mercoledì 3 gennaio 2018

SPILAMBERTESI DA RICORDARE / 8°: REMO DRUSIANI

Il ricordo di un giovane innovatore spilambertese:
Remo Drusiani (1921-1946)



(1939? 1940? – Remo Drusiani, in alto a sinistra, con numerosi Aspiranti ed Effettivi
di A. C. dell’Associazione di Spilamberto –
 Fotografia tratta dalla pubblicazione da cui si sono state raccolte le notizie per la stesura della presente “Caramella”.)




Raccogliere le foglie degli olmi e dei gelsi, tagliare il mais da foraggio, voltare l’erba falciata, fare la guardia davanti ai buoi: sono attività che fanno parte della vita di un contadino.
Chi svolge tali lavori fin dalla tenera età è un bambino, nato in una vecchia casa di S. Vito, decimo di 11 figli. Remo Drusiani nasce il 9 giugno 1921 in una numerosa famiglia rurale, quelle di una volta, con solide radici religiose che si trasmettono a lui. A convincere il padre del valore della scelta del figlio, quella di seguire la sua vocazione, è l’arciprete don Bondi. A 11 anni, al termine delle elementari, Remo chiede di andare in Seminario a Nonantola per diventare sacerdote. Le spese dei vestiti, dei libri e della retta seminariale vengono sostenute da alcune generose signore.
I risultati degli studi nei primi due anni sono brillanti; tra i suoi interessi, oltre alle materie religiose, vi è l’italiano (il suo insegnante è don Elio Monari) e il latino. Nelle omelie, che scrive come esercitazioni scolastiche, sottolinea l’importanza della meditazione ed insiste sulla necessità di educare i giovani. Si tratta di riferimenti che orienteranno sempre la sua vita. Nel corso degli studi conosce due spilambertesi: Glauco Graziati e Luigi Campagnoli che diventeranno sacerdoti.
Ed eccolo, nelle pause estive dedicarsi ai ragazzi del paese. Assieme agli altri seminaristi li riunisce, dopo la visita in chiesa li porta sulle rive del Panaro: nascondino, guardia e ladri, gioco della palla negli spazi erbosi, ma scalzi per non consumare le scarpe.
Il Gesù a cui lui pensa è quello che dice “Lasciate che i fanciulli vengano a me”.
Quando, nel maggio 1939, nel Seminario modenese riceve la notizia della madre morente si reca a Spilamberto in bicicletta, sotto una pioggia torrenziale, in tempo per vedere la madre ancora in vita, ma si ammala di pleurite. Non può tornare in seminario per la malattia; studia con successo a casa, ed anche dopo un ricovero all’ospedale Ramazzini non potrà riprendere la frequenza. Il tempo passa e si insinua la paura del cosiddetto “mal sottile”. In seguito, uno specialista di malattie polmonari esprimerà la sua diagnosi: tubercolosi.
Remo si dedica, nonostante tutto, a realizzare il suo ideale educativo. L’Azione Cattolica di Spilamberto, legata ad una concezione vecchia quanto al rapporto con i giovani, subisce una svolta radicale nell’estate del 1941, proprio ad opera di Remo, in quel periodo un po’ ristabilito. Egli vuole dare ai giovani “una soda formazione religiosa, culturale ed una salda organizzazione, con l’esercizio di pratiche di pietà, lo studio, i programmi di cultura religiosa e la creazione di quadri dirigenti dell’Azione Cattolica”. Un progetto ricco ed ambizioso; infatti c’è sì la formazione spirituale, ma anche lo stimolo allo studio in un realtà culturalmente povera, oltre all’obiettivo di formazione “dei quadri dirigenti”, quale investimento per il futuro.
Mentre la guerra imperversa e distrugge, Remo costruisce.
Intanto la malattia peggiora e lui viene allontanato di nuovo dal Seminario.
“Lor i-nn’ann menga vlu fêr un caplan: e nuêter agh faràm saltêr fòra un canonic” (“Loro non hanno voluto un cappellano, noi ne faremo un canonico”), commenta polemico don Bondi.
Remo si dedica così totalmente ai giovani.
La sua Associazione della “Gioventù maschile di A. C.”, con sede in canonica, è appoggiata da don Bondi. Viene stabilita una “Regola” e gli Aspiranti si radunano nella stanza che dà sul portico. Si scrive, si lavora, si canta, si disegna; si realizzano mostre, recite e incontri con i genitori. Gli spettacoli, detti “Accademie”, sono rappresentati nel teatrino di via Monache o nella sala in via S. Carlo.
L’attività rivolta ai giovani non è però di comune gradimento e Remo viene anche minacciato da un esponente fascista. Nel '43 - '44 vengono organizzate adunanze clandestine per i Dirigenti di A. C. Il programma educativo di Remo è ribadito in una lettera che lui scrive da Gaiato, dove è ricoverato per un peggioramento: “pietà” (cioè frequenza alle pratiche religiose), “purezza e studio”.
Remo muore nella notte tra il 24 e 25 aprile 1946, senza essere diventato il sacerdote che desiderava. Ma... “A Spilamberto nacque negli anni dell’angoscia un metodo nuovo e gioioso di stare con i ragazzi, una pedagogia per la generazione che sale” (cit. da don L. Campagnoli).
Remo, pur giovane, ha dato una svolta radicale all’A. C. di Spilamberto, ha contribuito a formare religiosamente e culturalmente una generazione. Basti ricordare: Renato Peri e Tonino (“Nino”) Cioni. Costoro, insieme a tanti altri che lo hanno conosciuto e seguito affettuosamente nel suo percorso di vita, a 50 anni dalla morte, ne hanno voluto lasciare memoria con un libretto ricco di testimonianze. Da questa pubblicazione abbiamo tratto le presenti notizie: “Remo. Una biografia di Remo Drusiani”, Barghigiani Editore, Bologna 1996.

mercoledì 27 dicembre 2017

PAGINE DI DIARIO / 22

Da “Per piacere non buttatemi via”, di Franca Santunione.



Franca Santunione, sulla sinistra, e Anna Teresa Morselli
fotografate sulle sponde del Panaro; anno 1951.



 Parte decima

[...] Gli anni passavano e tutto sembrava bello. Anche il lavoro era meno faticoso, non si lavorava più tante ore al giorno, così che di sera eravamo tutti meno stanchi. Passeggiavamo in lungo e in largo per il paese e non mancava mai la passeggiata sul ponte. Ci mettevamo sedute sul marciapiede dando sfogo a tutta la nostra euforia giovanile, cantando, ridendo e naturalmente parlando.
Siccome quella era l’età degli innamoramenti facili, i discorsi finivano sempre su questo argomento. Amori che nascevano e morivano da un giorno all’altro, e spesso a senso unico.
Io su questo argomento non avevo mai niente da dire; continuavo a non provare nessuna emozione per i ragazzi del paese, e non. Ma i non erano ancora pochi, perchè i ragazzi dei paesi vicini si spostavano con difficoltà. Andavano ancora quasi tutti a piedi o in bicicletta.
A onore del vero devo dire che neppure i ragazzi del paese smaniavano per me. Questa è sempre stata un’indifferenza reciproca. I ragazzi del paese non m’interessavano; non perchè fossero brutti, anzi, ma solo perchè avendoli conosciuti da sempre erano privi di mistero.
Io col passare degli anni ero migliorata: non ero più il brutto anatroccolo. Anche gli occhi erano andati a posto da soli, senza neanche l’aiuto degli occhiali. Solo se era brutto tempo, allora avevo un leggero sguardo di venere.
Questo era un modo di dire un po’ consolatorio ma serviva a non crearmi dei problemi.
Nell’attesa che arrivasse questo ragazzo speciale, continuavo a parlarne con mia madre descrivendo questo ragazzo come se dovesse passare la sua vita a guardarmi in adorazione, finché un giorno, stanca di sentirmi dire quelle che secondo lei erano delle farneticazioni, mi disse: «Senti figlia mia! So che gli uomini non sono tutti come tuo padre, ma un uomo come vuoi tu non esiste! Saresti già fortunata se ne trovassi uno che ti rispettasse!».
«Eppure, io sono sicura che da qualche parte c’è ».
«Può pure essere ... Il mondo è tanto grande, che vallo a trovare!».
«Oh, non io, è lui che mi deve trovare! ».
Presa dallo sconforto, mia madre mi disse: «Mah! Devi essere arrivata da un altro mondo, sembri proprio una vissuta su un altro pianeta». E se ne andò scuotendo la testa.
Questo dialogo si svolse un pomeriggio che eravamo sedute nel cortile, sotto casa.
Quell’espressione di sconforto e rassegnazione sul viso di mia madre mi aveva divertita, ma nello stesso tempo la guardai con tenerezza mentre si allontanava.

Erano ormai finiti anche gli anni dell’adolescenza e iniziavano quelli ancora più belli della gioventù.
Che tempi!!!
Sembrava di aver il mondo in mano. Noi, poi, eravamo la generazione che nell’età più bella godeva dei primi vantaggi del progresso. Ci vestivamo con vestiti più carini, andavamo al cinema quando ne avevamo voglia, e soprattutto il cibo non mancava (senza sprecarlo però).
Questa è un’altra ragione per cui sono contenta di essere nata nel 1936; ho avuto così l’età giusta per godere di queste piccole cose, ma che erano grandi soddisfazioni. Certo lavoravamo sodo per averle, ma c’era di bello che non dovevamo dire grazie a nessuno.
Penso che gli unici che hanno sentito meno questo cambiamento siano stati quelli ricchi, o anche solo i benestanti perchè possedevano già quello che al povero mancava da sempre. Il loro era un mondo a parte. Già da piccoli avevano la puzza sotto il naso; anche a scuola era religiosamente mantenuta questa distanza.
Pazienza, anche se questo faceva un po’ male. [...]


mercoledì 20 dicembre 2017

LE RECENSIONI DI NASCO / 5

"Dal Panaro al Piave"
di Cesare Cevolani,
Istituto Enciclopedico Settecani, 2016


(Disegno di Gustavo Cevolani per la copertina del volume)


Spilamberto non ha avuto morti nella prima guerra mondiale.
Questo afferma in modo sorprendente l’autore.
Sia di supremo conforto alla famiglia il sapere che il Reggimento, orgoglioso dei suoi valorosi soldati, scriverà nel proprio libro storico, a caratteri indelebili, il nome Suo; e lo additerà ai commilitoni come esempio fulgido di disciplina e di valore.
In questo modo si comunicava alla famiglia la scomparsa del proprio caro e non si parlava di morte. La retorica addomesticava i fatti.
Ciò che avveniva a Spilamberto rappresenta la modalità con cui in momenti storici particolari un uso del linguaggio nasconde gli avvenimenti, li trasforma in modo tendenzioso a scopi propagandistici.
Spilamberto diventa l’emblema di un costume più generale.
Questo uno dei meriti del libro: il riferimento puntuale delle vicende spilambertesi (una sineddoche, per dirla con l’autore) e il loro legame con quanto succede in Italia. Lo testimonia anche l’ampia bibliografia che comprende i risultati della più recente ricerca storica sull’argomento. Tale ricerca viene richiamata spesso come commento ai nodi storiografici via via incontrati.
Il volume di Cesare Cevolani, “Dal Panaro al Piave” (Spilamberto, Istituto Enc. Settecani, 2016), ricostruisce gli eventi che videro protagonisti Spilamberto e gli Spilambertesi durante gli anni della Prima Guerra Mondiale (1915-1918). Occorre precisare che non si tratta di un semplice collage cronachistico di fatti; i documenti vengono analizzati nei minimi particolari. Basti come esempio il telegramma di tre righe che troviamo all’inizio e la cui analisi si protrae per ben tre pagine (pp.19-21).
 La prima parte della ricerca è dedicata alle numerose trasformazioni di carattere sociale, economico e demografico che caratterizzano il paese: la guerra prima della guerra; il primo, secondo e terzo anno di guerra. La seconda parte vuole invece ripercorrere le storie dei soldati spilambertesi che parteciparono alla Grande Guerra, gli oltre 140 uomini caduti sui diversi fronti del conflitto; molti dei quali corredati di schede biografiche. Questi sono preceduti, tra l’altro, dell’incredibile paragrafo sui prigionieri. Segue il capitolo sui reduci, corredato da materiali forniti da spilambertesi relativi a genitori e nonni. Le testimonianze utilizzate per la ricostruzione provengono da varie fonti archivistiche, tra cui il ricco Archivio Storico del Comune di Spilamberto. Inoltre elementi di cultura orale e digitale: informazioni, storie e fotografie sono state raccolte parte “in Piazza”, chiacchierando e spargendo la voce tra le persone; parte via Internet utilizzando e-mail e “social network”. Ecco allora la sorprendente presenza di lettere, diari, che raccolgono vicende e microstorie dei protagonisti. Così pure la sorprendente galleria di ritratti che conclude un ricco apparato fotografico. Sono fotografie di spilambertesi, quasi tutte effettuate in studio e in posa, “volti di contadini, commercianti, operai che davanti alla macchina fotografica assumono l’aspetto fiero e marziale richiesto dal ruolo che stanno ricoprendo”.
Il libro si conclude con un utilissimo indice di nomi che ci permette di andare a scovare i nostri parenti e conoscenti. Lo stile di scrittura è chiaro, robusto, efficace.
Grazie all’autore Spilamberto è entrato a far parte della storia della Prima Guerra Mondiale.

venerdì 15 dicembre 2017

CARAMELLE DALL’ARCHIVIO / 47

Indovinelli spilambertesi, di Annarita Bianchini



1) Il suo amor gli provocò
    un destino assai fatale,
    ma sui muri tramandò
    ciò che ancor tu puoi trovare.

2) Se con noi tu vuoi giocare,
    dimmi: quanto siam alti dal mare?

3) La ritrovi sempre intatta,
    porta ben la sua età:
    fa da solida corazza
    contro quei che stan di là.

mercoledì 6 dicembre 2017

LA MEMORIA IN TAVOLA: LE RICETTE DI MARNA / 6

Pani neri di Natale di Antonietta



(Pastello di Cristina Grandi)



Seconda parte


[...] I “Pani di Natale” vanno preparati 10/15 giorni prima della ricorrenza.
Per tre pani neri occorrono:
500 gr. di farina per dolci setacciata con il lievito, 2 cucchiai di miele millefiori, 50 gr. di burro, 100 gr. di zucchero, 2 uova, doppia dose (due bustine di lievito chimico), 1 tazza piena di frutta secca (mandorle, noci, nocciole, arachidi) tritata grossolanamente a coltello, 3 fichi secchi tagliati a cubetti, 1 manciata di uvetta ammorbidita nel sassolino, sassolino, saba, frutta candita per guarnire.
Si impastano tutti gli ingredienti aggiungendo tanta saba quanto basta per ottenere un impasto molto morbido, quasi appiccicoso.
Imburrare 3 alti contenitori in alluminio da 20 cm. x 12, infarinarli bene e suddividervi l’impasto, guarnire con la frutta secca, metterli in forno preriscaldato a 200 °C con umidità all’interno, proseguendo a 180 °C per 45 minuti.
Appena tolti dal forno, spennellarli con una miscela in parti uguali di sassolino e saba.
Riporre i pani neri in luogo fresco e mantenerli morbidi spennellandoli nuovamente ogni tre/quattro giorni con il sassolino e la saba.
Solitamente un pane sparisce prima che arrivi il Natale, ma gli altri non mancano mai sulla tavola delle feste.
Alcuni anni fa sono tornata all’ex forno Baccolini, sono entrata, ho parlato del ricordo che avevo e mi hanno lasciato entrare nella zona dei forni: l’ambiente mi è sembrato piccolissimo!
«Avete modificato la stanza ?», ho chiesto.
«No», è stata la risposta.
Uscita in strada mi ha preso una nostalgica malinconia; il forno non era rimpicciolito, ero io che ero cresciuta.
La saba, per chi non la conosce, è un ingrediente molto noto dalle nostre parti; non è altro che mosto di uva fatto cuocere molto lentamente fino a quando non si è ridotto di un terzo. Per impedire che si attacchi sul fondo vi è l’usanza di aggiungere tre noci ben lavate. Per l’alta concentrazione zuccherina, che subisce durante la cottura, si conserva in recipienti con chiusura ermetica senza la necessità di una sterilizzazione.
Mia madre dice che quando era bambina con la saba condivano la polenta; io ricordo che versata in un bicchiere colmo di neve diventava una straordinaria granatina.
Mentre torno indietro nel tempo con la memoria, ricompaiono nel ricordo gli utensili della cucina: la stufa a legna, il fornello con la bombola a gas, “la giazarèina” poi “Lei”, il primo forno casalingo, la Petronilla. Era, questa, un tegame in alluminio, alto, rotondo, con un coperchio ermetico in parte di vetro per potere controllare l’interno; era dotata di un cavo elettrico e, una volta collegata alla
corrente, si scaldava e vi si potevano cuocere gli alimenti, soprattutto crostate e ciambelle.

Come sono cambiati i tempi! Mi sembra ieri, ma sono trascorsi cinquant’anni!

giovedì 30 novembre 2017

LA MEMORIA IN TAVOLA: LE RICETTE DI MARNA / 5

Pani neri di Natale di Antonietta


Prima parte

È impossibile descrivere il profumo e il sapore di questo dolce: è ricco di ingredienti che si amalgamo e si affinano con il passare dei giorni. Ogni volta che li bagno per mantenerli morbidi e sento il loro aroma percepisco il profumo del Natale.
Quando li preparava mia madre, metteva sul tagliere una montagna di farina che aumentava enormemente per tutti gli ingredienti che venivano aggiunti: burro, uova, zucchero e tanta frutta secca (quella che c’era a portata di mano), poi castagne secche cotte e tanto “savor” per riuscire a tenere assieme tutti gli ingredienti. Con l’aggiunta del “savor” il colore cambiava, diventava bruno e iniziava a sprigionare il gradevole profumo del mosto cotto e concentrato.
Quando ero piccola, a casa nostra, come nella maggior parte delle famiglie, non c’era un forno adatto; quello inserito nella stufa a legna era molto piccolo e poco funzionale. Terminato l’impasto, mia madre lo metteva in una grande terrina bianca, lo copriva con un telo pulito e, insieme, andavamo al forno del paese, da Baccolini,  per la cottura.
Per me questo era un momento magico. Arrivate sul posto, aspettando che si liberassero i forni, mi riempivo del profumo del pane che stava cuocendo… una meraviglia. Nel frattempo, su grandi teglie scure posate su di una enorme tavola di marmo bianco, mia madre dava all’impasto la forma arrotondata, di ciambella con il buco. Non era l’unica ad utilizzare quel forno per la cottura di dolci, e così nell’attesa diverse massaie, che si trovavano lì, spettegolavano mentre allineavano tortelli ripieni di marmellata, amaretti, ciambelle e coloratissimi pani neri rivestiti di canditi. Era il fornaio a dare il via alla cottura mantenendo l’ordine delle prime teglie preparate. Il profumo della stanza lentamente cambiava facendosi sempre più dolce e aromatico, anticipando il gusto di tutte quelle prelibatezze. Appena tolti dal forno, mia madre spennellava con una mistura scura i pani che diventavano così lucidissimi. I pani neri non erano il mio dolce natalizio preferito. Non amavo la loro durezza, ma rappresentavano comunque il Natale. Dopo essermi sposata, per anni ho evitato di riproporre questo dolce, ma poi ho desiderato riprovare quel gusto e non l’ho più abbandonato. Ora utilizzo la ricetta di mia zia che è la stessa di sua madre Antonietta. [...]

Arrivederci alla prossima settimana per la seconda parte: troverete... la ricetta di Antonietta!

mercoledì 22 novembre 2017

ROCCA DELLE MIE BRAME / 23

FINE '700

DIALOGO TRA ROCCA E TORRIONE




-Ma chi sono questi? Cosa vogliono?
-I francesi mia cara Rocca, i francesi.
-Uh! non sopporto questa gentaglia.
-I francesi, mia cara, i francesi.
-Dove sono le feste, i matrimoni, i pranzi sontuosi, i bei vestiti, che tu, mio imponente e serio Torrione, adocchiavi da lontano... e le carrozze, i giochi e le battute di caccia nel parco!
-I francesi, mia cara, stai calma.
-E tutti quegli splendidi gentiluomini nobili.
-I francesi, mia altezzosa compagna, hanno eliminato i privilegi della nobiltà; adesso sono tutti uguali: niente più titoli.
-E i Rangoni? Non li vedo. Sono scomparsi.
-I nuovi governanti si sono impadroniti dei beni feudali.
-Beni feudali? Ma la Rocca appartiene a loro, ai Rangoni!
-I beni feudali sono quelli che il Duca ha dato in concessione ai nobili, e i governanti francesi hanno deciso che la Rocca è feudale. Se ne sono appropriati, anche se il Marchese sostiene che è un bene allodiale, cioè suo personale.
-Prima i paesani mi facevano, a volte, compagnia, passavano qui dentro, nel tratto dal Panaro al Castello, mai nelle stanze! Ora me li trovo persino in quella del Trucco: risate sguaiate; e quei paroloni libertà, uguaglianza, patriottismo. Alcuni ambienti diventano quartiere per soldati, si riempiono anche di bacchette di carbone, dicono che siano per la polveriera.
-Già, quei francesi.
-Ho freddo, i camini sono spenti, c’è il gelo del vuoto. Nessuno si occupa di me. La sporcizia. Certe finestre rimangono aperte: l’umidità. Alcuni vetri sono stati rotti. I pavimenti sono ingombri di calcinacci: non è semplice calcina, ma splendidi affreschi che si staccano. Pensa, è stato usato come fermo un pezzo di una porta di splendida fattura. Che tristezza!
Questo il lamento della Rocca.

Il 12 ottobre 1796 il “Comitato di Governo degli Stati di Modena”, a seguito del Proclama riguardante la soppressione dei Feudi, confisca i beni feudali del territorio del Ducato; anche la Rocca viene avocata al Demanio. La famiglia Rangoni sostiene che è un bene allodiale, privato, e in un documento del 1807 la definisce “Palazzo”, utilizzata sia come residenza sia come soggiorno estivo e autunnale. Nella Rocca, si afferma, non sono mai esistiti: “Locali per la Custodia dei delinquenti [] Raccogliesi dai Libri di Casa che considerabili somme sono state anche negli ultimi anni impiegate nella riedificazione di tale fabbricato [...] anche la prima pietra del Palazzo stesso, e sua edificazione, sia stata gettata, e seguita dagli antenati di tale Famiglia”.
Nel 1812 la Rocca torna ad essere proprietà Rangoni, in seguito alla restituzione dei beni ex feudali non venduti.

Ascoltiamo, però, con attenzione gli insistenti lamenti della superba Rocca: nelle sue parole si può già percepire l’ombra di una inevitabile e vicina decadenza. Il tempo confermerà.