mercoledì 28 settembre 2016

NOMINA NUDA TENEMUS / 1: IL PROFUMO DI SPILAMBERTO


“Cosa c’è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa non perderebbe il suo profumo se avesse un altro nome”.
Così dice Giulietta a Romeo, distinguendo la persona reale di Romeo, che le parla sotto il balcone e che lei ama, dal nome che lui porta, quello di un nemico che ella odia.
I nomi che noi diamo alle cose non sono le cose stesse, sono solo concetti mentali che ci servono per comunicare. Allo stesso modo Umberto Eco nel romanzo “Il nome della rosa” sottolinea il distacco dei nomi dalle cose: “nomina nuda tenemus”, noi “possediamo (solamente) dei nudi nomi”. Il nome che diamo alla rosa, dunque, non è la rosa reale con il suo profumo.
E il profumo di Spilamberto? Quello è rimasto lo stesso al di là della vicenda dei nomi (eccoli qui!) con i quali il nostro territorio è stato identificato nel corso dei secoli; una vicenda che proveremo a seguire e ricostruire in questa rubrica, partendo da un momento precedente all’esistenza stessa del paese.
Nel 1210, quando viene fondato dai modenesi, Spilamberto infatti ha già il proprio nome, frutto di una lunga evoluzione su cui ci soffermeremo.
Ma prima della fondazione del paese, esisteva già un territorio, quello nel quale oggi viviamo. Ebbene, quel territorio, anche se probabilmente deserto e disabitato (torneremo sul problema), aveva un proprio nome, anzi, più d’uno.
“Nomina nuda tenemus”: forse non c’era niente, ma di quella Spilamberto almeno possediamo (solamente, o quasi) i nudi nomi.

[Nell'immagine: disegno di Gustavo Cevolani]

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