lunedì 25 maggio 2015

CAPRICCI DIALETTALI / 1: SÀBET BASÓRA



Zirudela. Dal Quatr’Ari
s’inaviamm vers al Turoun
e, passati i Paninari,
as fermamm da Cumpagnoun

par studier a menadito
una moto ch’a gh’è lè,
un vecchissimo Moschito
fat da Nelson l’èter dè.

Scuert ch’al g’ha del ródi tondi,
se spustamm un poch piò in só,
fin al pordegh, quall ed Bondi,
e, edcò al mur, catamm Cucoll.

«Méi un Ciao d’na Kawasaki!»
«Méi un piat ed macaroun!»
«Mè am piasiva piò Don Bachi!»
«Mo al vein bianch coun i maroun…»

«La Pipiouna, vl’arcurdev,
ch’la vindiva el brustulin?»
«No, t’al giva t’et sbagliev,
qual l’è l’era Bamburin!»

Vest che an g’am piò da fumer
arivamm fin dal Paltein
e as fermamm a ciacarer
con Melotti e col Mistrein.

Superato il Bar Mercato,
pasè avanti al Farmacesta,
a rivamm tutto d’un fiato
fin al banch dal Giurnalesta.

A sintamm el nuvitè
che a gh’è ste da stamateina,
a guardamm river-partir
al Barboun in bicicleina

po’, finiti i commentari,
a magnamm na caramela
e a partamm vers el Quatr’Ari,
tuc e dai la zirudela.

(da Silvio Cevolani, Spilamberto Luogo Letterario, Mercatino di Via Obici, Spilamberto, 1998)

mercoledì 20 maggio 2015

CARAMELLE DALL'ARCHIVIO / 20: AS CATÀM DA LA MADUNÈINA


Ricordo di profumo: saranno rose?
Un mormorio di voci si spande nella tiepida serata di maggio; a tratti si interrompe e lascia spazio ad una sola voce, poi riprende: oh mia bela Madunina... no, non siamo a Milano, è la Madonninala Madunèina”, sormontata da una cupola a bulbo di Via Castellaro.
Il nome della via deriva da castrum urbis, il centro fortificato del paese, nome che troviamo anche a Modena e in altre città: è la strada che conduce alla porta nord dell’antica cinta muraria. Non era questo l’unico punto d’accesso al Castello, vi erano altre porte, a ovest e sud, e due ad est inglobate nella struttura della Rocca; naturalmente ognuna aveva i propri ponti levatoi.
Intanto continua il rosario e al gruppo di persone ai piedi della “Maestà” si aggiunge qualche ritardatario. La “Madonnina”, infatti, si trova al culmine di una colonna, restaurata nel 1991 da un nutrito gruppo di esperti e con il contributo della popolazione. La statuetta originale, probabilmente del Piccioli, è stata rubata; quella attuale è una creazione di Ascanio Tacconi.
Ci fu un momento in cui si voleva abbattere l’intera struttura, ma una sollevazione unanime ha impedito il misfatto. La parte muraria portante è stata solo spostata più in angolo, in sicurezza dal pericolo del traffico.
La popolazione del nostro paese ha dimostrato e dimostra sincera fedeltà ed attaccamento ad un simbolo: non c’è globalizzazione che tenga. C’è in essa il profondo desiderio che le cose di Spilamberto rimangano nel suo territorio.
Così maggio, con i suoi tepori e profumi, ci porterà ancora la piacevolezza rassicurante di quelle atmosfere, di quei mormorii e di quelle sentite preghiere ai piedi di quella Vergine che ha potuto restare a vegliare i suoi fedeli dalla nicchia in cui era stata riposta.

venerdì 15 maggio 2015

NOTIZIE DALL'ARCHIVIO / 13: II MEDIE - ULTIMA CLASSE IN USCITA DIDATTICA

Tra tassi e canali

«Un tasso incontra un altro tasso e gli dice : t’assomiglio».
La mattina ci avevano preoccupato le nuvole, che poi si sono dissipate per lasciare il posto a una calura che aumentava di minuto in minuto. Due ragazze, creato un ventaglio con dei fogli, si facevano vento e radunavano intorno a loro un gruppetto di ragazzi riuniti dal richiamo: «C’è l’aria condizionata!».
Si va per canali, dei tanti che scorrevano nella vecchia Spilamberto, ne toccheremo tre.
È l’ultima uscita legata agli incontri che mettono in luce la protoindustrializzazione di Spilamberto tra '500 e '600 ed i suoi monumenti.
Dopo la svolta, al termine di Via Pace, ci lasciamo alle spalle le macine del mulino, il terrapieno di casa Poletti,  l’edificio della Concia, la strada larga che non ha più necessità di ponti, ma che tradisce lo scorrere sotterraneo del Canale Diamante.
La coda femminile rimane sempre indietro, un po’ staccata. Le quattro ragazze  sono raggiunte di tanto in tanto dal messaggero  che le aggiorna sulle battute che sforna il gruppone. Una è quella del tasso.
Prima di una gimkana tra i resti lasciati da qualche cane, un ragazzo illustra quello che era il lavatoio pubblico, rifornito dalle acque del Diamante, ora in abbandono. Giungiamo, quindi, nella zona del Supermercato Coop.
Incontrando il vecchio mulino Rangoni, le chiuse sui canali Diamante e San Pietro, ed anche il “Canalino castellano”, si presenta l’occasione di citare la figura del “dugarôl”, l’addetto ai canali.
Tornando verso il centro di Spilamberto, con il sole che ormai ha dissipato le nuvole e con i ragazzi passati dalle battute dei “tassi” a quelle di “farsi i garretti”, rientriamo nel castrum, con la speranza concreta di aver sollecitato i ragazzi a cogliere una immagine di maggiore spessore del paese e della sua storia.
Ecco l’imponente Filanda (il vecchio “filatoio”), con alla destra gli uffici, gli alloggi per le operaie della montagna e quelli riservati all’allattamento; i magazzini e il ricordo dell’alto camino che disperdeva in un velo di fumo la durissima fatica delle “filandaie”. Sul retro le fogne, un tempo a cielo aperto, le “canole”; il muro interrotto del vecchio Palazzo Rangoni e il ricordo del teatro in legno che un incendio distrusse.
E poi “Lo Zucchero filato” che ci apre le porte con le foto delle operaie della Filanda; la lapide in ricordo dei Rangoni e gli errori nella didascalia illustrativa. Quindi un rapido sguardo ai resti delle antiche mura in fase di restauro: erano tre quando la Rocca diventò Palazzo, quella di mezzo merlata, le cui pietre, asportate per costruire le grandi cucine, generarono un contrasto mai risolto tra i Rangoni e il vecchio Comune.
Ormai è tardi, si rientra a scuola.
Questa volta ci lasciamo con la parola fine, fine degli incontri di questo anno scolastico 2014/'15.
Ci incamminiamo chiacchierando piacevolmente, volgendo un ultimo sguardo alla Rocca che sopporterà con pazienza il depositarsi del tempo... ci rivedrà il prossimo anno scolastico!

lunedì 11 maggio 2015

CARAMELLE DALL'ARCHIVIO / 19: LA VILLA TRA GLI ALBERI



La neve bianca sulle acacie ci parla di primavera. I più variegati colori percorrono il parco della villa. Sono piante e alberi imponenti, alcuni secolari; una quinta ideale che sembra timidamente voler nascondere l’antica costruzione alla vista dei passanti: Villa Galvani.
Innumerevoli secoli raccolgono testimonianze della nobile famiglia che l’abitava, le cui origini risalgono alla prima metà del Quattrocento.
L’elegante residenza, costruita nei primissimi anni dell’Ottocento, nel terreno chiamato dagli spilambertesi “Paradiso”, vide lo svolgersi di molte vite.
Lo stesso Canale San Pietro, che da sempre le scorre accanto, ricorda un tranquillo anziano centenario che, guidato dalla sua fedele domestica, approfittava del tiepido sole primaverile, lo stesso che oggi accarezza le folte acacie. Era il conte, e medico pediatra, Alberto Galvani, ultimo discendente della nobile famiglia che abitò la Villa. Morì nel 1984 all’età di 105 anni.
Una lunga esistenza che, egli, anziano, cercò di ricordare con testimonianze scritte sugli eventi che la segnarono. E non solo. Il Conte volle aggiungere una propria interpretazione all’opera di un suo illustre avo, Giovanni Galvani, provenzalista e filologo, già celebrato da studiosi e storici.
Tempra di scrittore, una mano riflessiva quella del conte Alberto, che soppesava eventi locali e nazionali.
A questo punto siete riusciti a localizzare l’antica residenza?
Le acacie, il Canale San Pietro e il terreno “Paradiso” sono stati indizi sufficienti?
Cerchiamo di aiutare ancora chi fosse incerto: se vi capitasse di passeggiare, imboccate Via Santa Liberata e al numero 299, sulla destra, vedrete quel folto verde che rende difficile ammirare l’amata residenza del Conte. Se poi siete spinti a muovere qualche altro passo, svoltate sulla destra e percorrete Via Cervarola; l’acqua tranquilla del San Pietro vi accompagnerà gorgogliando con discrezione, insieme ad un corteo di oche e germani reali.

giovedì 7 maggio 2015

CAPRICCI DIALETTALI / SPIGOLATURE - 1



A t’arvìs ma ant’arcgnòs

La nonna di uno spilambertese, nata a Riolunato, si trasferì  in Sudafrica.
Rientrata in Italia, fissò la residenza a Spilamberto. Con il ritorno sentì il desiderio di portare la figlia a vedere i luoghi dove era nata e aveva trascorso la sua infanzia.
Giunta a Riolunato incontrò una signora anziana del posto, che lei conosceva. Tentò di avviare un discorso e riandare ai comuni ricordi. Però la signora le precisò: a t’arvìs, ma ant’arcgnòs.
Si tratta di un modo di dire montanaro (certamente utilizzabile anche in pianura!), di sicuro una battuta ironica per tenere lontano gli scocciatori e risolvere una situazione fastidiosa.
La traduzione potrebbe suonare così: “mi ricordi qualcuno, ma non ti riconosco”.
L’episodio è realmente accaduto ed è raccontato in modo buffo da questo spilambertese che, riandando al ricordo, sottolinea l’arguta acutezza della battuta.

mercoledì 29 aprile 2015

CARAMELLE DALL'ARCHIVIO / 18: ROCCA DELLE MIE BRAME

Quarta puntata

Notturno burrascoso in Rocca

Rocca Rangoni, fronte orientale. L'immagine risale presumibilmente a un
periodo precedente il 1892, anno in cui fu alzato il campanile della
chiesa di San Giovanni che qui risulta coperto dalla mole della Rocca.
(Foto da raccolta privata)

1581. Quieta oscurità nel Castello di Spilamberto; il buio soffocante di luglio lo avvolge ed il Panaro fa mancare la sua brezza. Nessun ospite illustre soggiorna in questo momento nel paese. Spilamberto ha perso per qualche tempo i suoi antichi “Signori” ed è dominato dagli Este, tramite un loro Commissario. Soltanto due “sbirri” dormono dietro la porticina che affianca uno dei due ponti levatoi della Rocca. Le chiavi delle porte di ogni accesso sono custodite dall’Ufficiale ducale, che riposa all’interno. Il dominio estense significa disinteresse, incuria, degrado per il paese e anche sorveglianza inadeguata.
Nel buio, all’improvviso, il frastuono di ruote di carri sull’arso terreno battuto e lo scalpitare di cavalli turbano la sonnacchiosa presenza degli “sbirri”, che rivelano la loro inadeguatezza, al di là del disorientamento.
Che succede? Chi irrompe?
Guido!
«È Guido Rangoni!» si urla «Guido! Guido! ».
Il “vecchio Signore”, scortato dai suoi fedeli “ragazzi”, gente forte e pronta a tutto, è tornato.
La resistenza delle guardie ducali è rapidamente annientata. Guido forza l’entrata della Rocca e scardina porte. Sa dove dirigersi. L’obiettivo è certo: oggetti di valore, importanti anche affettivamente; lui sa, lui li conosce.
Mobili pregevoli, armadi di noce, “studioli” conservano ancora ciò che Guido vuole: preziose medaglie di bronzo, d’argento e d’oro; scrigni, armi. È risoluto ad appropriarsi di ciò che della sua famiglia è rimasto e ad offrire una dimostrazione di forza; è uno schiaffo morale  a coloro che gli hanno tolto il feudo, il potere antico di secoli.
L’incursione è breve, quasi fulminea e il buio della notte assorbe ogni traccia del suo allontanamento repentino.
I documenti non ci dicono se ci fu vera resistenza. Di certo la Rocca, tornando ad immergersi nell’afoso silenzio di luglio, non ha tradito il segreto, mentre il Panaro forse ha liberato la brezza, ma solo un timido velo. 

venerdì 24 aprile 2015

CARAMELLE DALL'ARCHIVIO / 17: VEDO DOPPIO EPPUR SON SOBRIO - SPILAMBERTO E LA CABALA DEL DUE

Terza parte

 Vi abbiamo lasciato al 4° doppio, ora prendiamo in esame il 5°.
Siamo in tempi più recenti rispetto ai precedenti “doppi”, anche se la “Madonna della Rondine” da lungo tempo è stata oggetto di un culto molto sentito a Spilamberto.


Si tratta di una statua policroma, presente nella chiesa di Sant’Adriano, in cui la Madonna ha in braccio il Bambino, e sul suo polso destro è posata una rondine. Nel 1981, un’esperta chiamata a restaurarla scoprì che lo strato di vari colori era stato aggiunto successivamente alla realizzazione della statua. Si decise allora di ripristinare la figura precedente, e comparve così una pregevole madonna monocroma, dai lineamenti classicheggianti, attribuibile,  nientemeno, che a Michele da Firenze. Era il noto scultore fiorentino quattrocentesco, che aveva partecipato con Donatello alla realizzazione della Porta nord del Battistero di Firenze.
L’artista, dal 1440, lavorò a Modena, dove scolpì l’Altare delle Statuine, destinato al duomo; è probabile quindi che in quel periodo Michele abbia fatto una puntata a Spilamberto ad assaggiare il lambrusco dei Rangoni, lasciandoci questo oggetto prezioso.


Beh, voi direte, allora di due madonne ne è rimasta una, alla quale è stata lasciata sul braccio la rondine. Cosa c’entra la “Cabala del Due?”
Attenzione!
Nella parete opposta della chiesa si trova un’altra madonna, anche quella molto antica. È denominata “Madonna dei socialisti”, perché le sue sembianze sono quelle di una donna del popolo, “una rezdora”, con il Bambino in braccio, con atteggiamento meno rilassato, meno estatico, quasi indaffarato, come se dovesse correre a controllare la pentola che bolle.


Ecco il nuovo DOPPIO!

Ce ne sarebbero ancora da raccontare, ma, per ora, con il numero due ci fermiamo qui... anzi, ce lo andiamo a giocare al lotto?!
Dunque, interpretiamo: i DUE nomi di Spilamberto, le DUE Chiese, le DUE Madonne.
Riuscite a decifrare questi doppi? Avete il manuale?
Forse per fare prima è meglio consultare Internet.
Allora... buona fortuna!

lunedì 20 aprile 2015

NOTIZIE DALL'ARCHIVIO / 12: CLASSI II MEDIE: PRIMAVERA NEL PARCO DELLA ROCCA



Saranno stati il tepore primaverile e la leggera brezza che sfiorava gli alberi del Parco a stuzzicare l’irrefrenabile irrequietezza dei ragazzi. Sta di fatto che non si riusciva a comporre la loro fila per dare il via alla “ola”. Appena in ginocchio si spintonavano scherzosi e si lasciavano cadere abbracciando il tenero verde e assaporando il richiamo della terra. Poi la cosa è riuscita e l’onda delle braccia si è alzata e abbassata varie volte, sotto l’occhio impertinente della videocamera. Vitalità prorompente, desiderio di scherzare.
E poi, ecco il laghetto a forma di cuore: si intravedeva tra gli svolazzanti piumini dei soffioni, che maggiormente erano sospinti dai ragazzi, in gara tra loro per raggiungere per primi quello specchio d’acqua.
La cosa che fa pensare è quanto poco i giovani conoscano il paese. In aula, hanno individuato sulla mappa il Torrione, la Rocca, poco altro, ma non hanno dimenticato l’Atelier di Corso Umberto e la non lontana gelateria. Una ragazza, ahimè, ha denominato San Carlo la chiesa di S. Adriano. Sempre durante i preliminari, in aula, è comparso, sulla lavagna interattiva, lo stemma dei marchesi Rangoni, che dicono di aver già visto nella Rocca di Vignola: sì, per un breve periodo, Vignola è stata governata dai Rangoni. E perché la conchiglia tra righe rosse, bianche e blu?
Un ragazzo risponde: «Per il Panaro». No. La cappasanta, simbolo del pellegrinaggio in Galizia, porta a parlare di Santiago di Compostela, Roma e Gerusalemme, le mete dei pellegrini .
«A piedi?» chiedono.
Allora si parla degli scavi di San Bartolomeo a Spilamberto e dei pellegrini sepolti con conchiglia e bordone che si trovano nel museo.
La loro curiosità fa chiedere come mai si siano conservate le conchiglie.
Le domande degli alunni aprono sentieri imprevisti: ogni classe reagisce in modo diverso di fronte alle stesse notizie.
Occupati ad ascoltare le preferenze del loro immaginario di fronte a varie foto di castelli, quasi ci si dimentica di chiarire che il Castello di Spilamberto non è la Rocca, ma il territorio fortificato, un luogo cinto da mura: questo si intendeva nel Medioevo, non quello di Disney; lo testimoniano anche Castelvetro, Castelnuovo R. e Castelfranco. Le parole hanno più significati che cambiano nel tempo.
In cammino verso la Rocca, guidati dagli alunni incaricati di individuare gli edifici storici, una ragazza si ricorda dell’acetaia solo a metà di corso Umberto. Il “portico di Bondi” e l’antica abitazione dei Rangoni sono per loro una topografia sentimentale, sono diventati “il muretto degli innamorati”. Viene detto per scherzo: «Ma ora non ci si innamora più!». Alcune ragazze negano decisamente l’affermazione!
Sollecitati, osservano poi, e riconoscono, i merli dello “Stallone”, rigorosamente ghibellini; vedono lo stemma sul balcone del “Vecchio municipio”, ma non sanno decifrarlo: è il simbolo del Comune di Spilamberto! La prossima volta dovremo probabilmente iniziare dall’immagine del biancospino!
Nella “Caccia al tesoro”, il ritrovamento della R, in terracotta, simbolo dei Rangoni nella Rocca, risulta un po’ laborioso; si son dati da fare, ma la cercavano dove non era. Il ragazzo che l’ha individuata per primo si è attirato le indispettite esclamazioni dei compagni. Soltanto fortuna!
E poi nel Cortile d’Onore, ancora la brezza del Panaro (la stessa che nelle “Quattro arie” accarezza le chiacchiere dei presenti) sollecita piacevolmente le osservazioni dei ragazzi, che cercano di individuare quel passato che, nelle pietre delle pareti esterne, ci racconta i tormentati mutamenti di questo nostro importante monumento storico.
E in conclusione? Speriamo che da questa escursione i ragazzi possano conservare una nuova immagine della loro Spilamberto, di quel paese che sembrano conoscere soltanto nelle apparenze!

sabato 18 aprile 2015

CARAMELLE DALL'ARCHIVIO / 16: VEDO DOPPIO EPPUR SON SOBRIO: SPILAMBERTO E LA CABALA DEL “DUE”

Seconda parte

 Vi abbiamo lasciato con il “3° doppio”, precisamente il giorno 16 marzo 2015, parlando delle “DUE anime” che hanno sempre accompagnato Spilamberto nel corso della storia. Ci eravamo avvicinati al secolo XIX, ma ora facciamo un salto indietro, al secolo XIII, e diamo inizio alle considerazioni sul “4°  doppio”.

4°. Quando il Comune di Modena, nel 1210, fa costruire il Castello di Spilamberto, e il territorio diventa paese abitato, il Vescovo della città si affretta ad edificare dentro il Castello la Chiesa di San Giovanni Battista. L’Abate di Nonantola si ribella, non vuole una chiesa del Vescovo sul territorio di sua pertinenza: ne nasce una clamorosa lite, per la cui soluzione vengono coinvolti l’imperatore Ottone IV e il papa Innocenzo III.
Dopo quattro anni di dispute, Innocenzo III, con un suo documento, risolve la questione: stabilisce che al Vescovo rimanga la Chiesa edificata per suo volere, e che l’Abate si costruisca la sua.
Non basta: il Papa impone pure che il paese sia diviso in due parrocchie, una per entrambi i contendenti.
Le conseguenze?... Da quel momento il paese risulterà diviso in due parti dalla strada centrale, (l’attuale Corso Umberto I), che segnerà il confine di competenza delle due Parrocchie.
Sorse così la chiesa di Sant’Adriano, proprio di fronte a quella di San Giovanni, quasi DUE contendenti “l’uno contro l’altro armati”, rispettivamente il Prevosto e l’Arciprete.
La divisione modellò i rapporti fra i parrocchiani, che “giocavano” la loro vita quotidiana e religiosa come DUE squadre nemiche.
Alla fine dell’Ottocento, troviamo a reggere le Parrocchie DUE personaggi oltremodo focosi: l’arciprete Don Muratori (San Giovanni) e il prevosto Don Quatrini (Sant’Adriano).
Le scaramucce erano ricorrenti, d’ordine religioso o d’ordine mondano, come quella di fornire gli arredi più lussuosi ai due edifici sacri.
La contesa non trovava sosta, fino al punto in cui don Muratori, “partendo con lancia in resta”, fece apporre una scritta in latino sul lato sud della sua Chiesa, tuttora visibile: “Chiesa della plebe di Spilamberto dedicata a Giovanni precursore divino” (Chiesa della plebe, cioè plebana, quindi la più antica e prestigiosa).




Don Quatrini reagì. Fece scrivere sulla porta d’ingresso di Sant’Adriano: “Più antica chiesa parrocchiale di Spilamberto dedicata a Sant’Adriano III Papa ”.



Il prestigio dell’antichità non si poteva lasciare all’avversario.
Testimoni di questa duplice ferita rimangono le scritte, ancora ben visibili per chi percorre le due strade principali del paese.

Arrivederci alla lettura della Terza parte di “Vedo doppio”, per affrontare ancora la “cabala del DUE” spilambertese!

lunedì 13 aprile 2015

NOTIZIE DALL'ARCHIVIO / 11: CLASSI II MEDIE: LA MARCHESA BIANCA RANGONI E LA VERTIGINE DEGLI OPIFICI


Il Canale San Pietro che scorre dietro all’ex mulino Rangoni. Dalle sue acque traeva origine il “Canalino castellano”, utile alla lavorazione del “filo da seta” all’interno dell’opificio impiantato dalla marchesa Bianca.
(Foto: raccolta privata)


«Questi incontri servono a farci conoscere il paese», la ragazza con il velo è la prima a rispondere. «Ci vengono dette tante informazioni su Spilamberto, a casa ne parliamo con i genitori, le approfondiamo, poi le trasmetteremo ai nostri figli» dice un altro «è un modo interessante per alternare le lezioni frontali con uscite nel paese ».
Sono alcune considerazioni dei ragazzi sull’utilità dei nostri incontri e il loro giudizio è decisamente positivo su questa esperienza.
Oggi si parla di opifici, le attività industriali che Bianca Rangoni riattiva o impianta per la prima volta agli inizi del ‘600, avviando la proto industrializzazione di Spilamberto.
Questo argomento ci porta alla vertigine storica; un continuo andirivieni nel tempo tra ieri e oggi: il papiro, la carta, la corteccia vegetale e gli stracci. È così che parlando del “Follo della carta” si parte dalla raccolta differenziata di oggi, mentre un’idea della tecnologia di un tempo ce la danno le immagini dell’Enciclopedie di Diderot e d’Alambert di fine ‘700. Per di più il termine “folloni”, i martelli che pestavano gli stracci per ridurli in poltiglia utilizzabile, corrisponde ad un cognome di oggi.
È la vertigine della storia che ci pervade e ci rimanda ad un paese ricco d’acqua, acqua che ancora c’è e, anche se oggi camminiamo sopra di essa, un tempo muoveva i meccanismi della Cartiera, serviva la Filanda e la Concia delle pelli.
La foto di un tempo ci riporta il “Canalino castellano” scoperto, e si affacciano verso di noi i visi in posa di donne della metà del ‘900 che sciacquano i panni. E c’è pure la foto del ponte sul Canale Diamante che lambiva la “Concia”, controllato severamente sullo sfondo da un Torrione con la copertura di un tetto  che denuncia la datazione: la II Guerra mondiale non era ancora scoppiata.
La Filanda: matasse di seta, bruchi, bozzoli/filugelli, farfalle, 14 ore di lavoro di donne e bambini con le mani nell’acqua bollente, il “Pavaione”. C’è anche una brutta storia con l’immancabile vittima: il povero “Ugolino filatogliere”, bolognese, impiccato per vendetta. Si tratta dei segreti della produzione industriale, i problemi della concorrenza e ... di nuovo il presente: lo stesso capita con le produzioni della  Apple e la ricetta della torta Barozzi di Vignola.
Un ragazzo svela subito dove si trova la foto che ritrae donne al lavoro nella Filanda, sotto gli occhi di un burbero padrone. Lo “Zucchero filato”, il nome del bar, richiama suggestivamente l’uso a cui era adibito il locale. Il mutamento che ha apportato la storia è richiamato da una piacevole traccia visiva.
Bianca ha riattivato anche la “Concia delle pelli”. Ci si sofferma tra l’altro, oltre che sulla tecnica di lavoro, anche sulle terribili condizioni igieniche a contatto con le vasche, la puzza, il salnitro e le “Gride”, che di quest’ultimo proibivano la vendita al di fuori del “Castello” e della sua “Giurisdizione”.
Una ragazza ci informa che vasche simili per la lavorazione delle pelli le ha viste in Marocco. Immediatamente una diapositiva, nella lavagna interattiva, conferma ed illustra il suo commento.
«È sufficiente consultare i documenti e studiarli per ricostruire la storia? ».
Rivolgiamo la domanda ai ragazzi  sul finire dell’incontro.
«Occorre anche immaginazione, creare ipotesi, individuare i significati; controllare l’attendibilità dei documenti: veri o falsi? Rivolgersi, inoltre, a più fonti, chiedere anche ai nonni. Soprattutto: cercare e approfondire sempre».
Sono queste le prime risposte degli alunni, troncate, purtroppo, dal suono della campanella. Non sembrano bastare: il futuro ci offrirà l’opportunità di riparlarne.

venerdì 10 aprile 2015

UNO STRAPPO NELLA MEMORIA / 2: UNO MNÈMONE A SPILAMBERTO



L’Odissea racconta.
Ulisse, ritornato ad Itaca, per non farsi riconoscere dai Proci finge di essere un mendicante vagabondo e chiede di partecipare alla gara dell’arco. Penelope, infatti, sposerà chi sarà in grado di scoccare con l’arco di Ulisse la freccia che attraverserà senza intoppi le dodici scuri predisposte per la sfida.
Eurialo, il più arrogante dei Proci, rivolgendosi ad Ulisse così si esprime:
«Tu non mi sembri un uomo esperto di gare, ma piuttosto uno che vaga per i mari in una nave dai molti remi, che comanda i marinai, che si ricorda del carico, che pensa alle merci e ai guadagni».

Nel mondo dell’oralità, che precede quello della scrittura, sulle navi c’era chi doveva ricordare, il suo compito era quello di avere in mente l’elenco delle merci, del carico: lo MNÈMONE, una specie di “bolla di carico” umana. Alcuni antichi affermarono che i Fenici inventarono la scrittura proprio per ovviare alla difficoltà di questo compito.
Le parole di Eurialo esprimono per la prima volta il concetto dello mnèmone nell’Odissea.
In alcune città, le responsabilità di questo particolare personaggio si concentravano in un magistrato a cui erano affidati, ad esempio, compiti istituzionali riguardanti la conservazione delle informazioni rilevanti in ambito tecnico, come memorizzare il calendario liturgico.
La figura dello mnèmone compare anche nei racconti mitologici: Teti, madre di Achille, proibisce al figlio di uccidere un certo Tenes, perché generato da Apollo. Un oracolo, infatti, aveva predetto la fine di Achille il giorno in cui avesse ucciso un figlio del Dio. Teti mise al fianco di Achille uno mnèmone, con il compito di preservarlo dal destino di morte annunciato. Lo schiavo si distrasse e Achille poi morì.
Nel mondo antico le risorse degli schiavi permettono di utilizzare una persona, lo mnèmone, come supporto alla memoria. Noi oggi, più semplicemente, utilizziamo metodi diversi: a livello personale facciamo un nodo al fazzoletto, mettiamo un pezzo di carta  nell’anello e così via; più ampiamente, a livello istituzionale ci avvaliamo di un sorprendente mnèmone, l’archivio.
E non aggiungiamo altro.

venerdì 3 aprile 2015

NOTIZIE DALL'ARCHIVIO / 10: CLASSI II MEDIE: TRA "DESERTO", COMETE E TORTURE

Un applauso dei ragazzi ha concluso la lettura del diario dell’incontro precedente, già pubblicato sul blog dell’Associazione “N.A.S.Co. a Spilamberto".
La lezione, con proiezione e fotocopie di documenti alla mano, è poi iniziata, con la decifrazione di una lettera del 1594, di un certo Commissario giunto a Spilamberto, Giovanni Armati.
Individuare le parole ha creato qualche difficoltà, soprattutto per la grafia tardo cinquecentesca. Un volenteroso ragazzo ha segnato con la bacchetta parola per parola, ma dalla sedia, sulla quale era salito per indicare con più precisione, ne è sceso piuttosto provato. Poi l’amarezza per la descrizione di una Spilamberto “diserta”, abbandonata, esposta alle scorrerie dei delinquenti, con cadaveri insepolti nelle strade e preda di cani.
Ma come? Dopo aver viaggiato lungo i possedimenti dei Rangoni, perfino in Francia, a Pernes les Fontaine, segno di ricchezza e di potere, un loro feudo lasciato degradare così?
No, non era colpa loro; l’estremo stato di abbandono era conseguenza di un periodo di dominio estense sul Castello di Spilamberto e del loro disinteresse: gli Este erano lontani, nella corte di Ferrara.
Poi, sulla parete chiara dell’Aula Magna, è apparsa, quasi magicamente la cometa di Halley, la diapositiva che segnava l’arrivo di Bianca Rangoni e la sua assunzione di governo.
“Una sera di gennaio dell’anno 1607 un segno premonitore giunse dal cielo: una cometa brillava verso est”.



Certamente i ragazzi non la dimenticheranno, infatti dopo il nome e l’immagine è iniziato l’intervallo.
Subito sono cambiate le geometrie dell’Aula. Sedie disposte in circoli si sono affollate di panini, bibite, patatine e cibi vari. Mandibole all’opera si sono mescolate a chiacchiere in libertà, rigorosamente contemporanee!
Alla ripresa, Bianca ha mosso lo stupore per il delinearsi del suo personaggio, una “Signora feudale” con potere assoluto, di “banno”, che sfuggiva all’immagine di “oggetto di scambio”, quale nell’antichità la donna veniva considerata. Bambine a volte promesse già a otto anni ad un attempato, sconosciuto e sgradevole uomo, ma ricco! A questo servivano le figlie femmine delle famiglie nobili.
Una ragazza chiede: «Ma veramente?».
E immediatamente il pensiero ritorna alla notizia della poca pulizia delle persone.
Quindi uomini estranei e vecchi, per una bambina o ragazzina, che nemmeno si lavavano!
Lo stupore dei visi degli alunni esplicita le loro sensazioni.
E si ritorna a Bianca, le sue regole imposte, le “gride”, la “Colonna rossa”, le punizioni per chi non obbediva, e i famosi, terribili, “tratti di corda”, con mani legate dietro la schiena per issare e torturare il criminale.
L’attenzione tesa creatasi viene interrotta improvvisamente da una ragazza che ci stupisce: riesce a far girare braccia e mani unite dalla schiena intorno alla testa!
Le punizioni imposte dalle Gride della Marchesa su di lei non avrebbero avuto effetto! Almeno quello più terribilmente doloroso e invalidante!
Lo stupore per quella dimostrazione che strappa spontanee esclamazioni chiude con allegria il racconto, che nel corso di due ore ci ha riportato a quel lontano periodo in cui la nostra Spilamberto da “deserto raccapricciante” si stava trasformando in industriosa e ricca capitale di un feudo ancora per secoli governato dai Rangoni.

lunedì 30 marzo 2015

CARAMELLE DALL'ARCHIVIO / 15: SPILAMBERTO, GRIDA TRA LA FOLLA



Una folla, come tante altre domeniche, percorre distrattamente la strada tra le due chiese; molti, però, tengono in mano rami d’ulivo: ma certo, è la “Domenica delle Palme”!
Riavvolgiamo la linea del tempo e sulla stessa strada, nello stesso periodo, qualcuno grida:

«Udite, udite!». Si trova presso la “Colonna rossa”, un tempo collocata in un vertice delle “quattro arie”, l’incrocio stradale fra le due importanti chiese di Spilamberto.
Sopra a quella Colonna erano sempre appese le Gride, le disposizioni che conveniva rispettare: la marchesa Bianca Rangoni era determinata nell’esigere che nel suo Feudo la vita fosse minuziosamente regolata .
La voce continua a gridare, impone i comportamenti;
non ci saranno scuse per chi non sa leggere, e chi trasgredirà non avrà scampo, sarà punito.
L’anno precedente, il 1614, durante la “Settimana Santa”, gli ebrei residenti erano stati offesi e minacciati dai cattolici: sassi scagliati contro le loro finestre e ingiurie vergognose nei loro confronti. Erano violenze che si verificavano anche in altri luoghi, ma Bianca, la “Signora”, governatrice di Spilamberto, non voleva che questo fatto si ripetesse, richiedeva che nel suo Feudo vigesse il rispetto della quiete.
Questo va gridando il banditore. Ma un messaggio è indirizzato anche agli ebrei: devono rimanere nelle loro abitazioni fino allo “scioglimento delle campane”, quando la “Settimana Santa” si sarà conclusa.
Nella strada, oggi, continua il via vai delle persone con l’ulivo, ma riecheggia ancora quella voce... proviene dall’Archivio, dai suoi documenti che, se ascoltati, ci fanno quotidianamente rivivere il passato nel presente.
La suggestione può essere forte!

mercoledì 25 marzo 2015

CARAMELLE DALL'ARCHIVIO / 14: ROCCA DELLE MIE BRAME

Terza puntata


Incontri segreti in Rocca


«È successo... voglio ricordarlo, nessuno sapeva, io sì.
Voglio che se ne faccia memoria, ma come?... accadrà al giungere della notte... sì, stanotte lo farò!»

E il Commissario, Nicolò Maria Pelli, lo fece. La presunzione di aver avuto il privilegio di assistere ad un fatto di grande rilevanza lo indusse a prendere la decisione... ed aveva colto nel segno!
Tutto è ormai silenzio nella infinita teoria di stanze, gallerie, vestiboli e corridoi della Rocca.
È notte fonda. Accende il lume e sale la stretta e tortuosa scala a chiocciola che dal piano ammezzato conduce al piano nobile, quello del suo “Signore”, nel lato nord est. Pelli, però, si ferma prima di quegli appartamenti. Trova un appoggio per il lume in un angusto ambiente, quasi un incavo, adiacente alla scaletta: qui lascia la sua testimonianza.
Resta di questa sua intenzione un graffito, leggibile ancor oggi in parte:

"10 Maggio 1514. Fu qua lo illustre signor conte Guido Rangoni
conducero del nostro signore papa Lione [...] locotenente lui [...]
eccellentissimo Iuliano de Medici qui retornava a Roma [...]".

Ma noi posteri cosa possiamo dedurne?
Fu un incontro cruciale, importantissimo per i casati Rangoni e De’ Medici e per il rafforzamento del loro potere.
Guido Rangoni, condottiero del papa Leone X, e il fratello di quest’ultimo, Giuliano De’ Medici, si incontrarono proprio in quel preciso giorno ed anno, nella Rocca di Spilamberto. L’intenzione era stata strategicamente occultata da una trama di movimenti e rapporti minuziosamente calcolati. 
Le mosse future dei rispettivi Casati sarebbero state influenzate in modo determinante da quegli accordi segreti. Ma qualcuno furtivamente li osservava.
La Rocca diventa così protagonista di un importante evento e,  pur dopo cinquecento anni, ce lo svela attraverso le parole incise, ci conferma il suo intenso passato che ancora oggi continuiamo a scoprire. È questo uno dei tanti suoi modi di essere presente nella vita quotidiana degli spilambertesi.

giovedì 19 marzo 2015

NOTIZIE DALL'ARCHIVIO / 9: CLASSE II MEDIA: I RANGONI E IL MAIALINO



«Anche mia nonna possiede un castello» dice un ragazzo. Ma abbiamo già chiarito che “Castrum” a Spilamberto non è il castello a cui si pensa generalmente, ma il territorio compreso dentro le mura. Stiamo parlando del Medioevo con gli alunni delle due seconde medie che partecipano al nostro viaggio nella storia di Spilamberto. È anche un viaggio reale nel paese, con tre guide scelte tra i ragazzi stessi e che trascinano il gruppone.
Inaspettatamente un alunno indica il Museo dell’aceto balsamico e un suo amico piccato risponde: «So leggere», riferito alla targa all’ingresso. È la vecchia Villa Fabriani.
Abbiamo invitato i ragazzi a cercare prima sulla carta, poi nel paese, gli edifici storici.
Davanti al Torrione qualcuno dice: «E messer Filippo?»  indicandolo come “lo spirito”. La leggenda spunta sempre: chiariremo la prossima volta, il programma di oggi è ormai troppo intenso.
Il ragazzo dello Sri Lanka, uscito spavaldo nell’aria ancora gelida con la sola camicia, mi dice che anche nel suo paese ci sono delle torri.
Ormai siamo davanti all’antico Palazzo Rangoni (là, dove gli spilambertesi dicono di trovarsi “sotto il portico di Bondi”!): a metà del Quattrocento era splendido, nel suo interno la ricchezza e la “cortesia” affascinavano gli ospiti.
Un attento alunno ci indica in lontananza la sconsacrata chiesa di S. Maria, inconfondibile, incoronata com’è da tempi immemorabili dalle sue impalcature.
Immediatamente ecco qualcosa di interessante, di cui si era parlato in aula, però ora invisibile; la guida adulta la localizza con l’immaginazione: è la “Colonna rossa”, ed anche di questa si parlerà poi.
Il vento leggero della storia ci spinge nella corte d’onore della Rocca, dopo aver con fatica individuato sulla pavimentazione i segni dello scavo ora ricoperto ... clic! scatto fotografico di tutti noi dentro il perimetro che indica la collocazione del nucleo originario, la prima torre; ma... non c’erano nemici da avvistare, solo la preoccupazione di comparire in quella fotografia che ci ricorderà quel giorno.
Vinta la lotta con le serrature ed entrati nell’altra più recente ala, è stato facilissimo individuare la “R”, il documento materiale-visivo che rievoca i proprietari: i Rangoni.
Proprio su di essi era imperniata la lezione, questa famiglia vissuta per molti secoli in simbiosi con il paese. Per introdurre la loro importanza si erano proiettate diapositive, fra cui quella del vicino Castelnuovo, pensando che i ragazzi ne avrebbero completato il nome: C. Rangone; ma al nome Castelnuovo essi hanno associato in coro “il maialino!”. Così la nobile casata è stata spodestata da quella piccola statua che in mezzo alla piazza si presta pazientemente alle continue attenzioni di bambini e passanti. La maestà del casato era però stata ripristinata dai ritratti dei vari Signori, in particolare quello di Guglielmo II, che esibiva un colletto di preziosa pelliccia. Impietosa, però, Criseide ha spiegato che la funzione del pregiato colletto era anche quella di attirare, al “caldino”, cimici e pidocchi, che abbondavano sulle persone di allora, poco amanti della pulizia, se è vero, come si dice, che il Re Sole in tutta la sua vita ha fatto il bagno solo tre volte!
È tardi, bisogna tornare a scuola; usciti dalla Rocca troviamo l’ex maggiordomo degli ultimi Marchesi che ci osserva; lo salutiamo gentilmente. Bisogna affrettarci.

lunedì 16 marzo 2015

CARAMELLE DALL'ARCHIVIO / 13: VEDO DOPPIO EPPUR SON SOBRIO: SPILAMBERTO E LA CABALA DEL DUE

Prima parte


Incontriamo il DUE già analizzando il nome “spinum Lamberti”.
Il paese è legato al numero DUE, che ben presto si rivela un segno di rivalità, opposizione, divisione; certo non di amicizia e fraternità.

Vediamo alcuni di questi “doppi”.

1°. Prima della costruzione del Castello, il territorio, che si qualificava con lo stesso nome “spinum Lamberti”, comprendeva oltre al desolato e desertico “spinum” anche quello che i documenti chiamano “Verdeta”, un giardino ricco di vegetazione, acque e selvaggina dove il re cacciava.

2°. La prima comparsa del nome del paese vede a confronto, quasi in “lotta”, DUE documenti degli inizi dell’ XI secolo:
- un manoscritto nonantolano, un testo in poesia in cui compare Lamberti spina;



 - un diploma dell’imperatore Corrado II in cui troviamo scritto “Spinalãberti”;





3°. DUE anime accompagnano Spilamberto nel corso della sua storia.
Nel passato il territorio era diviso tra l’Abate di Nonantola e il Vescovo di Modena; quest’ultimo esercitava inizialmente il suo potere su San Vito e Corticella. 
Altro sdoppiamento territoriale lo ritroviamo nella posizione del paese, continuamente situato su un confine: in un primo tempo tra Longobardi e Bizantini, ed in seguito tra Impero e Papato.
In tale contesto i conflitti e le scaramucce non mancavano, come pure le fiorenti attività di contrabbando e le frequenti scappatelle di ragazzi e ragazze, incuranti degli “schieramenti partigiani”.
Fino al 1860 il confine rimase a dividere i DUE poteri di Modena e Bologna, le cui autorità politiche non potevano impedire “affari sottobanco e figli illegittimi” di chi, per interesse o per amore, non si sentiva partecipe di questa disputa.

Ora vi lasciamo e arrivederci alla seconda parte de “La cabala del DUE”!

lunedì 9 marzo 2015

UNO STRAPPO NELLA MEMORIA / 1: SPILAMBERTO NELLE PAROLE DI MALIKA?


“NOSTALGICO PRESENTE”,

il pezzo che Malika Ayane ha cantato al Festival di San Remo, in un certo senso parla di Spilamberto.
Molto strano, direte!
Cosa significa un “nostalgico presente”?
Certamente si riferisce ad una situazione attuale, caratterizzata dal dolore per ciò che non si ha, che si è perduto, e di cui si ha nostalgia.
Ma, che cosa è la nostalgia?
La parola nasce nel ‘600 ed è formata da due termini greci: “nostos”, che significa “ritorno”, e “algia” che significa “dolore”.
Ed ecco un personaggio al quale attribuire questa intensa sensazione: Ulisse... è il sentimento che egli prova lontano dalla patria, desiderando disperatamente di ritornarvi.
La parola ha assunto diverse sfumature nel tempo. Ad esempio, per i Romantici essa non riguarda un luogo, ma un tempo e il sentimento dolce-amaro del proprio passato.
Per chi vi scrive, però, la nostalgia è quella provata da Ulisse, e può rappresentare la metafora del nostro Archivio Storico trasferito a Vignola.
Questo è il nostro “NOSTALGICO PRESENTE”, è questo uno dei motivi per cui, ogni settimana, raggiungiamo i lettori per raccontare la storia, a “Caramelle”, del nostro paese, che per 800! anni ha conservato con passione e costanza la propria memoria nei documenti dell’Archivio.
E ... Malika ci ha fatto ricordare che non solo si può provare nostalgia per una persona o un luogo, ma anche per ciò che ci testimonia il nostro passato, che ci può spiegare il presente e che ci crea un’identità.
Il nostro Archivio deve tornare!

CARAMELLE DALL'ARCHIVIO / 12: ROCCA DELLE MIE BRAME


Seconda puntata

Se lasciate spazio alla fantasia e vi avvicinate a Lei...sentirete anche voi: la musica!
La musica cambia l’immagine della severa Rocca. Viene dall’interno, dalla “Stanza degli sposi”.
No, no, no, non è quella del castello dei Gonzaga a Mantova dipinta dal Mantegna, ma è qui, a Spilamberto, proprio dentro la Rocca!
Entriamo e andiamo a vederla.
La stanza ha la vista sul Panaro, verso est. Immaginiamola alle prime incerte luci dell’alba, avvolti dal verde silenzio del parco.
Lì ci sono gli affreschi di putti alati musicanti, eroti simboli amorosi, che suonano e tengono incantato Pegaso, il cavallo alato. La loro magia avvolge anche noi.
La stanza fu affrescata in occasione del matrimonio di Nicolò Rangoni e Bianca Bentivoglio, figlia del “Signore” di Bologna. Era il lontano 1479.
Torniamo però alla realtà, per dire: gli affreschi vennero asportati dalla fascia alta delle pareti poco prima dell’Ultima guerra mondiale. Per preservarli dal degrado ora sono in parte conservati dal Comune di Spilamberto e in parte dall’ultimo discendente dei marchesi Rangoni.
Lasciandoci, un’ultima volta, trasportare dalla delicata armonia del flauto e quasi imbrigliati, come Pegaso, dal seducente festone, torniamo alla storicità della rappresentazione: l’affresco ci dice che, in quel momento, si stava attuando un percorso di ristrutturazione della Rocca, la quale, da fortilizio, si avviava a diventare una residenza signorile. Sarebbe diventata confortevole luogo di soggiorno dei Marchesi e dei loro importanti ospiti, che da varie parti della Penisola avrebbero raggiunto la Spilamberto degli anni e dei secoli futuri.
E noi, da queste pagine, vi racconteremo la loro storia.
Arrivederci a presto. 


venerdì 27 febbraio 2015

CARAMELLE DELL'ARCHIVIO / 11: IL PORTICATO DEL BERNINI A SPILAMBERTO?


Recentemente ha fatto scalpore l’iniziativa del Papa di aprire docce e una barberia, sotto il porticato del Bernini, per i senzatetto; è stato fornito loro anche un pasto.
È l’abbraccio di Piazza San Pietro che si allarga per soccorrere chi è povero e bisognoso. 
Qualcosa di simile succedeva a Spilamberto nella seconda metà dell’Ottocento e agli inizi del Novecento, anche se con modalità diverse.
Accadeva solitamente quando la rilevante crisi economica veniva accompagnata da inverni particolarmente rigidi e la fame bussava alle porte di molte famiglie.
Cosa succedeva a Spilamberto?
L’Amministrazione comunale, in collaborazione con associazioni caritatevoli, organizzava la “Cucina economica” e lo “Scaldatoio”.
Tali soccorsi venivano collocati in un ambiente sottostante il Teatro comunale e adiacente al Torrione medievale. Era lo spazio solitamente destinato alle “Guardie campestri” e a luogo di deposito delle pompe antincendio.
La prima volta in cui vennero prese queste iniziative fu nel lontano 1869.
Altro esempio significativo si ebbe nel 1887. In questa occasione, il Sindaco risolse di scrivere al Ministro dell’interno a Roma per chiedere aiuto:
“L’imperversare della crisi economica che colla mancanza di lavoro rende addirittura desolante la condizione dei numerosissimi nostri poveri nell’ora incominciata rigida stagione, rende necessario che anche quest’anno – come si ebbe a fare altre volte – si aprono lo Scaldatoio e le Cucine economiche gratuite [...] ma i mezzi del comitato apposito essendo troppo esigui [...] si invoca e si spera in un generoso per quanto modesto sussidio del Regio governo”.
E da Roma giunse un aiuto nella misura di lire 100.
Quindi, quell’inverno, nei mesi di gennaio e febbraio, vennero distribuite, tre volte la settimana, una media di duecento minestre al giorno, cercando di “alleviare e lenire i bisogni e i dolori di tanti miserabili”, come diceva il Sindaco nella sua lettera.
E le docce del Porticato del Bernini? Chi provvedeva?
A quell’epoca questa esigenza era molto lontana dai pensieri della popolazione, che viveva giornalmente in un Castello in cui l’igiene, come in tantissimi altri luoghi, non era certamente fra le prime necessità, e la costante urgenza quotidiana era, per molti, soddisfare la fame.

CARAMELLE DALL'ARCHIVIO / 10: GIOCHI DI NEVE


La neve, da un po’ di giorni, la fa da padrona nel nostro paese. L’inverno ha veramente interpretato se stesso. 
Il disagio che provoca agli adulti è, invece, gioia per i bambini.
Nel passato le vie del paese erano proprietà dei pedoni e con la neve ci si divertiva. Si scivolava ripetutamente dagli alti cumuli con emozione e fatica (quanta ne veniva allora!). Ogni angolo, ogni spazio in cui si ammassava la bianca coltre erano motivo di gioco.
Ricordiamo: decenni fa era possibile accedere a quel fossato che per tanti secoli ha circondato il Castello e la Rocca, il cui ultimo tratto, rimasto fino a tempi recenti, ghiacciava d’inverno. Era là, dietro l’ultima restante Torretta di guardia, ai piedi della “Montagnina”. Per i ragazzi degli anni Cinquanta, era la pista ideale per pattinare. Purtroppo, c’è chi ancora ricorda, con triste emozione, i vigili accorsi per recuperare il corpo senza vita di uno di loro, uno di quei giovani che si erano ritrovati per scivolare allegramente sulla superficie ghiacciata. E la memoria ha impresso tristi colori: la divisa dei pompieri e il bianco del telo che, ricoprendo il ragazzo, profanava la neve.
«Mai più!» i genitori dicevano «mai più su quel ghiaccio!»
La successiva copertura del fossato ha allontanato il pericolo e, per molti, anche il ricordo di quella sciagura, di cui gli stretti legami paesani resero tutti partecipi.
Oggi, se anche la fossa non rimane, resta del passato l’antico Piazzale della Rocca. Lì, un alto cumulo di neve sembra invitare al gioco, a lunghe scivolate. Ma il Piazzale resta silenzioso, mancano le grida festose di bambini e ragazzi, che un tempo avrebbero colorato vivacemente la gelida atmosfera invernale.

lunedì 16 febbraio 2015

SPILAMBERTO, UNO STRAPPO NELLA MEMORIA: PRESENTAZIONE



1561: introduzione al “Primo Libro dei Partiti comunali” (i verbali del Consiglio),
la vera memoria storica della Comunità di Spilamberto.
Documento manoscritto conservato nell’Archivio Storico Comunale di Spilamberto



Prossimamente arricchiremo la nostra pagina con una nuova rubrica, dal titolo “SPILAMBERTO: UNO STRAPPO NELLA MEMORIA”.

In essa tratteremo dell’Archivio storico comunale di Spilamberto e dell’obiettivo che stiamo perseguendo, cioè quello di farlo ritornare nel nostro paese, visto che sta per essere trasferito a Vignola.
Da una parte l’Archivio rappresenta la nostra memoria e la nostra identità, che, radicandosi nella storia dal 1210, ha lasciato tracce scritte nel nostro paese dal ‘400. Queste testimonianze sono, appunto, raccolte nell’Archivio stesso.
Ci permetteremo, così, di intervenire sulla memoria in generale, come era concepita nell’antichità, in particolare a Roma e in Grecia. Collegati alla memoria sono l’oblio, la dimenticanza, ed anche di essi parleremo.
Relativamente al trasferimento dell'Archivio ci esprimeremo ricordando i “ritorni” nella letteratura e nel mito.
Il principale protagonista a cui ci riferiremo sarà Ulisse, che ci sembra una perfetta metafora del “Nostro Archivio”, con il suo lungo viaggio di ritorno durato 10 anni, proprio il tempo previsto dall’accordo con la Fondazione di Vignola. 
Il felice esito del ritorno di Ulisse speriamo sia benaugurante per l’Odissea del nostro ricchissimo, ma, purtroppo, poco conosciuto Archivio storico comunale.

domenica 15 febbraio 2015

CARAMELLE DALL'ARCHIVIO / 9: ROCCA DELLE MIE BRAME...




Prima puntata

Sarà per il suo aspetto goffo, asimmetrico, determinato dall’aggiunta su di un lato degli alloggi della servitù, sarà per la sua collocazione, ma la Rocca è sempre stata la cenerentola del paese, sovrastata dal potere magnetico e prevaricatore del Torrione.
La preponderante esibizione di questa antica torre si rileva anche da tutte le rappresentazioni del Castello di Spilamberto: la Rocca, importante fortificazione della zona di confine tra il territorio papale e quello imperiale, non compare quasi mai.

“Sensibili al suo grido di dolore”
abbiamo pensato di dedicarle la nostra attenzione per ridarle quello spolvero che le spetta.
La sua, è, decisamente, una storia a puntate per quanto riguarda sia la struttura sia le specifiche funzioni.
La sua configurazione venne preceduta da un’unica torre, utile per l’avvistamento dei nemici e per la difesa... gli avversari, al di là del Panaro, erano vicini, l’allerta doveva essere continua!
Siamo poi nel ‘300, quando la Rocca, dopo aver inglobato la torre di difesa, iniziò la sua trasformazione. Dapprima usata come costruzione-fortezza, cominciò a modificare la sua immagine e la sua utilizzazione. Furono i Signori Rangoni, ufficialmente investiti del Castello di Spilamberto e del suo territorio, che diedero avvio al suo mutamento.
Nel tempo venne progressivamente dotata di due ponti levatoi con rispettivi “rastelli”, le porte. Un ponte rivolto verso il Panaro e l’altro verso l’interno del Castello, entrambi in asse con la Porta principale sottostante il vanitoso Torrione, che primeggiava sulle più piccole torri, le “torricelle” o “torresini”, costruite ai quattro angoli delle mura.
...e dopo questo cambiamento? ... cosa succederà? ... a risentirci alla prossima puntata!