mercoledì 18 ottobre 2017

IL GIGANTE SPINALAMBERTO “BERTO PER GLI AMICI” / 2 (prima parte)

Le storie del “doppio”:
“Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”,
raccontato da Giulia Lorenzoni
(prima parte).


(Disegno di Fabiano Amadessi)


A Berto quel giorno prudeva un orecchio. Continuava a grattarsi fuori e dentro come non capisse bene da che parte arrivava il solletico. I bambini lo guardavano senza sapere se ridere o rimanere  seri  fino a quando un temerario disse:
 «Ma Berto! Hai i peli sulle orecchie!».
A quel punto tutti si sentirono autorizzati a far smorfie di divertito disgusto. Berto cominciò allora ad accarezzarsi il lobo, come tranquillizzato dalla natura di quel fastidio.
 «Be’» disse, facendo ciondolare la testa «del resto discendiamo dalle scimmie che sono piene di peli». Fece una risata e prese a fissare nel vuoto cercando nella memoria. «Sapete, un tempo facevo il giardiniere per un famoso dottore, una persona per bene, tanto stimata da tutti, molto gentile. Si chiamava Jekyll e aveva una casa con un giardino, dove lavoravo io, e un laboratorio. A tutti noi domestici era vietato entrare nello studio dello scienziato finché un giorno venimmo informati che un collega del dottor Jekyll, il signor Hyde, avrebbe avuto libero accesso all’intera abitazione, compreso il laboratorio segreto. Una mattina, ci vennero a dire che la notte precedente una bambina era stata trovata nel vicolo picchiata a morte con straordinaria violenza. Il dottor Jekyll si mise le mani al volto, e uscì dalla stanza. Era un uomo molto, molto sensibile».
I bambini ora ascoltavano Berto senza più pensare ai peli.
«Da quel giorno in poi, il dottor Jekyll cominciò a passare sempre più tempo nel laboratorio, tanto che alle volte non lo vedevamo rientrare nemmeno la sera. Si notava solo una luce che rimaneva accesa nel buio dell’edificio. Ero molto preoccupato per il dottore tanto che una notte mi avvicinai alla finestra. Vidi una figura più piccola e curva di Jekyll che si aggirava da un tavolo all’altro trascinando i piedi come se le gambe fossero rigide. Si sentiva un sibilo strano come di qualcuno che fatica a respirare. Sentii un brivido lungo la schiena e me ne andai. Che quella figura fosse il misterioso signor Hyde? ». Berto ricominciò a grattarsi l’orecchio.
«Il giorno dopo, mentre portavo rami secchi nella spazzatura dietro casa, trovai un cane sgozzato sul marciapiedi».
«Ma chi lo aveva ucciso? », interruppe un bambino.
«In realtà non lo scoprimmo mai, ma vi posso assicurare che non era certo stato un uomo perché sul collo dell’animale c’erano i segni evidenti di denti aguzzi come quelli di una belva».
I bambini stavano in silenzio e i peli di Berto sembravano luccicare al sole.
«Seppellimmo il cane in giardino, davanti allo sguardo addolorato del dottore. Per una settimana la porta del laboratorio rimase sempre chiusa, poi un giorno, mentre innaffiavo le rose, il dottore si avvicinò. Il suo sguardo era magro e la sua voce un sussurro faticoso. Mi chiese se avessi mai provato tanta rabbia da voler uccidere qualcuno. E se avessi potuto farlo impunemente, lo avrei mai fatto?».
Berto si spulciò i peli dell’orecchio e rimase in silenzio per qualche secondo prima di ricominciare a raccontare.
«Mi disse, “vedi Berto, la rabbia è come la marea: prima o poi sale. E contro l’acqua non si può nulla”, e se ne andò sospirando».
Lo sguardo dei bambini si fece basso.
«Una notte, all’improvviso [...]

Arrivederci alla prossima settimana per la seconda parte.

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