva da terseint’an,
ì bosol di  beegh per fer la seda, continuava a lavorer e fileer,
la seda piò fina e pregeda del mònd, riusciva ancàra feer!

Lè asvèin a ghera un mecanegh, c’al feva novi e giusteva biciclat,
Massimo Leonardi, che G.I.L.A.M. l’era la soo merca e soo brevàt,
per chi a  màsa, al cinema o a fer i soo interesi andeva,
a Massimo a deposito in custodia la soo ciclo le laseva,
pagand quater soold, tér sicur che nisuun te la rubeva,
se in una ruota ed ciapèv un ciold o l’et scopieva
Massimo cun poca spesa subèt na peza agh tacheva!

Là in zèma a via Sant’Adrian, la latteria d’Armando Sasatèl,
che vendeva latte fresco appena  munto, cl’era ancàra cheeld,
latte intero, menga lavoree, per gninta stee spanee,
che t’el misureva cun di busolot da un lèter, un meez o un quert!

Di Jufina, ed  mister sert e barber a gher la soo butega,
là in fonda, prèma d’ariver a la Comuna  vecia,
con tree lavoranti, breghi, giaca e gilè confezioneva,
el sàbet che tanti uomini, barba e capelli s’andeva a toser,
per toot el giòren, fina a la mezanota, tant g’aviven da lavorer!
[...]

Lè vera che la ginta d’na volta l’era  ignoranta e aretreda,
erano in bulàta come  i caan, ma vivevano n’a vita spensiereda,
quand i gniven a cà d’ambrosa o in campagna i andeven a lavorer,
longa la streda a’sintiva canter e s’c’ifler del canzaun o storneled,
in di gioren ed festa, dal Turaun a inzèma al punt, par  al stred
una procesiaun ed zoven e ragazi, che per tot el gioren pasegeva,
[...]
Cun ch’el  mee dialàt spilambertes tot sgangheree,
della vita dla ginta d’una voolta e del soo boteghi a vo racontee,
a srèva mee desiderio, come ricordo, ai posteri laser,
[...]
Prema ed finir, chiedo scusa ai tanti menga nominee,
comerciant, artigian, pitoor, intaiador, marangaun stremnee in paes,
che la soo ativitee an’no menga  psuu illustrer,
cl’era tutta gente che da l’alba al tramonto tant foort lavoreva,
ciapeva pooch soold, in tanta miseria viveva,
ma vi garantisco che campèr bene sapeva!!!

Tich e tach del boteghi d’una voolta la soo ZIRODELA !!!!


Spilamberto, giugno 2011. Lambertini Raffaele  per  gli  “Spilambertes”  Raffaello!!!


( “Zirudela tratta dalla pubblicazione “Al zirudèl ed Raffaello Lambertéin”, Spilamberto, gennaio 2017.)

mercoledì 22 marzo 2017

IL VECCHIO COMUNE SI RACCONTA / 4: 1567: SPILAMBERTESI NON BRAVI CRISTIANI?

Documento presente all'interno dell'Archivio Storico del Comune di Spilamberto


Quella volta il marchese non si era limitato ad una intimidazione, non c’erano di mezzo solo rimproveri e l’espressione del suo risentimento; si era basato sicuramente su chiacchiere che avevano deformato la realtà: “poca devozione nelle cose spirituali”, “negligenza nella somministrazione dei S. Sacramenti”, queste le accuse; per di più si era insinuato che nel “Castello” non si vivesse cristianamente e nemmeno che le “Compagnie del S.S. Sacramento” e di “S. Maria degli Angeli” assolvessero ai loro doveri. La minaccia del “Signore” era di infliggere castighi ai “Ministri della S. Chiesa” presenti a Spilamberto.
I Consiglieri del “Vecchio Comune” non accettarono i rimproveri loro rivolti dal marchese Rangoni. Così, il 3 febbraio 1567, nel corso della riunione consiliare, convocata appositamente, decisero di replicare a quelle accuse. La decisione degli Amministratori fu quella di chiedere udienza per difendersi verbalmente davanti a “Sua Signoria Illustrissima” il marchese: il lume del S. S. Sacramento era pur sempre acceso, almeno quando i soldi c’erano. Giovanni Ronco, Massaro della Compagnia, era ligio al proprio dovere. Come pure Gioanni Francesco Scaramuzza, il quale aveva l’incarico di alimentare la lampada di S. Maria degli Angeli, “per quanto potevano le forze economiche”.
Possiamo noi oggi ricercare la discendenza dei nomi attuali da quei “nostri” antenati che quel giorno, risentiti dalle critiche minacciose, decisero la giusta “missione di difesa”:

Vincislao Pancetti (Massaro della “Comunità”)         Baldassarre Corradino          
Jacomo Alghisi                                                               Ambrogio da Milano
Francesco Baesi                                                              Antonio? Montevecchi
Marino Muradori                                                           Francesco Maria Frarino
Alessio Bomfioli                                                             Mignano Vandello
Pietro Giovanni Ronco                                                  Galeazzo Rachello.