mercoledì 25 gennaio 2017

CAPRICCI DIALETTALI / 6: L’OT ED LOI DL’OTZEINT-OTANTA-ZINCH



Alla morte di S. Adriano fu presente un testimone straordinario: il Magalasso, serpente con occhi e denti da uomo, il corpo tutto a righe colorate. Si nascondeva, prima che venisse chiusa, nella vecchia fossa del Torrione. Giordano Cantergiani ce ne ha riportato la voce nel suo spiritoso dialetto. 


Zirudela storia vera
impareda zò par Panera.

A saun adree ca vegn da Vgnola
al Dutor al m’ha det acsè:

In ghegna tin na musarola
fà domela pas al dè.

In cal stradel trà tera e gera
a vegn spedi zò par Panera,
sata un sol a pigaun
a la fin dal dritaun
a fagh la curva, a per ca mora,
meno mel a gh’è un poc d’ora.
A gh’è un traunch zache c’al per fat aposta
par maters a seder e fer na sosta.
Am mat lè col gamb in sbingalaun
par vader s’am và via al lansaun.

A saun lè tot bel beat
a seint mover, am gir de scat,
am se zle al sangov, in di sterpai
avad du occ verd e zai.
A seint na vos aragaieda
c’la dis: oh tè lè in streda!
Ma chi et ? A degh caun vos sorda
ma intant a guerd ed taier la corda.
A gh’è tot un vuiameint in dal razer,
la lò al torna a ciacarer.

An saun ne megher ne grass
A saun …. al Magalass…
T’an –e amigh ed cal sgnor elt
C’al zerca e screv ed Spilambert ?

Bein , degh chi sein tot sbagliee
lò, so fiol e qui piò indree.

C’la partida ed cal Pepa,
Can-n sà sle mort da na pert o da cl’ etra,
Cl’ Adrian lè.
A in selta fora del novi tot i dè.
L’unic cal sa la storia vera
a saun mè , perché a gh’ era.

A degh: scusa fam capir
vot dir t’er lè in gir ?

Sé ! Adesa at degh cum le andeda:
An-n-iva magne gnint in tòta la giurneda,
a-i-eren in chi dè chè
a srà ste loi o zò dedlè.
A-i-era cin, ma cin da dan
l’ era l’ 885, a gh’ arò avu quesi 100 an.
A saun edco al rivaz
a ciap al sol e a tegn d’occ al spiaz.
L’ era un teimp ed vach megri
ariva un grop coun car e pegri,
l’era propra un bel corteo
e is fermen a l’oratori ed S. Bartolomeo.
In mez a gh’era un important,
i gniven fora e i-gh baseven la man tot quant.
l’è mezdè, i baven e i magnen anch taiadel a sot
le cheld, a la fin i s’abiochen tot.

A vad quel sàta al tavlaun
al per un oss ed pulaster, chissà  s’le baun.
A m’ asvein, an gh’iva gnanch de al prem tacot
quelch d’un in sunlaun am dà un pistot,
a fagh un zigh, am gir indree,
is dasden tot terorizee.
Come im vaden agh vin na confusiaun,
sversland i coren da tot i cantaun.

 Sol un al vanza ferom tot impeti,
am guerda fess, am punta al di.
Po’ al cambia l’ espresiaun, as tin al cor
Vot vader …Adesa al mor.
Prema ed vanzar dur come un sas
al fa sol in teimp a dir: “Vè, un Magalas”

Perciò, ma che Wilzacara, Risach, Castelveder
deghel bein a chi galbeder.
Mè al sò bein
le carpe a S. Pelgrein.

A stam un poc seinza parler
e po’ a degh: “Mè a dev ander”

“Anca mè, a vagh da baun
An n-ho gnanch fat claziaun”

A tac a ander
e subet am vin da penser.
A chi deghia tot sti quee,
qui chi stodien i duvran turner indree,
i diran: Chelò le fat
i-m ciaparan per mat.
A la fin po’la verite  le acsè
la Cesa ed S. Adrian a gh-l’ avam chè.

Fat soquant pas am volt indre,
anca lò al s’è gire.
Am guerda e caun chi dintaun
a per c’am faga un surrisaun.

“Sa fos vera, la srev bela”
Tic e tac la zirudela…


(da "Otzèint an la zirudela", Istituto Enciclopedico Settecani, 2010)

mercoledì 18 gennaio 2017

NOMINA NUDA TENEMUS / 4: SPILAMBERTO: UN PROFUMO ANNUNCIATO

Nell'immagine: affresco di Fermo Forti nell'abside della Chiesa di Sant'Adriano.
Il Santo, in abiti pontificali, è inginocchiato alle porte di Spilamberto e chiede l'intercessione divina sul Castello: ed ecco che il cielo si illumina e gli angeli mandano rose, simbolo delle grazie ottenute
(fotografia e informazioni di Graziano Giacobazzi) 


Nel Medioevo profondo un terreno praticamente spopolato, quello su cui si insedierà poi Spilamberto, è però ben documentato nei manoscritti dell’epoca.
Certo, si tratta di nomi – Casale, Castiglione, Verdeta – che rimandano a un contesto spezzato: ci sono fattorie, un piccolo borgo fortificato, un giardino, ma mancano le caratteristiche che permettano di garantire al nostro territorio una identità riconoscibile, individuandolo con un nome unico.

C’è però un antefatto che, a nostro avviso, preannuncia se non il nome di Spilamberto almeno il suo profumo; un episodio accaduto alla metà del IX secolo rivela infatti l’urgenza di dare un nome al territorio ancora anonimo di Spilamberto.

Bisogna anzitutto ricordare che nella zona di S. Cesario era insediata la “curtis” di Wilzacara. “Curtis”, o corte, nel periodo feudale è quell'insieme di ville ed edifici da cui il signore esercitava il controllo sul territorio, e rappresenta il perno della cosiddetta “economia curtense”.
Wilzacara era ben conosciuta ed importante, e si estendeva probabilmente anche nell’area che ora è parte del territorio di Spilamberto. In questa zona nell’anno 885 transitava il papa Adriano III, invitato da Carlo il Grosso a Worms, in Germania; e proprio qui il pontefice “finì la vita”, probabilmente assassinato.

La morte di un papa rappresenta un evento importantissimo, di cui è necessario dare notizia rapidamente, indicando anche il luogo dove è avvenuto. In un documento scritto a Roma si comunica che Adriano III è morto a Wilzakara; un manoscritto prodotto nell’abbazia di Fulda, in Germania, afferma invece che il fatto è avvenuto “Heridano flumine transito”, al di là del Po.
Il motivo della diversa indicazione è evidente: in Germania era sufficiente scrivere una collocazione molto generica, mentre a Roma è richiesta una maggiore precisione, che spinge a scegliere un riferimento approssimativo ma conosciuto come appunto Wilzacara.

Tuttavia studi recenti affermano (sulla base di dati di cui parleremo prossimamente) che il probabile assassinio avvenne a Spilamberto, nel suo territorio; ma allora Spilamberto non aveva ancora un nome, e dunque non poteva essere un riferimento per gente che viveva a Roma o addirittura in Germania.
Da allora la contesa con S. Cesario per attribuirsi l’evento non si è mai sopita. Lo scippo al nostro paese di questo evento, importante per caratterizzare la sua storia e con conseguenze anche sugli equilibri religiosi e finanziari dell’epoca, ebbe un peso rilevante e accelerò senz’altro l’esigenza di dare una denominazione chiara ed univoca al nostro territorio.

In conclusione, non “tenendo” un  nome Spilamberto anticipava, con il suo profumo, l’esigenza di averlo. I tempi erano maturi.
E gli spini? Quando e perché cominceranno a pungere?

mercoledì 11 gennaio 2017

"PAGINE DI DIARIO" / 14

Da “Per piacere non buttatemi via”, di Franca Santunione.



Franca Santunione – a destra -  e la sorella Anna all’età di, rispettivamente, 7 e 9 anni.



Parte settima

[...] Era un pomeriggio anche quel giorno e noi ragazzine facevamo un gioco che consisteva nel fare un riquadro per terra a ridosso della Rocca. Ognuno di noi faceva il suo, e questo rappresentava la propria casa, che addobbavamo con pochi giocattoli e cianfrusaglie varie. Finito di fare questo, abbiamo pensato di farci il vestito da sposa con dell’erba che cresceva nei posti meno calpestati del piazzale. Questa era una piantina che aveva una punta centrale, poi si allargava raso terra come un ombrello con lunghi fili d’erba, con attaccate tante minuscole foglioline. Staccavamo tutta intera questa piantina, e univamo insieme questi lunghi fili e ne usciva una specie di pareo che arrivava fino a terra. C’eravamo fatte anche il velo, col risultato che avevamo la testa piena di terra. Finito di fare questo, non ricordo se una di noi andò a chiamare dei ragazzini che giocavano all’altro lato del piazzale, o se arrivarono perché incuriositi da come eravamo conciate. Comunque sia, una volta giunti, venne chiesto loro se volevano partecipare al gioco scegliendo come moglie la ragazzina che più gli piaceva. Chi da uno, chi da un altro, tutte vennero scelte... io non fui scelta da nessuno. Era rimasto libero un ragazzino un po’ gnoccolone, ma neppure lui mi ha voluta come moglie, allora venne deciso che lui doveva fare il prete, e io il chierichetto. Deciso questo, abbiamo formato un corteo e siamo andati sugli scalini della chiesa che si trovava su un lato del piazzale a celebrare il rito del matrimonio. [...] Io ero piombata in uno stato di profonda e totale mortificazione e tutto avevo, tranne che ancora voglia di giocare, così me ne andai a casa. Lì trovai mia madre e mia nonna (era mia bisnonna). Mia madre come mi vide capì che stavo quasi per piangere; allora mi chiese cosa mi era successo. Raccontai cosa mi era successo, finendo col dire che nessuno mi aveva voluto sposare perchè ero brutta. Mia madre si mise seduta e disse:
«Franca vieni qua, e non dimenticare mai quello che ti dico... Ti ricordi la favola di quell’anatroccolo (evitando la parola brutto) che nessuno voleva vicino, ma che col passare del tempo diventò un bel cigno, mentre gli altri rimasero tutti delle normalissime anatre; così sarà anche per te... Tu diventerai una bella ragazza, e quando i ragazzi incominceranno a fare gli stupidi, li devi mandare tutti all’inferno!» (Cuore di mamma!) [...]
Parole dette per consolarmi, ma che io presi senza mettere in dubbio che così sarebbe stato. Mia madre non poteva avere mentito [...].
Questo episodio e quello che riguardava i miei occhi (vedi precedente puntata), mi fecero diventare un’ottimista; non mi sentivo più inferiore agli altri ragazzini. Le loro parole mi avevano suggestionata al punto che mi sono sentita subito bella, con addosso una gran voglia di ridere, cantare e saltare dalla gioia.
Avrei tanto voluto raccontare a tutti la ragione di questa mia felicità, ma non lo feci. Non so se fu per pudore, o solo perchè, presa da questa euforica esaltazione, aspettavo con ansia di vedere sul volto delle persone del paese lo stupore della mia metamorfosi!
Mentre aspettavo che si verificasse questo evento, che assomigliava molto a un miracolo, mi sembrava diventato meno opprimente anche l'ambiente famigliare [...]

mercoledì 4 gennaio 2017

ROCCA DELLE MIE BRAME / 19: “LA PICCOLA PARIGI” NON CEDE AL PROPRIO TRAMONTO

Fotografia da raccolta privata

Le grandi civiltà, ce lo insegna la storia, hanno avuto un loro culmine, hanno raggiunto il loro massimo splendore; inesorabile è arrivata la decadenza. Quest’ombra paurosa sembra allungarsi anche per la nostra Rocca. Lasciateci pertanto godere ancora per un po’ dei momenti che si snodavano nel nostro paese nell’estate del 1733.
Un continuo afflusso di nobiltà locale e straniera occupava la Rocca, percorreva le lineari strade del “Castello”. Ma non era solo l’affollamento di gente di rango che portò a definire Spilamberto “una piccola Parigi”. Un fruscio di abiti eleganti, il balenare di tessuti preziosamente colorati, il brusio di accenti diversi. Cavalli, cocchi, calessi, carrozze accolti nel maestoso “stallone” e... bagagli, cassoni, scaricati da paggi e servitori. La sensazione dell’autorevolezza della ricchezza concentrata in cose e persone.
Quasi un’atmosfera irreale.
Fu così, questa, un’estate di fasti, immersi nella famosa e gratuita “aria salubre” offerta dal Panaro.
Un fermento simile si percepì e ripeté anche nell’umida, ma clemente, stagione autunnale del 1734: furono i diciannove giorni della “Fiera di Ognissanti” a fornirne l’occasione. Allora ecco le principesse Benedetta ed Amalia, sorelle del principe ereditario Francesco III d’Este in visita a Spilamberto, ma anche tanto popolo nelle strade: commercianti che trattavano i propri affari; contadini che vendevano i loro prodotti; gente semplice che gioiva alla visione di quel bailamme; scenografie gratuite e stupori assicurati. Ceste di ortaggi e frutti variopinti fungevano da quinte all’ architettura castellana, mentre il portone della Rocca fagocitava interminabili presenze.
Insomma, un tardo autunno degno di essere riprodotto nelle Images d'Épinal: stampe già popolari a fine Settecento, di tono forse un po’ chiassoso, a testimone di un paese che, associato a Francia, Parigi, ancora non si poteva certo definire provinciale.

(Testo ispirato da notizie tratte da “Una Cronaca settecentesca”, a cura di Criseide Sassatelli, ed. Comune di Spilamberto.)