mercoledì 18 luglio 2018

PAGINE DI DIARIO / 27

Da “Per piacere non buttatemi via”, di Franca Santunione.

(Anno 1959 – Franca Santunione con la mamma Giovanna Gagliardelli –
sullo sfondo i vecchi giardinetti del Piazzale davanti alla Rocca di Spilamberto.)


Parte dodicesima

[...] Ho incominciato  a fare i conti con la realtà quando mi sono innamorata la prima volta.
Questo accadde nel 1955. Io avevo 19 anni e lui 22. Credo che fosse aprile o maggio… comunque era primavera.
La prima volta che lo vidi era seduto insieme ad altri tre ragazzi sul muretto del giardino della vecchia scuola elementare. Si trovavano lì perché avevano un appuntamento con delle mie amiche [...] venni presentata [...] dopo un po’ li salutai per andarmene via. Il ragazzo che più mi aveva colpita, mi disse: «Perché te ne vai?».
Risposi che andavo al cinema perché era in programma un film che m’interessava vedere.
«Il film puoi vederlo anche un altro giorno. Per questa sera rimani con noi!».
In quel momento un altro ragazzo disse:
«Perché non andiamo a Vignola a prendere un caffè?».
[...] tutti furono d’accordo.
Il ragazzo che mi aveva chiesto di restare si chiamava Marco. Ero ancora indecisa su cosa fare quando Marco mi prese la mano e mi portò  verso due auto parcheggiate poco distante. Marco aprì lo sportello di una di queste e mi invitò  a salire ed a sedere nei posti dietro; lui fece  il giro dell’auto e si sedette al mio fianco, uno degli altri ragazzi salì  al posto di guida . (Più tardi venni a sapere che la macchina era di Marco). [...] eravamo a metà strada quando improvvisamente Marco mi baciò. Rimasi sorpresa e sconcertata. Cercai di respingerlo, ma senza fare della confusione perché non volevo che gli altri capissero cosa stava succedendo visto che avevo capito, da come mi  avevano  parlato poco prima, che alla mia amica seduta sul sedile davanti piaceva Marco. [...]
Mi piace pensare che a portare Marco sulla mia strada sia stato il mio Angelo Custode. Credo che abbia voluto parcheggiarmi in questa storia mentre mi stava cercando per tutta l’Italia l’uomo che avevo sempre sognato. Potevo, è vero, aspettarlo senza frequentare nessun ragazzo, ma c’era anche il rischio che andassi ad infilarmi in una storia dove non era più possibile uscirne.
Perché dico questo?
Perché la mia storia con Marco non poteva avere nessun futuro.
Questo non potevo saperlo; almeno all’inizio, perciò fu una storia d’amore com’è naturale che sia tra due ragazzi ... una storia con le sue gioie, ma anche una storia sofferta.
Questo fu il mio primo colpo di fulmine.
Marco era un bel ragazzo, simpatico, di modi signorili e tanta voglia di divertirsi. D’altra parte non poteva che essere così. Apparteneva anche a quel ceto sociale che ho descritto con la puzza sotto il naso. Questo però non gli impediva di essere socievole con tutti. In poche parole, non si dava delle arie. (Devo confessare che quelli con la puzza sotto il naso non mi erano più tanto antipatici.)
Tutto andò bene per circa un anno e mezzo, poi il mio stato d’animo cambiò... incominciarono le sofferenze. Venni a sapere che nelle sere che non ci vedevamo caricava i suoi amici in macchina (era uno dei pochi che in quegli anni l’aveva) e andavano a fare i bulletti per i vari paesi dell’Emilia. A Marco piaceva molto ballare [...]. Questo mi faceva stare male, ma non gli ho mai detto che ne ero a conoscenza. Questa sofferenza mi aiutò a prendere coscienza della mia storia con Marco. Tutte le volte che ci pensavo molto seriamente finivo col dirmi che non aveva nessun futuro. Questo per due ragioni (ne sarebbe bastata anche una sola).
Una di queste era la sua famiglia. [...] Sapevo che il padre era dottore e aveva una sua attività (aveva una farmacia). Avevano anche la donna di servizio.
Basta questo a far capire come fossimo distanti come ambiente famigliare. Questo in quegli anni aveva ancora molta importanza. Poi c’era la mia famiglia; soprattutto mio padre che col passare degli anni era peggiorato: ora bastava poco per essere ubriaco e sempre più litigioso fuori e dentro casa. Poi c’ero io senz’arte né parte, e naturalmente sempre povera, così mi attaccavo all’orgoglio dicendomi che in un ambiente tanto diverso dal mio mi sarei sempre sentita una povera cenerentola.
Temevo molto che  i suoi genitori, come moglie del figlio, mi avrebbero accettato con pochissimo entusiasmo, così che lottavo disperatamente con la ragione e il sentimento. Finiva sempre per vincere quest’ultimo.
Mi viene in mente quella frase che dice: “Il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce”.
Difatti ne sono uscita solo quando il Signore, o chi per esso, mi è venuto in aiuto.
Oh, non è che non ci provassi, mi facevo tutti i miei bravi ragionamenti; preparavo ciò che dovevo dirgli, ma poi quando era lì davanti a me diventavo completamente smemorata. [...] sapevo che dovevo arrivare a chiudere questa storia.
Anche mia madre aveva capito che qualcosa mi tormentava: aveva capito anche da cosa dipendeva perché una sera mi chiese se Marco era il ragazzo che sognavo da ragazzina. Ci pensai un attimo, poi risposi di no. Allora disse: «A parte il fatto che quel ragazzo solo un miracolo poteva fartelo incontrare!... ma se pensi che Marco non sia la persona giusta per te, lascialo, prima che sia troppo tardi!». Non mi chiese la ragione di questo mio pensiero, e ne fui contenta. Come avrei potuto dirle che solo l’idea di conoscere i suoi genitori mi spaventava e che lo era ancora di più il pensiero  che un giorno avrei dovuto presentargli mio padre. Era tanta la vergogna che non avevo mai parlato a Marco di mio padre.
La mia famiglia l’avevo tenuta fuori dalla nostra storia. Conosceva mia madre solo perché a volte si erano incontrati per caso, e tra di loro c’era un semplice saluto di circostanza. Con mio padre avevo fatto in modo che non s’incontrassero mai. Questo non fu difficile perché niente in quelle ore lo faceva uscire dal suo regno, cioè l’osteria, ma per maggior sicurezza, se il tempo lo permetteva, l’aspettavo nel piazzale, e lì ci salutavamo quando se ne andava.
Diedi retta a mia madre. Incominciai ad uscire con le amiche quando Marco non veniva. Si andava a passeggiare o al cinema e a volte anche a ballare: questo nella speranza di conoscere un ragazzo che mi piacesse almeno un po’. Niente da fare! Non ce ne era uno che andasse bene. Se poi qualcuno insisteva nel corteggiarmi finiva solo per infastidirmi: credevo che non ce l’avrei mai fatta a togliermelo dalla testa e dal cuore. Invece, questa storia finì... No, non era finita la storia perché questa si trascinò per un po’ di tempo; era finito solo il sentimento che provavo per Marco, e strano a dirsi, improvvisamente com’era cominciato finì e cosa ancora più strana, nello stesso posto! [...]
Questo fatto accadde la prima domenica di giugno del 1958. Quella fu una giornata strana ... Come tutte le domeniche, io e mia madre ci dividevamo i lavori di casa che durante la settimana non eravamo riuscite a fare in quanto lavoravamo entrambe. Tutto andò bene fin verso le dieci, poi incominciai a sentirmi strana; non riuscivo a combinare niente, così che mia madre mi chiese se stavo male? Dissi di no, ma non riuscivo a capire perché fossi tanto agitata![...]
Quella sera avevo, alle 21, un appuntamento con Marco, ma alle venti mi prese una gran voglia d’uscire di casa; questa non era una novità, perché di solito l’aspettavo nel piazzale, ma quella sera sentivo il bisogno di muovermi e stare da sola, nella speranza che questo mi calmasse un po’. Resistetti fin verso le 20,30, poi dissi a mia madre: «Io esco, e se dovesse venire a cercarmi Marco, digli  che sono uscita e non sai dove sono andata, ma che sarò nel piazzale alle nove, o giù di lì».
Mia madre, che in quel momento stava leggendo, alzò la testa, mi guardò da sopra gli occhiali e con una esclamazione disse: «Cosa?... No, no no! Io non voglio assolutamente sapere niente delle tue stupidaggini!!! inoltre io ora  esco, e vado a trovare la mia amica Bruna».
(Veramente mia madre non disse stupidaggini, ma in dialetto usò un termine più colorito).
Senza perdere tempo, si preparò  e se ne andò. Io tentennai un po’, poi uscii.
Nel piazzale trovai le solite amiche; mi fermai giusto il tempo per salutarle, poi me ne andai. Camminando feci tutto il perimetro della parte vecchia del paese, finché mi ritrovai dietro la vecchia scuola elementare col famoso muretto dov’era seduto Marco la prima volta che l’ho visto.
Dall’altra parte della strada, proprio di fronte, c’era la sala da ballo (quella bruttina).
Sentendo l’orchestra suonare, mi prese una gran voglia d’entrare, ma avevo un problema, non avevo con me neanche una lira... Mentre pensavo come potevo fare, vidi  un ragazzo che lavorava nella mia stessa ditta, così gli sono andata a chiedere se mi prestava qualche soldo per entrare.  Me li prestò ed entrai. Mentre facevo questo pensavo di rimanere dentro solo pochi minuti per poi andare all’appuntamento con Marco. Benché avessero aperto da pochi minuti, il locale era già molto affollato. Appena entrai  vidi  una mia amica vicina alla pista da ballo; le andai vicino, la salutai, lei mi guardò e mi dice: «Beh! cosa fai qui?».
«Non lo so», risposi. (Non mi andava di dare delle spiegazioni).
Le chiesi come mai era lì. Rispose che era arrivata da pochi minuti e che non c’erano più tavoli liberi e che stava lì nella speranza di vedere se qualche amica stava ballando,  sperando che avesse un tavolino per ospitarla. Finì un ballo, ne finì un altro, ma di amiche non se ne vedeva una.
Su un lato della pista c’erano degli alberi e sotto a questi i tavolini. La mia amica si attaccò a un grosso ramo e si sollevò un po’, per vedere se qualche amica  fosse  seduta da qualche parte, quando mi disse: «Vedo seduti a un tavolino là in fondo dei ragazzi che conosco! Andiamo a sentire se ci ospitano!».
Le chiesi  se erano ragazzi del paese e lei mi disse di no: disse che li aveva conosciuti un paio di giorni prima nel bar di sua zia [...]. Le chiesi cos’erano venuti a fare a Spilamberto, «Per cercare il petrolio» rispose. La cosa mi sembrò molto strana. Comunque le dissi: «Se vuoi andare, vacci, io non vengo perché mi vergogno». [...] Senza pensarci due volte lei andò  da quei ragazzi che furono contenti di ospitarla, anzi, le chiesero se aveva altre amiche. Disse che c’ero io, ma che non ero andata insieme a lei perché mi vergognavo. Nel frattempo ero rimasta vicino alla pista sperando di vedere almeno un’amica per salutarla e per poi uscire.
Proprio in quel momento sentii dietro di me una voce maschile che diceva: «Signorina buona sera».
Mi girai e mi trovai davanti un bel ragazzo. [...]

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