mercoledì 28 dicembre 2016

NOMINA NUDA TENEMUS / 3: UN TUFFO TRA CASALI, CASTELLI E GIARDINI


(Particolare di pergamena conservata presso l’Archivio dell’Abbazia di Nonantola, nella quale si leggono gli antichi nomi del territorio spilambertese)


L’importanza dell’Ospitale di San Bartolomeo – lo abbiamo visto nella scorsa puntata – risiede anche nel suo essere stato un riferimento geografico fondamentale per individuare il territorio spilambertese nell’antichità, prima ancora che comparisse il nome stesso del paese.

Secondo le prime carte che lo descrivono, l’Ospitale si trovava in una località nominata “Casale”, “Castiglione” oppure “Verdeta”: così si chiamava il nostro territorio in documenti antichissimi di età longobarda, risalenti a prima dell’800 d.C.
Questi nomi sono importanti, perché ci parlano della situazione del territorio di Spilamberto diversi secoli prima della fondazione del paese.

Il nome “Casale” probabilmente rimanda, come nell’italiano d’oggi, ad un edificio di campagna, e nel latino dell’epoca indica anche il terreno che vi sorge attorno. L’immagine che ci viene trasmessa dal nome è dunque quella di un territorio per lo più disabitato, punteggiato solo da qualche casolare sparso.

“Castiglione” è senz’altro un diminutivo di “castello”. Non dobbiamo però pensare al castello medioevale con mura, torri e ponte levatoio, ma piuttosto a un piccolo borgo fortificato. Non si può escludere che esistesse sul territorio di Spilamberto un paese prima dell’attuale; è più probabile però che a qualche chilometro dall’odierno centro abitato vi fosse un insediamento fortificato preromano o romano, riutilizzato in epoca altomedievale. Infatti al termine di via S. Liberata è stata individuata una fattoria romana, e il luogo denominato Ergastolo fa riferimento al locale in cui venivano tenuti gli schiavi in catene durante la notte.

Più affascinante il significato del nome “Verdeta”: la località è chiamata così perché, come recita un documento del 776 d.C., “vi si trova il giardino di piacere del Re (il longobardo Astolfo)”. Un giardino, un parco regale sorgeva dunque sul territorio che oggi è Spilamberto.

Tre nomi dunque per il nostro territorio in epoca antica: ma tra casali, castelli e giardini… dov’erano le spine che danno oggi il nome al paese?

[Le informazioni e l’immagine sono tratte da C. Caprara - C. Cevolani - P. Corni, “In loco qui dicitur Spino Lamberti” e da S. Cevolani, “Prima del castrum”, pubblicati rispettivamente nel 2010 e nel 2012 dall’Istituto Enciclopedico Settecani]

mercoledì 21 dicembre 2016

CAPRICCI DIALETTALI / 6: NATALE 2000


Corriere della Sera: nella presentazione del nuovo libro del filosofo Stefano Zecchi leggiamo che “il progresso e il globalismo hanno danneggiato la tradizione intesa come radicamento in una storia che costituisce la tua identità”; questo fenomeno “ha portato l’Occidente ad essere sì un Paradiso, ma dal ventre molle, a essere una grande luminaria per il resto del mondo ma, in realtà, una piccola bottega in totale abbandono verso la propria tradizione, succube di modelli di sviluppo che non erano i suoi propri.”

Cosa ha a che fare questo con Spilamberto e con il Natale?
Il collegamento è dato da una poesia natalizia pubblicata alcuni anni fa da Silvio Cevolani, che introducendola scriveva:
“Per carità, non mi lamento, la vita è certamente migliorata. Ma questa società di impiegati e montatori che tutti la sera guardano la stessa televisione, tutti sgranocchiando pop-corn che arriva da chissadove grazie a mirabili conservanti, ebbene, questa società mi lascia perplesso. A volte mi dà l'impressione di un motore che gira a vuoto; sempre mi trasmette un senso di fragilità e la netta sensazione non di un perfezionamento ma di una non necessaria frattura nei riguardi del modo di vivere che abbiamo seguito per secoli. Ed ero preso da queste riflessioni quando, la vigilia di Natale del 1998, tornando da un malinconico giro in una Piazza semideserta, scrissi questi pochi versi…”

Ed ecco dunque i versi di Silvio, con i quali facciamo a tutti i nostri lettori i migliori auguri di un sereno Natale.

Long tota la Piaza, fra Roca e Turoun,
l’é tota ‘na lus, l’é tot un lampioun.
Ch’el quater buteigh gli han fat la vedreina
coun lus, musicata e na man d’purpureina.
I ein poch qui chi pasen, i ein svelti e sicuri,
e seinza fermeres is disen: «Avguri!»
I ein poch: tot chi eter i ein bele a la Cop
chi coumpren pandori, champagne e culotte.
Turnessa al Bambein in ste mond ed lampioun
al post ed ‘na stala igh darevn un scatloun.


[Natale 2000, da S. Cevolani e G. Cevolani, Storia di Spilamberto a Sonetti, Mercatino di via Obici, 2003]

mercoledì 14 dicembre 2016

“PAGINE DI DIARIO”/ 13


Parte seconda

[...] Mia madre lavorava alla Sipe, che era una fabbrica di esplosivi. Lei faceva i turni dalle sei del mattino alle due di pomeriggio e mangiava là. Noi eravamo a casa da soli. Mia madre, per non lasciarci soli, fino dall’età di sei mesi e mezzo ci aveva messi a balia da una vicina di casa: la chiamavamo nonna Faustina. Nonna Faustina ci ha voluto molto bene e anche noi l’amavamo molto. L’unica cosa è che puzzava, ma noi non ci si badava. Metà dello stipendio di mia madre serviva per pagare lei.
A quell’epoca non c’erano gli asili nido e noi eravamo due gemelli senza padre.
Alla nonna Faustina abbiamo voluto tanto bene, come a una mamma, e lei ce ne ha voluto come se fossimo suoi figli. La ricordo ancora oggi con amore. Ancora oggi ricordo quella casa buia a solaio, con una piccola finestra che guardava la via Obici. Una cucina nera, con due fornelli in pietra, e si faceva il fuoco con il carbone. C’era sempre un gran fumo ed era nerissima. C’era poi una rete che faceva da letto e sulla quale abbiamo fatto così tanti salti fino a disfarla. Nonna Faustina non aveva il gabinetto in casa e, come tutte le vecchie di una volta, non portava le mutande: quando doveva urinare andava nella stalla, che era al pianterreno, si metteva a gambe aperte, con una mano spostava il grembiule e quando aveva finito si puliva con lo stesso grembiule che veniva lavato ogni quindici giorni. Figuriamoci l’odore che poteva fare! Nessuno aveva l’acqua in casa: c’erano i pozzi.
La via Obici era una via di stalle e di cavalli e birocci che servivano per andare in Panaro per prendere la ghiaia per i frantoi. Quella casa era la mia seconda casa. Grazie nonna Faustina per il bene che ci hai voluto. Non ci hai mai fatti sentire soli, specialmente in quei tristissimi anni. Tu sarai sempre nei miei pensieri. [...]

Nell'immagine: casa, ora ristrutturata, sita in via Obici, nel cui sottotetto abitava “nonna Faustina”; al piano terra vi era la stalla.

mercoledì 7 dicembre 2016

IL GIGANTE SPINALAMBERTO / 1: “BERTO PER GLI AMICI”



Ed eccolo Berto: adulto; il fisico possente in riposo su un tallone, ma dinamico, proteso a una nuova partenza, pronto a scattare, a difendersi e a difendere. Ispira senso di sicurezza e protezione, più che aggressività. Abbigliamento ed arma richiamano una storia lontana, che è quella del nostro paese. La robusta clava fa pensare ad Ercole, ci proietta in un’aura mitica, ma l’abbigliamento pesante è tipico di un clima continentale.
Il disegno e il personaggio ricalcano esattamente i confini di Spilamberto. È dal contorno di essi che Fabiano Amadessi ha ricavato questa figura, che diventa una bella allegoria del nostro paese. Ci rimanda alla sua antica storia, al mito del nome, alla sua nascita legata alla necessità di difesa; allora erano i bolognesi i nemici. Dalle sue spalle emerge il senso di protezione, un dinamismo che sollecita la capacità di riprendersi anche dopo momenti di crisi. Ebbene, sono tutte proprietà che uniscono l’uomo e il paese.
Poi Berto, seguendo una caratteristica degli Spilambertesi, è un narratore e, siccome ama i bambini, si ritrova spesso con un gruppo di loro sotto una quercia in un luogo appartato, a Collecchio, e lì racconta storie, a volte legate a fatti reali, a volte più fiabesche. I bambini sono affascinati e a loro piacciono soprattutto quelle legate al “doppio”.

Vi diamo appuntamento per leggere le sue storie.

mercoledì 30 novembre 2016

IL VECCHIO COMUNE SI RACCONTA / 3°: LA “VOCE” DEL COMUNE DI SPILAMBERTO


La “Comunità” di Spilamberto aveva la possibilità di prendere decisioni, di far sentire il proprio parere, di interloquire con i poteri forti di allora: il “potere di banno” del marchese Rangoni, ma anche degli Este, duchi di Modena e Ferrara.
Questa era la “voce” della “Comunità” che è stata documentata e che ha dato vita all’Archivio Storico Comunale del paese e alla sua straordinaria ricchezza.
Avere la possibilità di esprimere le proprie opinioni non significava, però, averla sempre vinta sulle imposizioni e le richieste dei poteri superiori.
Il 23 febbraio 1561 la “voce” non riuscì ad avere la meglio nei confronti degli Este.
Nell’edificio detto la “Sega” a Spilamberto, di proprietà Rangoni, si trovavano travi ed assi di legno e il governo modenese era interessato ad averli. A questa imposizione dovettero cedere i Consiglieri riuniti. Ma il danno non si limitava al materiale. C’era pure la spesa del trasporto, i cosiddetti “carreggi”. In quel caso se ne dovettero incaricare i mezzadri dei privilegiati spilambertesi, cioè di coloro che avevano il diritto di non pagare le tasse, gli “esenti”, ovvero i nobili Rangoni, i frati e le suore. Si trattava di denari e animali per trasferire il legname.
Fu sicuramente un abuso, un’imposizione, quasi una pena da scontare. In quei giorni le braccia di quegli uomini non vennero destinate ai lavori dei campi, ma al servizio di “Sua Eccellenza il Duca”.
Per noi, oggi, c’è però un dato positivo: conosciamo i nomi dei “fortunati” prescelti ed è un’occasione per individuare nomi di “antichi” spilambertesi!
Eccoli:

-          Alcuni componenti della famiglia Berselli, mezzadri delle “Suore di San Paolo” e dei Rangoni
-          Jacomo Vezzale (Giacomo Vezzali)
-          Antonio Solmo (Antonio Solmi)  
-          Pedro Antonio Selingardo (Pietro Antonio Silingardi)
-          Matteo Solignano
-          Pedro Cuzano (Pietro Cusano)
-          Zuliano de Selmo (Giuliano Selmi)
-          Baldissera Bersello (Baldassarre Berselli)
-          Domenico Caretta  (Domenico Carretta)
-          Pedro Adani (Pietro Adani)
-          Zoanno da Rola (Giovanni Roli)
-          Zan Francesco Chechini (Gian Francesco Chechini o “Cecchini”?)
-          Zoanno Bavalotto (Giovanni Bavalotto)


Nell'immagine: mappa (1761) della zona compresa tra l’Oratorio di S.Pellegrino, il fiume Panaro, il “Castello” e abitato di Spilamberto e il canale del Diamante. Il cerchietto rosso indica i campi di proprietà delle suore di S. Paolo di Modena. Documento presente nell’Archivio Storico Comunale di Modena.

mercoledì 23 novembre 2016

SPILAMBERTESI DA RICORDARE / 6°: GERMANA BETTELLI


Ancora fra noi

Provincia di Modena, lunedì 19 settembre 2016: iniziava la settimana dedicata alla “Poesia”, il festival che ogni anno percorre vari paesi del nostro territorio.
Spilamberto iniziava con un tributo ad una nostra cittadina: Germana Bettelli.
Il “Cortile d’onore” della Rocca, fra tante presenze, ha accolto le celebrazioni di questa persona che nel silenzio ha scritto la sua vita, coltivando la sua arte nella riservatezza, pur essendo un personaggio pubblico: era un’insegnante. Una maestra che con le proprie competenze, sensibilità e doti ha regalato moltissimo a quella scuola a “Tempo pieno” di Spilamberto che, negli anni Settanta, era diventata il centro propulsore di un nuovo metodo ed organizzazione di insegnamento.
All’interno di questa scuola all’avanguardia e nei laboratori artistici da lei diretti, riusciva a far emergere in una serena naturalezza le personali doti di ogni alunno, a gratificare le loro produzioni con la soddisfazione appagante di aver creato opere uniche, personali, che tutti poi avrebbero potuto ammirare nelle mostre appositamente allestite.
Germana, nata a Spilamberto il 27/10/1934 e morta nel proprio paese il 26/08/2013, era una pittrice.
Un’artista la cui arte si esprimeva nell’armonia delle sue visioni, sensazioni, sentimenti espressi tangibilmente sulle tele, in cui gli stessi colori rivelavano l’interiorità del momento della creazione.
Il suo sentire non si limitava ad essere espresso con i pennelli. La poesia è stata un suo linguaggio muto, per lasciare sulla carta ciò che la voce non riusciva ad esprimere verbalmente.
Poesie silenziose, le sue.
Conosciamola anche attraverso una di queste:

 La mia commedia

Mi piace essere sola
coi miei pensieri.
Salgono allora
dal vuoto del tempo
le voci e i volti
di chi è rimasto
dentro al mio cuore
e fanno insieme
una commedia vera,
viva di luci,
calda di colori.
I minuti che passano
hanno gli stivali
delle sette leghe.


Nell'immagine: “Vegetazione” o “Libellule”. Olio su tela: realizzazione di Germana Bettelli.

mercoledì 16 novembre 2016

“PAGINE DI DIARIO” / 12

Da “Quel Piazzale della mia infanzia”, di Laura Bertarelli (stampato nel maggio del 2005)
Parte quinta

[...] La nonna Ida non era molto religiosa nel senso di praticante, ma la rettitudine morale, l’onestà, i buoni principi, il bene verso il prossimo erano così tanti che supplivano alle altre mancanze. Era una donna combattiva, politicamente impegnata, antifascista convinta e fino alla morte ha tenuto fede alla sua idea.
La sua mamma, che si chiamava Rosa, morì sfinita dai tanti parti e per i patimenti dovuti a una vita di fame e miseria.
Ci raccontava di quando, bambina con i suoi dieci  fratelli, il padre non lo prendevano a lavorare in campagna perché erano in troppi e per essere accettati, quando arrivava il padrone, dovevano nascondere i fratellini più piccoli nella cassa del granoturco.
Mangiavano quasi sempre polenta, qualche volta con una saracca.
Il loro padre si chiamava Filippo “Flipein”; per poter lavorare, ogni tanto partiva per la Romania con delle spedizioni di uomini che andavano ad abbattere alberi, in  seguito vendette pentolame alle case con un carrettino a mano.
Proprio per questo fu sempre schierata dalla parte dei più deboli e poveri e come poteva li aiutava.
Era stata in prima fila nelle lotte socialiste, partecipava alle riunioni antifasciste e portava nelle manifestazioni la bandiera. Fu messa in guardina per qualche giorno perché sferrò un calcio a un carabiniere che voleva bloccarla.
Una volta andò a una riunione politica con il suo papà, ormai anziano, a un certo punto intonarono l’inno fascista, gli uomini dovevano alzarsi in piedi e togliersi il cappello, lei non volle che suo padre lo facesse, infatti fu l’unico a tenerlo in testa.
Un’altra volta una squadra di fascisti andarono a prelevare un uomo, suo vicino di casa, sospettato, un socialista, per picchiarlo e dargli da bere l’olio di ricino.
Solo lei si mise davanti a loro, tra lo spavento dei familiari rintanati in casa, maledicendoli perché facevano del male a un  uomo che non aveva fatto niente a nessuno.
Era molto determinata, fu minacciata più volte, ma non fu mai nemmeno sfiorata, incuteva rispetto.
Aveva perso tre fratelli giovanissimi nella prima guerra mondiale, uno è sepolto a Redipuglia e due furono dati per dispersi, uno di questi era il padre di Ermes, il quale prima di ripartire dopo una breve licenza, esternò alla nonna che lo accompagnava il dispiacere di lasciare i suoi due figli perché sicuramente non sarebbe più tornato.
La salutò con gli occhi velati di una infinita tristezza ben consapevole che non l’avrebbe più rivista, e così purtroppo è stato. [...]

(Arrivederci alla prossima puntata)

[Nell'immagine: La nonna di Laura, Ida]

mercoledì 9 novembre 2016

CARAMELLE DALL’ARCHIVIO / 40: NAPOLEONE BEFFATO DAGLI SPILAMBERTESI


A partire dal 1796 Spilamberto diventa una municipalità del Dipartimento del Panaro, che sarà parte, più tardi, della Repubblica Cisalpina. Al potere sono i francesi di Napoleone. Questi esportano da noi gli ideali della Rivoluzione Francese: titoli e privilegi feudali sono annullati; Rangoni da marchese diventa l’ex feudatario: i possedimenti feudali, tra cui anche la Rocca, e altri diritti che portavano introiti passano alla “Nazione”. “Libertà, Uguaglianza” diventa l’intestazione di tutti i documenti ufficiali.

Ma i francesi si rivelano anche degli insaziabili predatori. Oltre ad impadronirsi di numerose opere d’arte, procedono alle cosiddette requisizioni, richiedendo continuamente, anche a Spilamberto, ogni tipo di bene: soldi, naturalmente, porci, buoi, montoni e anche coperte, paglioni e così via. Un bel salasso per la nostra economia.

L’11 ottobre 1798 l’agente dei Beni Nazionali incarica una persona “proba e onesta “ di requisire al convento delle Cappuccine di Spilamberto due botti garantite in ottimo stato. Vengono sequestrate due botti “ben turate e fermate con chiodi nei cerchi” e portate al fabbricato della concia e di qui a Modena, dove sono “poste in acqua” (cioè su barca fino a Finale, poi inviate a Mantova, città che le truppe di Napoleone stanno assediando).
Il 28 dicembre dello stesso anno l’agente dei Beni Nazionali scrive alla Municipalità di Spilamberto che le botti spedite a Mantova sono tutte “fraude” (cioè sono vecchie, schiodate e perdono liquidi). Si chiede poi il nome delle persone che le hanno garantite di ottima qualità e capaci di contenere i liquidi.

Non si conosce il finale della vicenda, ma si tratta di una beffa che Spilamberto ha rifilato a Napoleone. Ci piace pensare - ce lo dovete permettere - che quegli spilambertesi se la ridessero sotto i baffi…

[Nell'immagine: Napoleone visita Spilamberto, disegno di G. Cevolani da S. Cevolani, "Storia di Spilamberto a sonetti", Istituto Enciclopedico Settecani, 2003]

mercoledì 2 novembre 2016

CARAMELLE DALL’ARCHIVIO / 39: UNA CORONA PER I CADUTI



File di macchine parcheggiate davanti al Cimitero di via Ghiarole, viavai di persone dentro e fuori i cancelli, negozi e bancarelle di fiori presi d’assalto… difficile non accorgersi che oggi ricorre la cosiddetta “Festa dei morti”. Una commemorazione certo triste, ma che tutto sommato si inserisce in una vita quotidiana che mantiene i propri ritmi consueti.

Lo stesso non si può dire per il medesimo giorno di cent’anni esatti fa.
Il 2 novembre 1916 l’Italia sta vivendo il diciottesimo mese di guerra, e i segni dell’eccezionalità dei tempi sono visibili ovunque, anche a chi si affacci al Cimitero. L’anno precedente l’Amministrazione comunale aveva addirittura faticato a far trovare il camposanto in condizioni accettabili, dal momento che il becchino era stato richiamato sotto le armi e non si era riusciti a trovare nessuno che lo sostituisse adeguatamente.

Il 2 novembre 1916 è ancor più importante che il Cimitero sia in ordine, perché deve ospitare la commemorazione ufficiale dei «gloriosi morti Spilambertesi caduti per la patria» durante la guerra in corso.
Nei pressi delle Quattro Arie si è formato di buon’ora un imponente corteo proveniente parte dalla piazza di fronte al Municipio [attuale piazza Roma], parte dalla Chiesa di San Giovanni. La processione avanza in un rispettoso silenzio, rotto solo dalle salmodie intonate dal clero e da qualche occasionale schiamazzo dei bambini della scuola e dell’asilo posti ad aprire la processione.
Al centro del corteo, due ufficiali nelle loro divise oggi impeccabili portano verso il Cimitero una splendida corona di metallo: molti spilambertesi, pur nelle enormi difficoltà provocate dalla guerra, hanno voluto contribuire all’acquisto. La corona è seguita da un picchetto armato di soldati del 2° Artiglieria Campale, uomini sui trent’anni, provenienti da tutta Italia, in paese per addestramento prima di essere inviati al fronte.
Dietro di loro sfilano le autorità – il Sindaco e gli Assessori, insieme ai Presidenti della Società Operaia e della Cassa di Risparmio – mentre gli stendardi di Scuole, Asilo ed altre associazioni del paese si alzano verso il cielo grigio. Una grande folla chiude il corteo: tutti o quasi i presenti hanno un figlio, un fratello, un padre al fronte; decine di loro hanno già perso una persona cara a causa della guerra.

Al Cimitero i discorsi ufficiali seguono alle preghiere: parole d’occasione, in cui le giovani vite spezzate sono definite «nobili e preziose esistenze» di quanti hanno versato il proprio sangue affinché esso «sia semenza di nuovi e più grandi fatti».
A metà mattina la folla di dirada, le bandiere vengono riposte. Nel Cimitero la corona di metallo offerta ai caduti brilla al pallido sole di novembre. Saranno necessari altri due anni prima che venga posta fine all’elenco dei caduti che essa commemora.


[Le informazioni sono tratte da C. Cevolani, “Dal Panaro al Piave”, Istituto Enciclopedico Settecani, 2016]

[Nell'immagine: processione lungo via S. Giovanni; si ringrazia Roberto Vecchi per la fotografia]

mercoledì 26 ottobre 2016

NOMINA NUDA TENEMUS / 2: IL PROFUMO... OSPITALE




La ricerca del profumo che la storia di Spilamberto ha lasciato ci porta a camminare su una strada, quella che per secoli migliaia di pellegrini hanno percorso dirigendosi verso Roma o Santiago.
Molti di loro si sono fermati proprio qui, a pochi metri da dove oggi sorgono le nostre case, trovando accoglienza nell’Ospitale di San Bartolomeo. L’esistenza dell’Ospitale, recentemente riportato alla luce da una campagna di scavi archeologici, è testimoniata nella località che oggi chiamiamo San Pellegrino almeno a partire dal XII secolo.
L’Ospitale ha rappresentato per molto tempo un punto di riferimento geografico: se lo troviamo citato in un’antica carta, siamo certi che il territorio di cui si sta parlando sia quello spilambertese, sia quando il paese non c’era e il territorio non aveva un nome, sia quando l’aveva ma non di tale importanza da identificarlo.
L’importanza dell’Ospitale e la sua presenza in numerosi manoscritti sono dovute alla presenza dei monaci e al legame con l’Abbazia di Nonantola, una struttura economica che sfruttando il territorio ne arricchiva le risorse.
Un documento del 1200 ci parla della ricchezza dell’Ospitale, affermando che nella sua chiesa“ solevano starvi due monaci, con chierici e conversi, con serventi e un cavallo, e più buoi, e diversi armenti”.
Gli scavi archeologici infatti hanno messo in luce la chiesa e l’Ospitale, ampliato con l’aggiunta di un portico, due pozzi e altri ambienti destinati a stalla e a deposito attrezzi. Un nome perciò noto, anche perché era collocato su una strada importante, detta di Castiglione o francese, “strada vocata de Castiono, sive Francisca”.
Oggi i pellegrini hanno ripreso a percorrere le antiche vie, e fra questi vi sono anche alcuni spilambertesi. In paese fioriscono varie iniziative per riaprire un Ospitale e dar ricovero ai nuovi pellegrini.
S. Bartolomeo non è più che un insieme di resti, ma è un nome che il profumo della storia ci ha riportato.

[Nell'immagine: disegno di G. Cevolani, da S. Cevolani, Storia di Spilamberto, Comune di Spilamberto, 2010]


giovedì 20 ottobre 2016

ROCCA DELLE MIE BRAME / 18° : SPILAMBERTO: IL CREPUSCOLO DELLA “PICCOLA PARIGI”


Estate 1733.
I fasti della Rocca.
Eventi rilevanti aggiungevano epiteti già attribuiti a Spilamberto.
Un’enorme concentrazione di granaglie fu raccolta dal marchese Lodovico Rangoni per soccorrere i sudditi durante la stagione fredda. “Un piccol’Emporio d’Egitto” venne denominato il paese. Attenzione verso i sudditi, certamente.
Si aggiungeva però anche l’azione combinata di due elementi:  l’accoglienza principesca ed amabile dei “Signori” ereditari del “Castello”: “Donna Giovanna” e Francesco Giovanni Maria e le carezze del piacevole clima regalate dall’antica presenza del fiume Panaro.
Ed ecco che pranzi, divertimenti, giochi, cacce, passeggiate riempivano i giorni di innumerevoli ospiti notabili; a tutto si accompagnava il frenetico lavorio di domestici ed artigiani che occupavano la giornata per soddisfare le esigenze di tutti quegli invitati.
Un’atmosfera frizzante, giocosa, serena, e Spilamberto veniva così definita una “Piccola Parigi”; una nuova affascinante definizione che consolida il già formulato paragone con gli splendori e l’importanza  della “Corte del re Sole” (vedi diciassettesima puntata della rubrica “Rocca delle mie brame”).
Quando però un bambino di 12 /13 anni, un Gonzaga, imparentato con i Rangoni, morì improvvisamente nel corso del suo soggiorno in Rocca, si affacciò anche il lutto. Venne imbalsamato e inumato nella Chiesa del Carmine, oratorio che la famiglia Rangoni aveva eletto per la sepoltura dei suoi componenti.
Ai festeggiamenti spensierati si sostituirono le esequie: un’enorme quantità di messe in suffragio di quel ragazzetto, cugino della moglie del marchese Lodovico. Magnificenza, sì, ma pur sempre un lutto e per Spilamberto, quasi un presagio funesto. Come se questo fatto avesse aperto la porta per il paese e la Rocca alla decadenza: complici il destino, la natura e le scelte degli uomini.

(Arrivederci alla prossima puntata.) 

mercoledì 12 ottobre 2016

SPILAMBERTO: UNO STRAPPO NELLA MEMORIA / 8° ULISSE, LE SIRENE E... CUMULI D’OSSA


Nel suo ritorno verso Itaca Ulisse, dopo aver lasciato la maga Circe, deve affrontare il pericolo delle Sirene. Con il loro canto esse rendono passivo l’uomo che le ascolta, gli fanno smarrire l’identità, lo  spingono nel grande regno dell’oblio.
Circe aveva avvertito Ulisse prima che riprendesse il mare: “Chi senza sapere si avvicina e ascolta la voce delle sirene, non incontrerà più la moglie al suo ritorno a casa; non gli faranno festa i teneri figli; le Sirene là lo affascinano con il canto melodioso... intorno hanno cumuli di ossa di uomini imputriditi, dalla carne disfatta”. Le sirene infatti, dopo aver sedotto l’uomo con il loro canto, lo mangiano.
Tutti sappiamo cosa accade: Ulisse, protetto dalla dea della ragione, Atena, e dagli ammonimenti di Circe riesce a non soccombere, sigillando con la cera le orecchie dei compagni e facendosi legare all’albero della nave. Soltanto così riesce a passare indenne davanti all’isola maledetta, in cui le Sirene sono esiliate per avere osato sfidare nell’arte del canto le Muse, ispiratrici dei poeti e di ogni creatività umana.
Il viaggio di Ulisse è in qualche modo il viaggio del nostro Archivio (come già precedentemente accennato), ma quest’ultimo ha avuto per ora un esito diverso. I nostri avvertimenti e le nostre proteste, quelle dei 902 spilambertesi con le loro firme, avrebbero dovuto svolgere la funzione di Atena e Circe; come la cera nelle orecchie e le corde intorno al corpo, avrebbero dovuto trattenere l’Archivio sulla propria rotta. Non sono bastate, però, a sconfiggere il canto maligno e le fumose promesse della sirena seduttrice, incarnata nella Fondazione: in questo modo, 600 anni della nostra storia sono finiti a Vignola.
Ma noi continuiamo a lottare affinché l’Archivio ritorni, evitando così la perdita dell’identità del paese e il naufragio nel grande regno dell’oblio.

mercoledì 28 settembre 2016

NOMINA NUDA TENEMUS / 1: IL PROFUMO DI SPILAMBERTO


“Cosa c’è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa non perderebbe il suo profumo se avesse un altro nome”.
Così dice Giulietta a Romeo, distinguendo la persona reale di Romeo, che le parla sotto il balcone e che lei ama, dal nome che lui porta, quello di un nemico che ella odia.
I nomi che noi diamo alle cose non sono le cose stesse, sono solo concetti mentali che ci servono per comunicare. Allo stesso modo Umberto Eco nel romanzo “Il nome della rosa” sottolinea il distacco dei nomi dalle cose: “nomina nuda tenemus”, noi “possediamo (solamente) dei nudi nomi”. Il nome che diamo alla rosa, dunque, non è la rosa reale con il suo profumo.
E il profumo di Spilamberto? Quello è rimasto lo stesso al di là della vicenda dei nomi (eccoli qui!) con i quali il nostro territorio è stato identificato nel corso dei secoli; una vicenda che proveremo a seguire e ricostruire in questa rubrica, partendo da un momento precedente all’esistenza stessa del paese.
Nel 1210, quando viene fondato dai modenesi, Spilamberto infatti ha già il proprio nome, frutto di una lunga evoluzione su cui ci soffermeremo.
Ma prima della fondazione del paese, esisteva già un territorio, quello nel quale oggi viviamo. Ebbene, quel territorio, anche se probabilmente deserto e disabitato (torneremo sul problema), aveva un proprio nome, anzi, più d’uno.
“Nomina nuda tenemus”: forse non c’era niente, ma di quella Spilamberto almeno possediamo (solamente, o quasi) i nudi nomi.

[Nell'immagine: disegno di Gustavo Cevolani]

mercoledì 21 settembre 2016

CARAMELLE DALL'ARCHIVIO / 38: 1897, LA PROPOSTA DI UN ARTISTA



La statua di San Giovanni Battista, di Giuseppe Obici, affianca orgogliosamente quella del Cristo, opera di Michelangelo, nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva a Roma!
Un altro tributo romano dell’artista spilambertese.
Una copia di tale scultura, opera realizzata dallo stesso Obici, si trovava un tempo in Santa Maria degli Angioli, nel “Castello” di Spilamberto; fu poi ricollocata dove anche oggi si trova, ma lo spostamento riservava una sorpresa... e il nostro prezioso Archivio ce l’ha svelata.
La ricerca sui documenti a volte può risultare noiosa; sfogli materiale di scarso interesse, ma poi… cerchi, controlli, sbagli, riverifichi e... trovi!
Arriva la testimonianza che non immaginavi potesse capitarti fra le mani. Un colpo di fortuna che porta ciò che non ti aspettavi. E, con fascino, le pedine della scacchiera di un tempo passato si ricompongono.
1897: occorreva un supporto adeguato, di valore, per una statua così imponente; la qualità del San Giovanni lo meritava.
E chi se non un Tacconi poteva presentare la proposta? E fu proprio Eugenio che disegnò il progetto: chiare linee geometriche arricchite da grappoli decorativi di foglie e frutti si apprezzano già nella bozza.
Ma quel piedistallo che oggi sorregge la statua non è quello della ritrovata testimonianza grafica.
Non ci è dato sapere perché non fu scelta, realizzata; i documenti, per ora reperibili, non rendono chiarezza; nello stesso tempo, però, ci permettono di ammirare la creazione artistica del Tacconi, probabilmente oggetto di un “concorso” di idee, di una discussione, di una selezione.
In ogni caso ci lancia un messaggio: l’interesse della Comunità spilambertese per le opere d’arte dei propri compaesani; un esempio da seguire anche nel presente, perché  arte e cultura possono certamente rischiarare tutti i momenti bui che la vita inevitabilmente riserva a ciascuno di noi.

mercoledì 31 agosto 2016

IL VECCHIO COMUNE SI RACCONTA / 2°: PRONTI, E INFREDDOLITI, AL PROPRIO DOVERE!



In quel freddo gennaio 1561 Leonardo Castagneto, agente del marchese Rangoni, era sempre presente, assieme al cancelliere Niccolò Maria Tedeschi, alle riunioni del Consiglio della “Comunità” di Spilamberto.
La sala delle riunioni, sotto il Torrione, fu affollata cinque volte in quello stesso mese. Si richiedevano decisioni importanti, come le nomine del Massaro e del Salinaro. Un problema allora discusso nell’ordine del giorno, che presenta motivo di sorpresa per noi contemporanei, riguardava la “coltivazione del riso”. Di questa coltura, di cui ora non c’è traccia, avremo occasione di parlare, come pure delle qualifiche degli “ufficiali” eletti.
È necessario rimandare la trattazione di questi fatti perché dobbiamo soddisfare l’interesse e la curiosità di quanti attendevano la seconda “Caramella” della rubrica “Il vecchio Comune si racconta”. Infatti  era stato promesso che avremmo elencato i nomi delle persone che componevano il “Consiglio”, composto da “Consiglieri” ed “Aggiunti”, ed alcuni sperano addirittura di rintracciare propri antenati.
Ecco un primo elenco delle persone, in quello scorcio di secolo XVI:
Francesco Baeso (o Baesi), Tommaso Baldocho (Baldoco), Zoanno (Giovanni) Barbetta, Bartolomeo Beletti (o Belletti), Antonio Brizzi, Baldissera Coradini (o Corradino/i), Filippo Lolio (o Lolij o Loglio), Pirino Muradori (o Muratori), Zan (Giovanni) Muradori (o Muratori), Domenico Picigano, Galeazzo Rachello, Zan (o Giovanni) Francesco Scaramuzza, Beleo Sola, Guido Thodeschi (o Tedeschi), Alberto de Zan’ (o Zanni? o “di Giovanni”).
Buona ricerca, e, sperando che qualcuno resti soddisfatto... arrivederci alla prossima puntata!


[Nell'immagine: Sconosciuti di ieri e di oggi: un ponte storico.
Ignote le sembianze dei Consiglieri dell’antico Comune di Spilamberto.
Dai nomi dei componenti il Consiglio dei secoli passati potremo individuare i discendenti?
(Disegno realizzato da Fabiano Amadessi)]


mercoledì 3 agosto 2016

SPILAMBERTESI DA RICORDARE / 5°: DON BONDI, UNA RUVIDA PRESENZA NEL BISOGNO


In canonica una processione di gente a chiedere aiuto, consolazione  o consiglio.
Tempo di benedizioni, a Pasqua: non si metteva  sulla soglia timidamente a mormorare una preghiera, entrava in tutte le stanze, guardava perfino sotto i letti e, alla “razdóra” sull’attenti, faceva notare se c’era qualche “gatto di polvere  di troppo. Lo animava certo l’autorevolezza dell’istituzione che rappresentava, ma anche la personale convinzione del proprio ruolo “didascalico” ed educativo in quella comunità poverissima e ignorante, nella quale era giunto nel 1911. 
Se una ragazza per un qualche problema urgente di famiglia, senza preoccuparsi dell’abbigliamento, si recava da lui, « Oh ragazóla! e’l al modo ed vistir qual lè? Guèrda cuma l’é scalvèda, bróta purzèla!» la redarguiva. Qualcuna si sarebbe inalberata per molto meno, proprio perché teneva alla “reputazioun”, ma da don Bondi, e solo da lui, si accettavano parole così dure come da un padre e poi, come ad un padre, si obbediva a metà.
Egli sempre vicino a chi era in difficoltà, a chi stava male, senza essere vincolato da ideologie partitiche, perché importanti erano i principi morali.
Capitava che mettesse qualche lira sotto il cuscino delle inferme povere. Ad una donna a cui era morto il fratello regalò un libro di preghiere, la Filotea. “Ve’ quast chè t’lè da lézer à to mèdra, par aiutérla in d’al so dispiasèir”. Ella fece di più, insegnò a sua madre a leggerlo da sola, quel libro. Quando dai possedimenti della parrocchia arrivava la legna per l’inverno la scaricavano nel cortile. Lui, con la sua tonaca lisa, chiamava due ragazzi, faceva caricare il carretto e diceva a chi la dovevano portare, non certo a casa sua.
Nel racconto di coloro che l’hanno conosciuto risalta la sua attenzione agli ultimi,  la sua franchezza estrema, il  coraggio e la vita integerrima,
Per uno spilambertese tra i 50 e i 100 anni, don Bondi non è un personaggio storico, è piuttosto un mitico prozio. Stava vicino ai parrocchiani come un  parente  ruvido, un po’ ficcanaso, a cui potevi chiedere in prestito il tabarro o un aiuto per traslocare; uno di quelli che sbuffano quando si commuovono e gli atti di generosità li fanno “scontrosamente”.
Questo il personaggio nei ricordi.
Il don Bondi colto,  antifascista, scomodo prete di frontiera, lo si ritrova anche nei documenti.
Quella carità che avrebbe potuto continuare ad insegnare dottamente come virtù teologale, lui l’ha praticata fra i poveri ed ha incarnato nei rapporti con i suoi parrocchiani  gli ideali di una Chiesa che si voleva rinnovare, e alla quale avrebbe potuto offrire un contributo intellettualmente importante.
Per questo lo potremmo definire un nostro eroe, un personaggio mitico di una Spilamberto sana, pulita ed intensamente coerente con i propri ideali.

mercoledì 27 luglio 2016

ROCCA DELLE MIE BRAME / 17°: MORTE IN ROCCA: RISPONDONO LE CAMPANE


“ [...] Il Popolo di Spilamberto non fu già ingrato a così amico Signore, dando segno del suo dolore con la Campana del Pubblico, e con quelle ancora di tutte le Chiese del Castello istesso e Territorio del medesimo Spilamberto, essendo egli stato Protettore e confratello della Compagnia di S. Maria degli Angioli; questa Confraternità gli celebrò nell’Oratorio proprio e a proprie spese un sontuoso Funerale, con Messe, Uffizi, e con magnifico Catafalco [...]”.
Chi era costui: Luigi XIV, re Sole?
No, certo, ma fatte le debite proporzioni fra le vicende dei due, le somiglianze sono impressionanti. Filippo Rangoni non era il sovrano di Francia, ma il rampollo di una famiglia nobile tra le più famose d’Italia. Così pure la sua corte non era Versailles, ma la Rocca di Spilamberto.
Vivono i due e muoiono pressappoco nello stesso periodo.
Il Re Sole a 77 anni, nel 1715, si spegne nella sua camera da letto al centro del palazzo di Versailles per cancrena alle gambe, a causa della gotta di cui soffriva. Filippo muore, nel 1721, a 76 anni dopo aver sofferto di “idropisia di petto” che, diffusasi in tutto il corpo, colpì in modo particolare le gambe portandole alla necrosi.
Il padre cappuccino Gian Andrea Gregori, spilambertese, così impietosamente ci descrive la sua fine: “ [...] Filippo Rangoni, [...] munito di tutti gli SS. Sacramenti, [...]  passò all’altra vita [...] dopo d’essere stato aggravato da idropisia di petto per lo spazio di più di 3 mesi; la quale diffondendosi a poco a poco per tutto il corpo, e particolarmente nelle gambe, ben presto già quell’umore mordace gliele aveva tutte guaste ed affatto corrose. Tale acrimonia d’umore (aggressività della malattia) lo pose in tale necessità, che non potendo giacere disteso nel letto, lo sforzò a starsene coricato giorno e notte in uno sediglione d’appoggio, dal quale gli grondava del continuo copiosa marzia (marcio, pus) e putredine, che in questa guisa lo condusse ad esalare gli ultimi fiati di vita. [...]”.
Una fine non invidiabile se si pensa che una vita finalizzata al rafforzamento del potere e all’accrescimento delle ricchezze finisce raccolta in quel “sediglione”.
Inoltre, se Luigi XIV fu sepolto in Saint Denis, insieme ad altri potenti, Filippo Rangoni venne trasportato nella chiesa di San Vincenzo di Modena, che in seguito ospiterà la Cappella funebre dei Duchi Estensi.
Ecco allora che il suono delle campane ci richiama queste vite e morti parallele, spingendoci audacemente ad immaginare le Reggia di Versailles che sfuma e si trasforma nella Rocca dell’antico “Castello” di Spilamberto.

(I brani in corsivo sono tratti, con minime modifiche per una maggior comprensione, dalla pubblicazione “Una cronaca settecentesca”, a cura di Criseide Sassatelli, ed. Comune di Spilamberto 2006.)

[Nell'immagine: i tre campanili che ancora oggi spiccano nel cielo di Spilamberto – fotografia da raccolta privata.]

mercoledì 13 luglio 2016

IL VECCHIO COMUNE SI RACCONTA / 1°: UN CONSIGLIO NELLA TEMPESTA


La sala della “Consigliera” al piano terra del Torrione era affollata. Anche in quel gelido 10 gennaio 1561 le persone che componevano il “Consiglio della Comunità” erano accorse al suono della campana: venivano chiamate ad assumere importanti decisioni per gli abitanti del “Castello”. Pure quella volta si sarebbe votato utilizzando fave bianche per approvare e nere per esprimere voto contrario. La discussione riguardava l’assunzione per due anni del medico del “Castello”. Il marchese Rangoni, che anche da lontano vigilava sulle loro decisioni o personalmente o con un suo delegato, aveva proposto una persona di sua fiducia: Geminiano Biancolino.
Non sempre però il Consiglio accettava supinamente le idee del Marchese. Il Comune di Spilamberto aveva possibilità di discutere ed anche disapprovare le decisioni del “Signore”; erano, questi, particolari privilegi che non tutti gli altri Comuni avevano potuto mantenere. Gli incontri venivano di solito verbalizzate su fogli volanti, “squarzetti”.
La tempesta di neve che infuriava all’esterno, e imbiancava il “Castello”, quella giornata fu la testimone di un evento: per la prima volta il Cancelliere della “Comunità”, Nicolò Maria Tedeschi, diede inizio alla registrazione ufficiale delle riunioni, non più in brutte copie.
La ricca produzione di fonti scritte, vanto oggi dell’Archivio del Comune di Spilamberto, riceveva il proprio impulso dalle prerogative difese con costanza dalla “Comunità”.
Quei documenti, con diligenza redatti, continuano a parlarci, a ricordare, e a farci conoscere perfino i nomi di quei Consiglieri, sicuramente un po’ infreddoliti, ma fieri del loro compito e costanti nel loro operato.
(Nelle successive puntate riporteremo vari nomi di questi personaggi, per offrire ai lettori l’opportunità di ricostruire le radici spilambertesi dei propri antenati. Quindi... arrivederci a presto!)

Nell'immagine: al centro – tra arco ed entrata del Torrione – la porta di accesso all’antica “Consigliera”, stanza ove si riuniva il “Consiglio della Comunità” già nel lontano sec. XVI. Oggi ingresso ad una delle sale espositive allestite dal “Gruppo naturalisti” di Spilamberto.

mercoledì 6 luglio 2016

SPILAMBERTESI DA RICORDARE / 4°: CORRADO FOCHETTI (“la Foca”)


Corrado si racconta

Il mio nome all’anagrafe è Giorgio, mentre nell’atto di Battesimo è Corrado. Fin da piccolo, però, tutti mi hanno chiamato Corrado.
Credo di avere sempre avuto la passione per la pittura. Ricordo che fin dalle elementari disegnavo continuamente; per me disegnare era quasi un bisogno fisico. Purtroppo di quegli anni non ho conservato nessun disegno.
Nel 1958, attorno ai quindici anni, cominciai a lavorare. Era un lavoro che comportava molte ore libere in città e così affittai un sottotetto a Modena, in via Sant’Eufemia, ove, per molti anni, trascorsi le ore di sosta dipingendo, mentre nei giorni di riposo visitavo spesso mostre o musei.
A dipingere quadri ho iniziato, più o meno, in quegli anni. A quell’epoca ero anche appassionato di calcio, che praticavo con discreti risultati, ma la mia passione per la pittura ebbe il sopravvento su tutto il resto. Comunque, anche se autodidatta, ho sempre fatto il possibile per capire i segreti della tecnica pittorica, ho studiato e mi sono documentato su tutto ciò che non riuscivo a capire.
A Bologna conobbi il prof. Pozzati, in arte “Sebo”, pittore ed anche affermato creatore di immagini pubblicitarie. Pozzati, che frequentai per anni, mi aiutò a migliorare la tecnica della pittura partendo dal disegno a matita. In quegli anni frequentai anche il Prof. Battigelli, pure di Bologna, che mi diede preziosi consigli nella lettura delle nature morte, soprattutto in relazione alla capacità di individuare pieni, vuoti, luci, ombre.
Ho fatto parecchie mostre, ma sempre nell’ambito locale, Modena, Bologna e provincia. Ricordo la prima, organizzata nell’allora Sala Consiliare del Comune di Spilamberto, nel 1964. Contrariamente ad ogni previsione, ebbe un enorme successo e vendetti tutti i quadri tranne uno. Ma ciò che ricordo con più piacere di quella mostra è la grande partecipazione che ci fu attorno ad essa.
Ripenso anche a quella organizzata al “Real Fini”, nel 1968, che allargò un po’ la sfera dei miei conoscitori e diede inizio ad un periodo abbastanza felice, nel quale ebbi modo di vendere moltissimi quadri. Tuttavia non ho mai avuto legami con galleristi, e questo atteggiamento ha condizionato la mia vita, e non solo dal lato artistico. Un pittore dovrebbe farsi vedere, dovrebbe proporsi per ottenere qualche risultato, ma ciò mi è stato impossibile a causa del mio modo di essere, troppo chiuso e riservato. Ho conosciuto pochissimi critici d’arte, e ricordo: Umberto Zaccaria, che molti anni fa recensì una mia mostra; un collega pittore e critico di Castelfranco, il professor Celestino Simonini, che scrisse la recensione di alcune mie mostre.
Ferruccio Veronesi, del Resto del Carlino, è forse l’unico che si è interessato in modo continuativo al mio lavoro ed ha presenziato a molte delle mie mostre e mi ha dedicato anche qualche articolo.
Nel 1972 decisi di lasciare il lavoro per dare inizio alla mia avventura di pittore. Un’avventura contrassegnata non solo da successi ma anche da difficoltà, l’incapacità di dialogare con i galleristi, cui accennavo prima, che ha limitato la possibilità di far conoscere e, di conseguenza, di vendere tanti miei quadri. Anche il vizio di bere non mi ha giovato. Ho continuato così, in una alternanza fra periodi decisamente positivi ed altri meno, fino a pochi anni fa, quando ho chiuso col bere. Ora continuo a lavorare e a vivere solo, in questo appartamento dove abitavo da ragazzo coi miei genitori e mia sorella. L’estro creativo c’è ancora ma, a causa della mia salute non tanto buona, dipingo meno che in passato.
Non so se vi siano o no quadri di altri pittori somiglianti ai miei: nel dipingere ho sempre cercato di servire al meglio la mia sensibilità artistica che, forse, è originale. Circa la capacità di cambiare, credo che l’opinione corrente sia corretta: la mia passione per l’arte mi ha portato a una continua ricerca che ha dato luogo a cambiamenti radicali (la stagione delle zucche, seguita dalla stagione dei puntini, poi da quella dei nudi femminili stilizzati dal sapore surreale: n. d. r.).
Dal 1999 in poi i miei quadri si potrebbero definire degli insiemi di figure che si amalgamano e si compenetrano fra loro in modo da formare, spesso, una nuova figura al limite del surreale.
La mia strada l’ho scelta coscientemente e, se non si è rivelata la migliore, la responsabilità è solo mia. Perciò niente rimpianti.


(Sintesi di un’intervista realizzata da Luigi Barozzi e riportata nella rivista “Fatti vostri”, n. 7, settembre 2006; per ulteriori informazioni e realizzazioni artistiche di Corrado Fochetti vedi sito “spilambertonline.it” “Elenco artisti contemporanei spilambertesi”.)

(Nell'immagine: targa commemorativa di Corrado Fochetti per la dedicazione dello slargo prospiciente via San Giovanni, lato est; inaugurazione 23 settembre 2011)