mercoledì 26 dicembre 2018

LA MEMORIA IN TAVOLA: LE RICETTE DI MARNA / 7 (II parte)

Gli amaretti di Spilamberto


1916 - Da destra: Concetta Sirotti detta “Gemma”, Athos Nazareno Freschi, Anna Freschi. 
“Gemma” era mamma di Mario Freschi e moglie di Ariodante Freschi,
il cui fratello possedeva la privativa per sale tabacchi a Spilamberto.



Timbro originale di proprietà della nipote di “Gemma del forno”.


Seconda ed ultima parte

[...] Scopro che quel procedimento è lo stesso delle donne entrate nella storia degli amaretti spilambertesi: Maria Lambertini Scarabelli, Maria e Concetta Sirotti, quest’ultima conosciuta come “Gemma del forno” e tante altre che continuano a produrli e a venderli.

È molto difficile risalire a chi ha inventato la ricetta degli amaretti.

Fin dal Medioevo la mandorla era uno degli ingredienti più usati nelle cucine di corte; il suo latte e burro era un’alternativa alla carne nei periodi di Quaresima, era un addensante, naturale per brodi e salse. Un biscotto che ci riconduce all’amaretto sembra essere nato in Italia durante il Rinascimento, con ingredienti aggiunti quali, farina, zafferano e spezie varie, ingredienti indispensabili per la cucina di quell’epoca.
L’amaretto dei nostri giorni, secondo le fonti più accreditate, sarebbe stato inventato in Piemonte nella metà del Settecento,  si  è poi  diffuso in molte regioni d’Italia, dal nord al sud.  Anche se gli ingredienti sono sempre gli stessi (mandorle, zucchero e albumi) si differenziano a secondo delle tradizioni locali: a volte morbidi o croccanti, o secchi come quelli di Saronno famosi in tutto il mondo; variabili nella friabilità e nell’intensità amarognola.
La particolarità di quelli di Spilamberto è che sono croccanti fuori, morbidi dentro; questa è la caratteristica che li differenzia da quelli di Modena, più secchi.
Per anni sono rimasti solamente  una consuetudine familiare.
Fu la famiglia Goldoni verso la fine dell’Ottocento a commercializzare gli amaretti a Spilamberto. La loro pasticceria  era molto rinomata; la cottura degli amaretti avveniva nel forno di Concetta Sirotti, detta “Gemma del forno”. Con la cessata attività della pasticceria Goldoni, avvenuta nel 1930, Concetta, che aveva imparato e iniziato a preparare gli amaretti, continuò la produzione e vendita fino al 1933, momento in cui trasmise a sua cugina Maria e ad alcune amiche la ricetta. 
C’è chi ama attribuire la caratteristica che distingue gli amaretti di Spilamberto alla signora Goldoni, in quanto prima produttrice e divulgatrice del prodotto. Gli storici la vorrebbero uscita dalle cucine nobili e si ipotizza l’apprezzamento di questo biscotto da parte dei marchesi Rangoni.
Se non fosse per il piccolo quantitativo di farina di riso, la ricetta che  considero più simile all’attuale è scritta nel ricettario di Ferdinando Cavazzoni (un libro di cucina modenese del 1886) credenziere di casa Molza,  anch’essi nobili e proprietari terrieri a Spilamberto: 
“Prendete mezza libbra (225 gr.) di mandole dolci e 60 gr. di mandole amare pelate unitamente alla metà d’un bianco d’uovo, si pestano nel mortaio, mettetele in un catino con 50 gr. di farina di riso, 3 hg. di zucchero in polvere, 4 bianchi d’uova montati; mescolando mettete la pasta così fatta sopra a fogli di carta a piccole porzioni, fate cuocere in forno non troppo caldo dopo averli spolverizzati di zucchero”.
Deduco che, dalle ricette qui riportate, le indicazioni che più si avvicinano  alla tradizione sono quelle in cui si prevede di unire lo zucchero alle mandorle e non la mia che prescrive di unire lo zucchero agli albumi.
A questo punto mi chiedo: ma dove ha preso la ricetta mia nonna Iside?

mercoledì 19 dicembre 2018

LA MEMORIA IN TAVOLA: LE RICETTE DI MARNA / 7

Gli amaretti di Spilamberto



Parte prima
               
G
              Gli amaretti erano un dolce delle feste, l’alto costo delle mandorle lo rendevano un biscotto prezioso, le famiglie contadine spesso mettevano da parte le armelline delle albicocche per la loro preparazione. A casa mia si preparavano solo a Natale o con l’arrivo di parenti che venivano da lontano. A questi se ne regalavano sempre da portare a casa confezionati con un imballaggio speciale: una elegante scatola di cartone, munita di coperchio, color paglierino, adornata ai lati interni da un candido pizzetto di carta. Noi gli amaretti andavamo a cuocerli al “Forno di Baccolini”.  Oltre alle teglie, per foderarle ed evitare che si attaccassero, ci veniva consegnata la carta del sacco della farina; dopo averla sistemata bene sulla teglia, mettevamo  a  piccoli mucchietti ben distanziati l’impasto che si era preparato a casa.
Tolti dal forno occorreva lasciarli raffreddare benissimo prima di staccarli dalla carta; spesso si impilavano i vari fogli e si staccavano una volta giunti a casa.
Oggi io preparo gli amaretti con la ricetta di mia nonna Iside.
Per una decina di amaretti occorrono: 1 albume, 100 gr. di zucchero, 100 gr. di mandorle, 5 o 6 mandorle amare. Il mio procedimento è quello che usava mia nonna con piccole varianti per aumentarne il sapore.  Utilizzo le mandorle con la buccia, le metto in un tegame con acqua fredda, porto a bollore, le tolgo dal fuoco e le pelo. Le faccio asciugare in forno per una decina di minuti a 150°. Le trito nel mixer (sarebbe meglio a coltello) assieme a quelle amare aggiungendo 1 o 2 cucchiaini di zucchero tolto dal peso che mi occorre per preparare la dose stabilita. Monto a neve ben ferma gli albumi con alcune gocce di succo di limone, aggiungo molto lentamente e a più riprese lo zucchero rimasto cercando di non smontare l’albume, unisco le mandorle macinate e un pizzico di sale. Lascio riposare l’impasto una mezz’oretta mescolando di tanto in tanto. Dispongo l’impasto a mucchietti grandi quanto una noce su carta forno, li spolvero in superfice con un pizzico di zucchero e inforno a 160° per 25 minuti.
Difficile trovare due amaretti simili, ogni famiglia ha il proprio segreto; io e mio zio Mauro, figlio di mia nonna Iside, li prepariamo con la stessa ricetta e otteniamo  due risultati diversi e sono molto più buoni i suoi, dice lui! Sono più di quarant’ anni che li preparo con la stessa ricetta, ma un fatto mi obbliga a prepararli con un altro procedimento .
Sempre, mentre si mangia si parla di cibo, così, parlando di amaretti,  tra una tigella e  l’altra, con la presunzione che la propria sia la “vera” ricetta tradizionale degli amaretti, la signora Vanna Tagliazucchi mi svela il segreto della vera ricetta antica e racconta: “... Alle mandorle tritate si unisce lo zucchero, (lo zucchero io lo aggiungo agli albumi) così  trattiene bene l’olio, poi, lentamente, si unisce l’albume montato a neve. Si deve mescolare molto bene, l’impasto “l’ ha da fer la tìa…”.
Che dire? Io ho capito  cosa intende, ma spiegarlo…! È un impasto consistente, che tiene, che lo senti, che, quando lo porzioni, un po’ fila.
La differenza tra le due preparazioni non è tanta perché sono simili nel sapore, mentre nella consistenza quelli di Vanna all’interno sono morbidi, friabili, un po’ spumosi, li senti sciogliere in bocca, i miei hanno sì l’interno morbido, ma è più consistente e compatto.
Ma la ricetta antica quale sarà? [...]

Arrivederci alla seconda puntata!


mercoledì 12 dicembre 2018

CAPRICCI DIALETTALI / 14

L’ASÉ BALSÀMA

Sonetto di Silvio Cevolani,
tratto da  “Storia di Spilamberto a Sonetti”, Mercatino di Via Obici, 2003


Disegno di Fabio Amadessi per “Vita di San Balsama”, Mercatino di Via Obici, 2008.


Guerda egh culor, piò scur che al piò brot pchè,
e pés, e deins ch'al pèr quesi savor;
mo bel e cier damanch t'l'aves culè
e quand l'é bel daboun al fa lusor.

Verel mo adesa e apeina destapè
mategh asvein al nes e seint l'udor
che un'eter quel ch'al sia acsè profumè
t'en al sintre mai piò, al me bel sgnor.

As capes ch'a t'in dagh un cuciarein
e un cuciarein d'arzeint e brisa ed zama[1]
che i sgnor i van coi sgnor: o an deghia bein?

E adesa t'al po dir se la so fama
l'é giosta opur s'l'é un quel da buratein:
adesa t'l'é sintu l'Asei Balsama.




[1] Lega metallica di scarso pregio. Con tocco professionale preciserò che è costituita principalmente da zinco, con un 4% di alluminio e poco magnesio (0,04%); a volte anche un po' di rame (1%).

giovedì 6 dicembre 2018

PAGINE DI DIARIO / 31


Da “Per piacere non buttatemi via”, di Franca Santunione.


(Anno 1959, Spilamberto, fontana del Municipio: Piero (in alto a sinistra) e altri colleghi dell’A.G.I.P.)


Parte quattordicesima

[...] Ora apro una parentesi per spiegare perché quei tanti ragazzi erano arrivati a Spilamberto.
Da quasi due o tre mesi l’ENI-AGIP aveva iniziato  a fare nei dintorni del paese delle perforazioni per l’estrazione del gas.
Io non ne sapevo nulla, non avevo visto nessun viso nuovo in giro per il paese fino a quella sera.
Arrivarono a Spilamberto alla fine di maggio 1958, dopo aver fatto un corso di sei mesi a Cortemaggiore (PC): tanti ragazzi provenienti da tutte le regioni d’Italia.
Quelli che già erano a Spilamberto vennero trasferiti; non tutti però, perché un cantiere di quel genere non poteva essere messo in mano a dei ragazzi appena usciti da un corso.
Il giorno dopo  non riuscivo a togliermi Piero dalla testa, ma ero convinta che questo fosse dovuto alla sua simpatia, a quel suo modo di parlare e a ciò che mi aveva detto... e mi sorprendevo a sorridere da sola.
Quella sera, come sempre, dopo cena uscii  e trovai  le mie  amiche sedute ai giardinetti, ma non su una delle panchine dove si poteva vedere ciò che succedeva su tutta la Piazza.
Essendo queste già occupate, ripiegarono su quelle di via Obici, così che noi non potevamo vedere ciò che succedeva nella piazza, ma neppure chi si trovava a passare in questo luogo poteva vederci se non quando una decina di metri divideva gli uni dagli altri.
Questo può sembrare senza importanza, invece se così non fosse stato, oggi non sarei qui a raccontare questa mia storia, cioè la mia vita, che era cambiata la sera prima, ma che ancora non lo sapevo...
Seduta insieme alle altre c’era l’amica della sala da ballo che mi chiese subito la ragione del mio comportamento che li aveva lasciati tutti sbigottiti.
Dopo averle spiegato il motivo, mi disse che quello che si era arrabbiato di più era stato il ragazzo romano: era così arrabbiato che alla fine aveva detto:
«Spero di non vederla mai più!».
Questa frase mi fece sorridere, perché in un paese è difficile non incontrarsi; era solo questione di tempo.
Infatti… dopo una decina di minuti eccolo arrivare!
Era in compagnia con uno dei ragazzi della sera prima.
Essendo seduta sul lato destro della panchina (sulla spalliera), ero la prima ad essere vista attraverso le prime due arcate del portico che formavano l’angolo tra la Piazza e via Obici.
Piero come mi vide  si bloccò, e si girò di scatto per ritornare indietro,  l’altro ragazzo, che invece voleva venire avanti, lo tirava per un braccio, così che uno tirava di qua e l’altro di là, poi dopo un po’ Piero cedette e  vennero avanti.
In quel momento ero spaventata. Temevo che mentre erano lì arrivasse Marco, anche perché era già difficile trovare delle spiegazioni per come mi ero comportata la sera prima... figuriamoci se mi avesse visto in compagnia di altri ragazzi!
Col tempo ho capito che la mia paura non era questa:  inconsciamente non volevo che Piero sapesse dell’esistenza di Marco, ma in quel momento, presa dal timore dell’arrivo di Marco, dissi alla mia amica di dire, appena si fossero avvicinati, se volevano fare una passeggiata, e se dicevano di sì, di andare in fondo alla strada dove c’era un giardino e all’interno un cancello, e di aspettarci lì che noi li avremmo raggiunti appena sua madre (che la stava sorvegliando) si fosse distratta [...].
Avevano accettato. Veramente fu l’altro ragazzo a dire di sì; Piero si limitò a dire un semplice “buona sera”. Io non potevo incamminarmi insieme a loro perché era la strada che di solito  faceva Marco quando arrivava nel piazzale.
Appena si furono allontanati mi sono alzata, dicendo alle amiche che se fosse arrivato Marco di dire che non mi avevano vista, poi sono andata ad spettare l'amica  in una via parallela (via Savani).
Al suo arrivo abbiamo raggiunto i ragazzi che ci aspettavano vicino al cancello. Questo cancello era l’ingresso principale di una bella villa circondata da un parco. Entrammo.
Io e Piero dopo aver passeggiato per un po’, ci  sedemmo  su uno dei gradini di una scala che si trovava di fronte alla villa, e che portava a un laghetto. Nel frattempo notai  che Piero non era più quello della sera prima.
Avevo l’impressione che mi studiasse per vedere se per caso non fossi un po’ matta.
Quella sera non poteva essere più bella di così.
C’era la luna piena, e il cielo pieno di stelle, e dentro al laghetto tantissime rane che facevano una grande confusione. Tutta quella confusione fece dire a Piero:
«Abbiamo le rane che ci fanno la serenata!».
Fu l’unica frase carina che disse in quel paio d’ore che rimanemmo seduti su quegli scalini.
Mi faceva piacere vedere che non approfittava della situazione perché ero sempre convinta di provare per questo ragazzo solo della simpatia e mi piaceva sentirlo parlare.
Non poteva però fare scena muta (sarebbe stato imbarazzante), così mi parlò di Roma, della sua famiglia e della ragione che l’aveva portato a Spilamberto.
L’ascoltavo senza perdere una parola: quando ebbe finito, sentii il bisogno di parlargli di me.
Raccontai quella sera a Piero ciò che a Marco non ero riuscita a dire in tre anni. [...]
Gli raccontai che lavoravo dall’età di dodici anni, che lavoro facevo e che ero nata in una delle famiglie più povere del paese, ma soprattutto gli parlai di mio padre. Quando ebbi finito fu come se mi fossi tolta un macigno dallo stomaco.
Mi venne facile raccontare queste cose perché Piero mi ispirava molta fiducia; [...] La sensazione di parlare solo a un amico durò ancora pochi minuti.
Non avendo l’orologio gli chiesi che ora fosse? Disse  che erano le 22,30.
«Devo andare a casa» dissi «perché domattina devo alzarmi presto per andare al lavoro».
Anche Piero doveva andare al lavoro quella stessa notte alle 4, così si alzò ed allungò una mano per aiutarmi ad alzarmi.
Come mise la mia mano sulla sua, fu come se avessi toccato un filo elettrico scoperto: sentii una scossa per tutto il corpo. Avevo forse avuto un colpo di fulmine con 24 ore di ritardo? O per 24 ore avevo mentito a me stessa  nel voler credere che per quel ragazzo provavo solo della simpatia?!
Mentre andavamo verso l’uscita cercavo di fare l’indifferente, ma avrei dato l’anima per sapere cosa Piero provava per me.
Questo lo seppi quando arrivammo al cancello.
A pochi metri da questo c’era un grazioso pozzo di marmo bianco (o travertino) e ferro battuto, Piero lo vide e mi chiese se era il pozzo dei desideri. Risposi che non lo sapevo.
«Allora vediamo se lo è!» disse. Mi prese per mano e andammo vicino al pozzo, raccolse un sassolino, lo buttò dentro, aspettò qualche secondo poi mi guardò e disse: «Tu non hai niente da desiderare?».
Io: « Un desiderio l’avrei, ma non posso dirlo!».
Lui: «Non devi dirlo ma solo buttare dentro un sassolino, pensare intensamente e vedrai che si avvera!».
Così feci; poi ci spostammo verso il cancello. Lì giunti, Piero dice: «Posso sperare di vederti domani sera?».
Il pozzo aveva funzionato! [...]

mercoledì 28 novembre 2018

ROCCA DELLE MIE BRAME / 26

Nel verde verso il fiume: il “zardinum” della Rocca



(Parco della Rocca di Spilamberto: recinzione metallica
che racchiude le “tracce” dell’antica canalizzazione.)


“...passeggiate ed approcci chiacchieraticci nel zardinum...” riportavamo in una caramella precedente.
Filari di “olmi ben grossi” accompagnano oggi la nostra passeggiata storica. Occorre però attraversare il ponte, ormai fisso, superare la “vecchia Torre del belvedere” e spingere lo sguardo verso est dal suo arco centrale. Là in fondo il fiume. Lì vicino un “Casino” decadente, allora una “delizia”, un “Petit Trianon” spilambertese anticipava quello di Maria Antonietta nel castello di Versailles: affreschi interni dal “nostro” Giulio Troili, il “Paradosso”. Una pergola di vite verso nord ci rimanda a quegli anni secenteschi.
A lato un vasto prato che nell’inverno diventa quasi un acquitrino, impraticabile, e gela il “Prato degli specchi”.
Gli occhi dell’immaginazione ci presentano un settecentesco meccanismo utile per portare acqua alle coltivazioni, “per adaquàre” prati, piante e varia vegetazione, circondata da siepi disposte in schema geometrico; un succedersi di orti, giardini, vigneti, insieme a “peri, pomi, prugne bianche” ed alberi ad alto fusto, pioppi, salici e gelsi.
Verso nord-ovest, nell’invaso dell’antico fossato, una guizzante “peschiera”.
La luce del sole di mezzogiorno ci scopre uno specchio di colori: vasi e vasi di agrumi, “naranzi e limoni” verso sud, destinati a sonnecchiare, durante l’inverno, nella “Torretta” di sud-est che li domina dall’alto. Oggi la nostra “Muntagnìna”.
A volte echi di preghiera, suoni di canti religiosi interrompono la loquacità di quel silenzio. Forse è giunto un predicatore, oppure è la festa della Madonna, una delle tante venerate in Spilamberto. Nel “Prato della Rocca”, verso sud-est, si è radunata la gente del “Castello” al cospetto di un’architettura temporanea, allestita con materiali naturali; sono tronchi d’albero, oltre a ciò che le Parrocchie offrono: tappezzerie, tende di seta, quadri ed ornamenti. Un altare provvisorio per onorare personaggi importanti, Santi o celebrare feste religiose.
I “Signori” hanno concesso accoglienza: gente umile può vivere momenti di stupore e religiosa suggestione. Le eccessive fatiche del quotidiano vengono così dileguandosi nel verde di quel “Zardinum”.


(Notizie “condite con fantasia” e tratte da: Criseide Sassatelli, “La Rocca di Spilamberto e le sue adiacenze”, Comune di Spilamberto, giugno 2006; L. Balboni, P. Corradini,”Rocca Rangoni a Spilamberto”, Maggioli Editore, 2017.)

mercoledì 21 novembre 2018

STORIE DI SPORT A SPILAMBERTO / 2


Nino Olivieri, un sarto con la passione del calcio

di Luigi Barozzi


Campionato Giovanile FIGC 1947/48 - La compagine “Esperia”

Da sinistra - In piedi: Walter Bergonzini, Luigi Bonvicini, Gino Vandelli (detto Baligia)
Semiaccosciati: Vittorino Giusti, Arnaldo Zaccaria, Franco Piggi, Giuseppe Donati (in borghese)
Accosciati: Luciano Malagoli, Glauco Giovetti, Adelio Pelloni, Gianni Bonettini, Mario Costanzini.



Nino Olivieri, classe 1929, di professione sarto. La sua passione per il calcio era grande. Da ragazzo gli sarebbe piaciuto fare il portiere, favorito in questa sua aspirazione dal fisico longilineo, ma decise di non praticarlo a livello agonistico. Tuttavia fondò una squadra giovanile nel 1947, prima tappa di un’attività nel settore che terminerà nel 1970; ventitre anni spesi al servizio dei giovani, anni contrassegnati anche da successi ma, soprattutto, da un intenso lavoro quotidiano la cui unica ricompensa era la soddisfazione di vedere in campo ragazzi che, anche attraverso lo sport, crescevano con equilibrio imparando a soffrire negli allenamenti e a rispettare gli avversari nelle partite. La prima squadra che Nino fondò fu la “Esperia”, nel 1947, formata da giovanissimi, dagli 11 ai 14 anni, anche se il regolamento avrebbe consentito di utilizzare ragazzi fino a 18 anni. L’Esperia partecipò al Campionato Giovanile della FIGC e, dopo un inizio stentato, terminò con un lusinghiero quarto posto.
Erano tempi difficili, la guerra era finita da poco e, per potere avere il necessario per giocare, le maglie in primo luogo, dirigenti e giocatori raccoglievano in Panaro una radice, chiamata “busmaróla”, che serviva per fare le spazzole, e raccoglievano anche i rametti di pioppo che servivano per fare i cesti di vimini.
Prima della partita bisognava segnare il campo, montare le reti e smontarle a fine partita: a ciò provvedeva Nino insieme a collaboratori come Mario Brandoli,  Peppino Bergonzini e, talvolta, qualche sportivo volonteroso.
Peppino Bonvicini e Aldo Giovetti, ex dirigenti della squadra locale, davano un sostegno in qualche occasione. Una volta misero a disposizione di Nino una serie di oggetti che consentirono di organizzare una pesca davanti al portico di Bondi. In questo modo fu possibile acquistare maglie americane che la merciaia Anna si era procurata a Bologna.
Per le trasferte si andava a giocare in bicicletta, a Modena però in treno.
Nel 1948 venne fondata la Polisportiva: Nino vi aderì proseguendo l’attività di dirigente delle squadre giovanili nei Campionati UISP, e le soddisfazioni non mancarono.
Nel 1949/50 vinse il Campionato Provinciale.
Negli anni 1957/58 e 1958/59 fu chiamato a ricoprire, oltre al ruolo di dirigente, anche quello di allenatore che, evidentemente, gli era congeniale perché vinse il Campionato provinciale in entrambi gli anni.
Nel 1959/60 vinse il Campionato Provinciale Seniores e infine, nel 1970, con la fusione fra Polisportiva e F.C. Spilamberto, decise di lasciare.
Un ringraziamento è dovuto a Nino Olivieri dagli spilambertesi per tutte le energie fisiche e mentali che ha messo al servizio dei nostri giovani e per il supporto educativo alle famiglie, oltre che per i meriti sportivi.

[Tratto dall’articolo pubblicato sul periodico “Fatti nostri” nel numero di dicembre 2005.]

mercoledì 14 novembre 2018

LE RECENSIONI DI N.A.S.CO / 4 (sesta parte)


SQUILLA L’ORA DELLA BEFFA




Incalzati dall’armata del conte, gli Spilambertesi in fuga tentano di uscire da S. Cesario: nel caos avviene un colpo di scena.
La tensione è elevata, la situazione è confusa : “gli invasori (cioè gli spilambertesi), /cacciati indietro d’ogni direzione,/cercavan solamente d’andar fuori./”  
La descrizione successiva crea attesa:  “Non lungi dalla porta mezzogiorno, /proprio di fianco al primo crocevia, /v’era un palazzo dove avea soggiorno/il Podestà con la burocrazia;/palazzo ch’era sul frontone adorno/d’un balcone che sporgeva sulla via”.
Il rumore della fuga è ormai lontano. Nella narrazione compare la protagonista, la squilla, e la vicenda ha una svolta decisiva:  “e a quel balcone ,/ campana meglio dire campanella,/una squilla più grande di un pitale,/ma non più grande di una bacinella,/però di bronzo, e ornata niente male,/che a mezzo di una lisa funicella/venia fatta suonar dal davanzale/per dar l’allarme in caso di periglio/o per chiamare il popolo a consiglio/”.
La squilla del titolo, così svilita, persa la nobiltà del suono, rivela anche nel nome la parentela con la modesta Secchia cantata dal Tassoni. Sul balcone “appollaiato come una civetta” si trova Valdemaro,  “che non perse la testa in quei frangenti/ma essendo di mestiere campanaro/ritenne più opportuno dar l’allarme/che non cercar di procurarsi l’arme”; “la corda strattonava con passione/riempiendo l’aria di un concerto”. “E proprio a causa della sua perizia,/quando il nemico mosse in ritirata/nel suonar suo si colse la letizia…/ma non soltanto: con sottil malizia/ogni rintocco della scampanata/seguiva i ritmi dell’indietreggiare/ e sembrava i fuggiaschi sbeffeggiare”.
Guai però prendere in giro gli spilambertesi “E fu così che tre spilambertesi,/un Sirotti, un Zanotti e un Vaccari,/che si sentiron da quel suono offesi,/pensarono di fare i conti pari/con i motteggi dei sancesaresi.”
Questi salgono sul balcone per dare una lezione al campanaro che fugge. Stanno per inseguirlo quando un ultimo rintocco flebile della campana fa venire l’idea: portare via la campana stessa: “la campanella fu dal mur schiodata,/quindi carcata in spalla ad un di loro/e infine fuori del porton portata./E in mezzo al battaglion spilambertese/lasciò quella campana il suo paese.”
I sancesaresi insultano i fuggiaschi e non li inseguono, ma quando Valdemaro, urlando, li informa del furto si mettono a correre verso gli spilambertesi. Lo scontro ormai ha un motivo reale, il furto di un simbolo: ne va della dignità del paese. Il contatto tra i due contendenti sta per avvenire quando, come in ogni western che si rispetti, arrivano i nostri; e non manca nemmeno la tromba del 7^ cavalleggeri.
“Ma quando un branco l’altro ormai toccava/un nuovo suon portato fu dal vento/ed era lo squillar delle fanfare/di un’armata in procinto di arrivare. /Al risuonar dei guerreschi squilli/si fermaron fuggiaschi e inseguitori/che dovean, per poter esser tranquilli, /veder di quell’esercito i colori./Tolsero il dubbio i primi due vessilli/che da dietro un vigneto venner fuori:/ il bianco-verde li dicea per certo/dalla parte di quei di Spilamberto.”
Scorrerà del sangue?

[Citazioni da "La squilla rapita" di Lamberto da Spiniosilva (pseudonimo di Silvio Cevolani), Mercatino di via Obici, CXXVII Fiera di San Giovanni, Spilamberto, 24 giugno 1997; disegno di Gustavo Cevolani dall'edizione originale].

mercoledì 7 novembre 2018

PAGINE DI DIARIO / 30

Da “Quel Piazzale della mia infanzia”, di Laura Bertarelli
(stampato nel maggio del 2005).


(La foto mostra, nel riquadro, la sede della “Barozzi e Sirotti Spa”,
che aveva l'entrata in via Quartieri di fronte al cortile dell'allora Scuola Elementare.)


Parte dodicesima


[...] Oltre il Torrione  esistevano delle vecchie case e qualche villa signorile; dove oggi c’è la “Sanitaria Tettarella”, in una casa decadente vicino a cui funzionava anche un mulino, c’era il piccolo e angusto negozio di alimentari dell’Ernesta. In viale Rimembranze scorreva un canale, il Diamante, proprio accanto alla dimora del dottor Vandini, medico condotto, il quale faceva, all’occorrenza, il dentista, il chirurgo e si occupava di qualsiasi emergenza gli si presentasse, esercitava la sua professione nell’ambulatorio dell’ospedale di via S. Maria, aiutato dall’infermiera suor Costanza. Anche a me incise un ascesso sotto il mento, era lo stesso giorno dell’arrivo del nuovo prete e  avevano cosparso il percorso di tanti petali di fiori.
Dalle suore si andava per imparare a ricamare.
Nei pressi della strada per Vignola erano già state costruite le case popolari.
La chiesetta del Carmine pareva così lontana; nel passato aveva davanti all’ingresso un piccolo portico antico che serviva anche da luogo di sosta per viandanti. Fu demolito per allargare la strada.
Intorno ad essa, c’erano quasi tutti campi che, nelle sere d’estate, si riempivano di lucciole, come se avessero un manto luminoso.
Noi bambini cantavamo:
                                    
                                         Lucciola, lucciola vien da me
                                         che ti do il pan del re
                                         il pan del re e della regina
                                         lucciola lucciola vieni vicina.     
                                  
Per i collegamenti con Modena c’era il treno, con qualche carrozza e i sedili di legno, proveniva da Vignola e faceva dieci fermate, la stazione era all’estrema periferia del paese, fu demolita quando soppressero la ferrovia, che fu un errore, in ragione di un cambiamento in meglio che non si  verificò.
Per Bologna le corriere di “Barozzi e Sirotti” fermavano davanti al nostro negozio. Il loro deposito era vicino alle ville della SIPE, in un capannone circondato da uno spiazzo ampio e verde.
Quel capannone era originariamente un magazzino per il commercio della frutta poi, quando cessò quella attività, per alcuni anni venne utilizzato come locale da ballo, chiamato “La Lucciola”, prima di diventare la sede e deposito della Società di trasporti sopra citata.
Verso il ponte, tra un bellissimo parco e un laghetto a forma di cuore, s’intravedeva la villa dei marchesi; dopo la guerra, già depredata dai tedeschi e lasciata abbandonata, ci andarono ad abitare tante famiglie povere che non avevano casa e molti alberi furono abbattuti per scaldarsi. [...]

mercoledì 31 ottobre 2018

CARAMELLE DALL’ARCHIVIO / 58

In posa per un ricordo


(“Caramella” realizzata in occasione della celebrazione
in Spilamberto del 4 novembre 2018,
CENTENARIO DELLA Fine della “Grande Guerra”, 1915-1918)







In posa per un ricordo... ma di quale sapore?
Certo il conflitto che coinvolgerà per la prima volta vari Stati dell’intero globo era ancora lontano dalla “vecchia Spilamberto”, ma per i suoi abitanti i segnali erano già evidenti. L’Austria-Ungheria aveva dichiarato guerra alla Serbia nel luglio del 1914 e ne erano testimonianza le notizie riportate nei giornali, nelle lettere, nei telegrammi e nei dispacci prefettizi indirizzati all’Amministrazione comunale. Non vi era mobilitazione generale, ma molti ragazzi e capi famiglia venivano richiamati alla leva, poiché occorreva addestrarli per combattere, nonostante la dichiarata neutralità dell’Italia.
Altro indizio certo era l’arrivo in paese di reggimenti dell’esercito italiano; era d’obbligo ospitarli. Ciò avveniva nei luoghi pubblici, come le aule delle scuole elementari, il teatro, la filanda nel caso di soldati semplici, mentre i graduati trovavano collocazione nelle abitazioni private. Tali alloggi si rendevano disponibili per senso di responsabilità dei proprietari, ma anche in osservanza ad ordini del Sindaco.
Certo, tale dovuta accoglienza non era una novità per il paese: spesso vi transitavano, in tempi non sospetti, militari che dovevano raggiungere il poligono di tiro di Marano o Bazzano.
Quindi, perché non scattare in tutta tranquillità, e forse anche con orgoglio, una fotografia accanto a dei militi in divisa, ancora ben tenuti e non logorati da un conflitto che non si rivelerà breve come veniva prospettato dai “Grandi”?
Questo il “sapore” del ricordo, che sarebbe giunto a noi dalle mani di un discendente di quei bambini che, con molta serietà, posavano davanti ad un austero gruppo armato.
La mamma di Angelo Giusti aveva conservato e consegnato al figlio quello scatto fotografico, che ora ci rende testimonianza di quel momento. Una circostanza importante nel percorso del nostro passato.
Il clic del fotografo riprese i personaggi da via Santa Maria, nei pressi della casa del bambino seduto alla destra dell’immagine, Emilio Giusti, nato nel 1913; seguono alla sua destra Giuseppe Giusti (“Pippo”), nato nel 1904, ed in fine Luigi (“Gigetto”) nato nel 1907, padre di Angelo.
Interessante testimonianza materiale risulta lo sfondo: la muraglia di contenimento del “terraglio” che sosteneva il più alto muro centrale, elementi costitutivi della triplice cerchia di mura che da secoli circondava l’antico “Castello”.
Erano i resti dell’ultima parte della medievale struttura di difesa che verrà abbattuta nella zona sud-ovest proprio negli anni che seguirono immediatamente la fine di quella guerra. Nel lavoro di sterramento e demolizione furono impiegati molti ex soldati che, tornati dal fronte, si trovarono soffocati da miseria e disperazione date dall’estrema scarsità di lavoro e di cibo, insieme a malattie debilitanti e spesso mortali.
Ci si impegnava per la “rinascita”, ma nel cuore pulsavano ancora le voci e gli affetti di chi non era più tornato: profonde assenze difficilmente colmabili.

mercoledì 24 ottobre 2018

CARAMELLE DALL’ARCHIVIO / 57


TENERE LA DESTRA E NON PARLARE AL TELEFONINO



(Parete sud della Chiesa del Carmine)


 “SPILAMBERTO, TENERE LA DESTRA, SORPASSARE A SINISTRA”.
Ci riporta ai primi decenni del ‘900 l’iscrizione sul cotto della parete sud della chiesa del Carmine, che, allora e per molti secoli prima, si trovava all’ingresso dell’abitato.
Ma qual è la data esatta dell’iscrizione?
A noi quell’indicazione così perentoria sembra banale e fuori dal tempo; il nostro problema attuale è il traffico, aumentato su questa strada, la velocità eccessiva di molte auto, il rombo quotidiano di qualche moto lanciata come per competizione.
Dobbiamo però pensare all’imbarazzo creato dalle automobili agli inizi del secolo scorso, allora una novità. È questo imbarazzo che ci accomuna a quella scritta; ad esempio l’introduzione delle rotonde ci reca ancora qualche esitazione al loro ingresso.
A quei tempi le novità erano le macchine e l’esigenza di fornire agli automobilisti norme per la circolazione; pensiamo oggi alla necessità di regole, determinata dall’uso del telefonino durante la guida.
Ma quando è stata posta l’iscrizione che, pur degradata, si legge ancora?
Non ne siamo sicuri, due elementi ci aiutano a formulare un’ipotesi.
L’abbattimento del porticato addossato alla facciata della chiesa del Carmine, ancora visibile in alcune fotografie, è stato deciso sicuramente per le nuove esigenze del traffico e risale al 1935. È del periodo anche il “Regio Decreto” in cui venivano fissate e rese obbligatorie le “norme per la tutela delle strade e per la circolazione”; era il 1933 e portava la firma dei ministri Ciano e Di Crollanza.
Possiamo raggiungere la certezza che la scritta risalga a questo periodo e accantonare l’ipotesi?
Probabilmente sì, “facendo appello” a ciò che ancora ci può testimoniare l’antico Archivio Comunale: la ricerca può iniziare recandoci a Vignola, dove ormai da tre anni è depositata la “memoria scritta di Spilamberto”.

venerdì 19 ottobre 2018

POLVERE D’ARCHIVIO, POLVERE DA SPARO / 2

Spilamberto 1781. Dentro la fabbrica della polvere: il “pistrino”.


Pianta della fabbrica del pistrino S. Angelo,
riedificato nel 1781, in luogo di quello di S. Barbara nel territorio di Spilamberto.
Nell’acquerello, originale dell’epoca, si notano i due fusi e le ruote motrici immerse nel canale.



Entriamo nel “pistrino” S. Angelo costruito nel 1781. Si tratta di un mulino a pestelli che si muovono utilizzando la spinta dell’acqua. La polvere da sparo prodotta allora a Spilamberto era composta macinando salnitro (nitrato di potassio), zolfo e carbone vegetale (ottenuto da bacchette di nocciolo, salice o canapa). Tre erano i tipi di polvere lavorati: quella ordinaria da munizione, quella fina da fucile e quella lustra.
La fabbrica appoggiata a sud sopra uno dei muri del canale, è lunga m. 12,25 e larga m. 7,60, alta m. 7,3 nel centro e m. 5 ai lati. I muri sono di 4 teste in basso e di una sola testa fino al tetto. Alcuni pilastrelli sostengono 4 travi su cui vi sono leggere tavole di pioppo che reggono il tetto. Tutto è pensato per scaricare verso l’alto la forza di una possibile esplosione. Si entra in questa fabbrica per due porte e nel disegno si notano distintamente due scalette che portano al piano interrato; vi sono 6 finestre e il selciato è di mattoni.
Il mulino è montato al piano interrato. Due sono i fusi (alberi motore) rotondi, in rovere lunghi uno 8 metri, l’altro 7,5. Ciascuna delle macchine ha 8 buche scavate in un asse: sono i mortai in cui viene posto il preparato da pestare. Tre assi, non presenti nel disegno, sostengono il telaio nel quale passano gli 8 pestelli fatti di sorbo di circa 3 metri, con la testa di bronzo che macina il preparato, mantenuto sempre umido, con 45 colpi al minuto; ogni fuso ha delle leve che girando sollevano quelle corrispettive dei pestelli e ne determinano il moto.
I fusi sono collegati a due ruote immerse nel canale, come si vede dall’illustrazione; di questo utilizzano la forza motrice. Sul canale vi sono tre paratoie due delle quali aprono il passaggio all’acqua che sopra “le canale” viene portata alle due ruote delle macchine del pistrino, la terza con uno sfioratore serve a regolare l’acqua medesima.
Nell’edificio vi è un banco dove il composto macinato e ancora umido delle polveri viene granito con un setaccio, cioè ridotto in grani. Il banco permette poi agli operai di effettuare la granitura tenendo sempre sotto sorveglianza i macchinari, riducendo così la possibilità di incidenti. In un altro disegno si distingue una botte, collegata a uno dei fusi, riempita con i grani della polvere utilizza il moto per lustrarli, cioè per ridurne le asperità e raffinare il prodotto.
Si possono osservare alcune innovazioni già presenti nel pistrino S. Carlo costruito nel 1771; esse vengono illustrate nel 1772 da una relazione dell’ingegnere Giardini, incaricato di collaudare l’impianto: “Il moto regolare delle macchine, l’impasto sempre umido, l’ampiezza del fabbricato e l’imbrigliamento dei salnitri, col doversi intrattenere continuamente nel pistrino per granire le polveri, sono provvedimenti validissimi per non dover temere le accensioni avvenute con troppa frequenza…”.
All’esterno dell’edificio il pittore Caselgrandi ha rappresentato la figura di S. Angelo (alto 2 m.) come custode e protettore del “pistrino”.

mercoledì 10 ottobre 2018

PAGINE DI DIARIO / 29

Da “Per piacere non buttatemi via”, di Franca Santunione.

Parte tredicesima


(Luogo in cui nel passato si trovava il ballo all’aperto dove Franca conobbe il “suo Piero”
- angolo via San Giovanni e strada che porta sul ponte di Spilamberto-)



[...] Lo guardai, e invece di rispondere al suo saluto, mi chiedevo chi fosse, così lui continuò: «Sono uno dei ragazzi che ha ospitato la sua amica, la quale ha spiegato la ragione per cui lei non è voluta venire; allora mi sono permesso di venire io ad invitarla».
Imbarazzatissima, risposi : «La ringrazio ma ho deciso d’uscire».
«Se lei fa questo mi costringe a seguirla! perché io non so lei chi è, né come si chiama, né dove abita. Ma so una cosa... non voglio perderla!».
Avevo udito una cosa così incredibilmente esagerata che avrei dovuto rispondere: «Ma come le va di fare lo spiritoso!».
Invece scoppiai a ridere, dicendo: «Oh santo cielo! Questo non mi era ancora capitato!».
Non si scompose. Piegò leggermente la testa sulla spalla destra e guardandomi la bocca disse: «Una bella ragazza così non poteva non avere anche un bel sorriso!».
Questo mi colpì perché lo disse con un filo di voce come se parlasse a se stesso, così che risposi: «Beh, questo è troppo! Sono quasi costretta ad accettare il suo invito!». Mi ringraziò e andammo verso il tavolino. Lì giunti, ci furono le presentazioni. Il ragazzo ch’era venuto ad invitarmi disse che senza tanti incrociamenti di mani ognuno doveva dire il proprio nome.
Trovai la cosa un po’ strana, ma anche simpatica, in fondo eravamo tutti ragazzi e non c’era bisogno di tante cerimonie. (Venni a sapere la sera dopo che la ragione di questa strana presentazione era dovuta al fatto che uno dei ragazzi aveva un principio d’eczema nelle mani).
Il ragazzo che mi aveva invitato si chiamava Pierluigi ma veniva chiamato Piero ed era molto simpatico.
Anche gli altri ragazzi erano carini come aspetto, e di modi gentili, ma per me il migliore era Piero. Anche perché aveva una buona dialettica, e per di più essendo di Roma parlava con delle espressioni romanesche.
Sembrava di ascoltare Alberto Sordi!
In questo locale non si bevevano alcolici così che il tavolo era pieno di bevande tipo aranciata, gazzosa, chinotto ecc. Non so quanto ho bevuto, perché Piero riempiva di continuo il suo e il mio bicchiere, perché diceva che dovevamo brindare. Non volevo bere troppo, anche perché non avevo sete, ed ad ogni cin cin mi limitavo a sorseggiare,  ma Piero disse che quando si brinda si deve vuotare tutto il bicchiere. Quando non ce la feci più, gli chiesi perché dovevamo fare tutti quei brindisi?
Essendo seduto di fronte a me, si alzò, spostò bottiglie e bicchieri e si piegò verso di me; quando fu a pochi centimetri del mio viso, disse che dovevamo brindare perché quella era una serata speciale.
«Speciale per chi?» dissi io, facendo un po’ la civetta.
«Per me» disse «ma spero lo sia anche per te!».
Feci un sorriso e non dissi niente. Continuava a guardarmi come se avesse davanti a sé l’ottava meraviglia del mondo.
Questo fece sì che lo trovassi sempre più simpatico.
Quando mi chiese di ballare gli dissi di no prendendo come scusa che la pista era troppo affollata, ma era solo perché se fosse entrato Marco difficilmente mi avrebbe vista se rimanevo seduta, in quanto eravamo in un angolo un po’ nascosto e per di più il locale era illuminato con luci fioche... sembravano i lampioncini cinesi.
Ogni tanto mi veniva in mente Marco, ma questo pensiero svaniva subito: ero troppo presa da questa situazione... mi stavo divertendo troppo.
Era la prima volta, dopo tanto tempo, che dei ragazzi non mi annoiavamo.
Arrivò mezzanotte, l’orchestra smise di suonare, e le persone incominciarono a lasciare il locale. Quando furono usciti quasi tutti, ci alzammo anche noi. Questo fu per me un momento tragico. Come mi fui alzata in piedi, credo d’aver avuto un attacco di cistite acuta. (Una cosa mai capitata prima né mai più capitata dopo).
Era forse stata tutta quella robaccia che avevo bevuto.
Ad ogni modo non potevo dire a dei ragazzi appena conosciuti che dovevo andare di corsa al bagno (non l’avrei detto neanche se fossero stati amici da una vita).
Nello stato di sofferenza in cui ero, ho detto tutto d’un fiato: «Buonanotte buonanotte  buonanotte»  e mi  misi a correre verso l’uscita e corsi per tutta la strada, per fortuna che abitavo a non più di 150 metri.
Arrivata a casa ho sofferto per non so quanti minuti finché non sono riuscita a fare tutta la pipi, poi me ne andai a dormire.
Non posso dire se ero felice oppure no, di sicuro non ero triste; ero solo dispiaciuta per la figuraccia che avevo fatto [...]