giovedì 26 aprile 2018

ROCCA DELLE MIE BRAME / 24


Una inesorabile decadenza



Con Modena capitale della “Repubblica Cispadana” tramonta nel nostro territorio “l’Ancien Régime”: la divisione territoriale in feudi e i privilegi dei “Signori” vengono aboliti. La stessa sorte spetta agli stemmi, “Arme”, degli aristocratici.
Non tutto però si cancella. Il 1814, con la “Restaurazione”, pur non facendo rivivere la vecchia struttura feudale, lascia spazio nuovamente alla preminenza delle antiche Casate nobiliari, e fra queste quella dei Rangoni.
Già si era precisato che nel 1812 la Rocca era tornata di loro proprietà, poiché “bene allodiale” (privato) della famiglia.
I Rangoni non soccombono; in Spilamberto continueranno a mantenere la loro autorità: la ricchezza del patrimonio e la consistenza delle tasse fa si che a chi più possiede, più potere è concesso. Questo accade, come in altri territori, a Spilamberto, alla compagine di coloro, il “notabilato”, che assumono le redini del governo del “Castello”.
I Rangoni preferiranno risiedere a Modena, privilegiando le nuove costruzioni nella città capitale del Ducato, dove componenti della famiglia ricoprono importanti incarichi di governo. Ma il lustro che continua a circondare la famiglia dei “vecchi Signori” non illuminerà più l’antico maniero: la Rocca, da secoli emblema del loro potere, decadrà inesorabilmente.
Il deterioramento non sarà repentino, si può parlare di un periodo di immobilità, quando ancora la loro Corte e i loro ospiti illustri la sceglieranno come luogo di villeggiatura, dove spesso si intrattenevano anche i più ricchi possidenti del luogo.
Purtroppo, come spesso era accaduto nei secoli precedenti, servì anche per stanziarvi truppe, come segnalato in documenti del 1860.
La Rocca rimaneva quindi, nei primi decenni dopo la “Restaurazione”, soltanto una comoda residenza, in cui cercare di far rivivere un passato di splendori ormai lontani, mentre gli interventi di restauro, per adeguamento alle esigenze del tempo, risultavano mediocri: semplici affreschi alle pareti, trascurabili riparazioni.
Accuse, all’allora più importante esponente del Casato, Giuseppe Rangoni, vennero pubblicate da un giornale modenese (1867):

“La rocca degli antichi feudatari […] è […] riattata alla moderna e si cerchi invano i merli venerandi […] si scorge un ridicolo cornicione […]. Ivi un signore potrebbe, restaurando quella rocca, procurarsi una splendida villa, conservare un antico monumento d’una famiglia possente e procacciare un ornamento al paese; ma invece quella rocca cade in rovina, e ti piange il cuore la desolazione che rivela”.


(Alcune informazioni sono tratte da: L. Balboni, P. Corradini, “Rocca Rangoni a Spilamberto. Storia e destino di una fortezza”, Maggioli Editore, 2017. Altra fonte documentaria importantissima è l’Archivio Storico Comunale di Spilamberto.)

giovedì 19 aprile 2018

CARAMELLE DALL'ARCHIVIO / 51

Spilamberto 1918: Prigionieri in casa propria


Remo Bergonzini durante la Grande Guerra.
Remo, futuro fondatore del Gruppo Alpini di Spilamberto,
fu catturato dagli austriaci e trascorse diversi mesi in un campo di prigionia in Serbia.
Testimonianza e fotografia di Angela Bergonzini.



Un effetto inevitabile della guerra, si sa, sono i prigionieri: quelli nemici e quelli italiani in mano ai nemici. Dopo Caporetto, Spilamberto è incluso tra i territori in stato di guerra e questo comporta pesanti conseguenze per il paese.
Il 4 novembre 1918 c’è l’armistizio: la guerra è finita, ma le condizioni di vita della popolazione di Spilamberto peggiorano invece di migliorare, e questo è il paradosso; ma sorprendente ne è la causa. Dopo pochi giorni dall’armistizio un Commissario provinciale chiede quanti prigionieri nemici si possano accantonare a Spilamberto. Il Municipio risponde “I locali sono in parte occupati da truppe e prigionieri lavoratori, l’altra parte è requisita per 1800 prigionieri italiani. Nulla è disponibile”.
Questo è il secondo paradosso: prigionieri italiani in Italia. La spiegazione è amara: dopo Caporetto i prigionieri italiani caduti in mano al nemico sono visti con diffidenza e ostilità; sono considerati probabili disertori o cattivi soldati. Al loro rientro si pensa di sottoporli a interrogatorio e tra le aree prescelte per questo c’è la provincia di Modena. A Spilamberto uno dei locali indicati per l’accoglienza è l’Asilo Infantile. Il marchese Rangoni si oppone a tale scelta e scrive al sindaco:È imminente la requisizione dell’Asilo per collocarvi i prigionieri. La prego…di evitare tale iattura per tante povere famiglie che perderebbero così il vantaggio della quotidiana minestra ai loro bambini”. Il marchese si preoccupa solo del nutrimento dei bambini, non della custodia. La richiesta è accolta e in effetti vengono occupati Villa Toschi, la Filanda, il Filandino, il Teatro Comunale e un forno.
La condizione degli ex prigionieri è drammatica. L’Archivio conserva un documento del sindaco di Spilamberto che ce ne informa: “Da domenica (10 novembre) sono qui 1500 prigionieri nostri reduci (dall’) Austria, parte tubercolotici, in pessimo arnese, alcuni seminudi scarsamente e male vettovagliati, ricoverati (in) locali senza vetri, privi (di) coperte col freddo che volge…Taluni elemosinano e rubacchiano dentro e fuori paese. Impossibile impedire contatti con popolazione pericolosi. Urgono provvedimenti e tenere pulizia dai comandi militari …(in) ogni dove mucchi di immondizie perniciosi e sconvenienti”.
La convivenza tra civili e militari, raggiunta prima pur con difficoltà, fallisce in questo momento. A Spilamberto però c’è chi si è prodigato per i prigionieri. Arturo Gatti offrì alloggiamenti, trasporti di viveri e indumenti, assistenza ad ammalati, vino caldo e così via. L’anima di Spilamberto non era vinta.

[Le informazioni sono tratte da C. Cevolani, “Dal Panaro al Piave”, Istituto Enciclopedico Settecani, 2016]

mercoledì 11 aprile 2018

CARAMELLE DALL’ARCHIVIO / 50

UN FURTO SVENTATO NELLA SPILAMBERTO ANNI ‘30.


Nell'immagine: fotografia (1935 circa) dell'allora Casa del Fascio,
attuale Museo Archeologico-Sala Consigliare;
sullo sfondo Piazza del Littorio prima della costruzione del Municipio
(da "Spilamberto in fotografie e cartoline d'epoca",
Comune di Spilamberto, 2008, a cura di M.C. Vecchi)


Anno 1934, una fredda serata invernale di fine febbraio: due uomini percorrono corso Umberto I verso il Torrione.
Il primo è il trentenne Renato Cavani: forse è passato a prendere l’amico Ernesto Rubbiani, un reduce della Grande Guerra che abita in via San Carlo; forse si stanno recando insieme in uno dei locali che sorgono in Piazza Littorio (attuale Piazza Caduti), l’osteria dei fratelli Baschieri o l’Albergo “Italia” di Zita Malmusi.
Fatto sta che, quando arrivano in fondo al portico e sbucano sulla Piazza, si accorgono, alla fioca luce dei lampioni filtrata dalla nebbia, che sta accadendo qualcosa di strano. C’è un’automobile parcheggiata, e uno sconosciuto sta frugando al suo interno: alla vista dei due uomini si allontana nascondendo qualcosa sotto la giacca, sperando di non dare nell’occhio.
Ma Renato si rende conto che qualcosa non va: ha riconosciuto l’auto – d’altra parte non ne girano molte in paese – come quella di Egidio Corsini, un pavullese che da anni vive a Spilamberto. 
«Fermati!» urla lanciandosi all’inseguimento del ladro.
In pochi passi lo raggiunge, ma mentre sta per afferrarlo quello si gira e gli lancia contro un pesante “cricco” di ferro che – si scoprirà – aveva rubato dall’auto. Con l’agilità di un gatto, il Cavani schiva il colpo e si getta sul malvivente. S’accende un furioso corpo a corpo, ma l’arrivo di Rubbiani permette di immobilizzare il ladro, che viene subito condotto presso la stazione dei Carabinieri nella vicina Cuntrèda dla Prèda. Qui l’arrestato viene identificato come un noto pregiudicato residente a Castelnuovo, che nella stessa serata aveva messo a segno un altro colpo ai danni di un’altra automobile incustodita.
L’avventura finisce lì, ma ha uno strascico che oggi potrebbe lasciarci sorpresi. Qualche giorno dopo, infatti, le autorità del Comune, invocando il Regio Decreto 1168 dell’aprile 1851, si rivolgono al Ministero dell’Interno chiedendo di assegnare una ricompensa al Cavani “per aver agito con prontezza e decisione, non curando il pericolo di rimanere colpito dal cricco di ferro lanciatogli contro dal fuggitivo e per essere riuscito in tal modo ad impedire altri furti e ad assicurare alla giustizia il pericoloso pregiudicato”.

[La descrizione dell’evento e le informazioni sui suoi protagonisti sono tratte da documenti conservati presso l’Archivio Storico del Comune di Spilamberto]

mercoledì 4 aprile 2018

POLVERE D’ARCHIVIO, POLVERE DA SPARO / 1

Visita alla polveriera di Spilamberto nel 1769


(Mappa conservata presso l’Archivio di Stato di Modena)



Ci fa da guida un inventario dell’epoca.
A sinistra della strada maestra che da Spilamberto conduce a Vignola s’incontra un viottolo che guida ad un grande portone di pioppo a due ante, sostenuto da pilastri di mattoni con quattro cardini e chiuso da un catenaccio di ferro: inizia qui la proprietà della Serenissima Ducale Camera. All’interno della zona recintata si trovano 5 fabbriche: il “pistrino” San Pellegrino, una casa ad uso digranitora” e magazzino, il “pistrino” Sant’Anna e due caselle per gli operai. Il recinto è formato a nord da una siepe viva di circa 15 metri e per il resto dal canale, a ovest e sud pure da una siepe viva e ad est dal nuovo canale per il “pistrino” San Pellegrino, realizzato nell’anno corrente 1769.

PISTRINO S. PELLEGRINO fabbricato nell’anno corrente 1769 (indicato A nella mappa)
L’edificio ha forma rettangolare e misura circa 7x5 metri. Sulla facciata nord, sopra la porta e l’unica finestra, si legge a grossi caratteri rossi il nome “San Pellegrino”; sempre sulla facciata si apre un pozzo per l’appoggio del “fuso” (l’albero motore) che trasmette il moto dal canale ai macchinari.
Esternamente la fabbrica è alta meno di 4 metri, ma all’interno risulta più ampia in quanto in parte seminterrata; vi si accede infatti scendendo una scala di pietra di sette gradini. Altre due finestre si aprono sulle pareti est e sud.

PISTRINO S. ANNA fabbricato nell’anno 1763 (indicato D nella mappa).
Il “pistrino” si è incendiato varie volte ed è stato ricostruito da Taddeo Savani. Sulla facciata si legge il nome “S. Anna”; sulla parete sud si trova un pozzo per l’appoggio all’asse del “fuso” (l’albero motore) dell’edificio, continuamente azionato da un piccolo acquedotto che scorre sottoterra verso il basso da sud verso nord.
La fabbrica ha la forma di un quadrato di circa 5 metri per lato.

CASELLA PER GLI OPERAI DEL PISTRINO S. PELLEGRINO (indicato C nella mappa).
La casella è di fabbricazione nuova (1769) e ha il suo ingresso a nord, mediante una porta di pioppo chiusa da una serratura. Sulla parete orientale si trova un camino rustico con un piccolo focolare.
L’altezza dell’edificio è alla sommità pari a oltre 3 metri.

CASELLA PER GLI OPERAI DEL PISTRINO S. ANNA (indicata E ella mappa).
Fabbricata nel 1763, questa casella, di forma pressoché quadrata, presenta sulla parete nord la porta di ingresso, una finestra e un piccolo finestrino; l’unica altra finestra si trova sul lato meridionale. È più bassa rispetto agli altri edifici, non raggiungendo i 3 metri alla sommità.

GRANITORA” (indicata B nella mappa).
La “granitora” è il luogo in cui la polvere, ancora nella forma di un impasto umido, viene ridotta in grani. Questa fabbrica fu costruita nel 1763 e serve entrambi i “pistrini”. Quando era presente il solo “pistrino” detto di Sant’Anna, consisteva in una camera a pianterreno e altra superiore con portico a mezzogiorno. Dopo l’erezione del “pistrino” di S. Pellegrino nel 1769, la “granitora” è stata ampliata costruendo un secondo locale ad uso magazzino di carbone.
All’angolo nord della facciata occidentale della fabbrica si trova una scala che conduce al secondo piano, parte in mattoni parte in legno di rovere e coperta da un tetto sostenuto da due travicelli perpendicolari.
L’edificio è alto circa 6 metri, lungo 8 e largo 6; il portico è lungo oltre 6 metri e largo circa 3.

Nel loro complesso, gli edifici e i capitali sono valutati circa 1.300 lire modenesi.

Nella mappa è inoltre indicato con F un ponte provvisorio, con G il canale S. Pietro, con H il canale derivato dal S. Pietro che porta l’acqua al “pistrino” S. Pellegrino. Si possono poi notare la “carrata” (carreggiata) che dalla Vignolese conduce al “pistrino” e l’indicazione dei proprietari confinanti: a est e ad ovest Bonetti, a nord Pasqualini.

In una prossima caramella la visita proseguirà dentro gli edifici.