mercoledì 27 giugno 2018

ROCCA DELLE MIE BRAME / 25

Le smanie per la villeggiatura



(Torre orientale della Rocca prospiciente il “zardinum”,
ove era collocata l’antica “Sala del Belvedere”.)


Bauli fatti e disfatti, servi indaffarati, nervosismi sbuffanti, carri stipati di mobilie, sicuramente una spazzola, un corsetto, un gioiello dimenticati, rumore di carrozze e finalmente l’arrivo in Rocca.
L’antico “vago” Palazzo, tornato ai Rangoni nel 1812, conservava ancora, passata l’ondata napoleonica, l’eco delle settecentesche e goldoniane “smanie per la villeggiatura”.
Spilamberto, ricca della nota “aria salubre” e della distinta accoglienza dei suoi “Signori”, anche se in tono minore continuava ad accogliere ospiti.
Come in altre regioni, i nobili avevano da tempo rivalutato l’ambiente agricolo per i possibili agi che offrivano le “Ville”, arricchite e ristrutturate. E la Rocca, che non era più la costante residenza dei nobili proprietari, tuttavia continuava ad offrire possibilità di piacevoli e rigeneranti soggiorni.
Tempi prolungati per gli ospiti, accolti negli svaghi; l’antica “Sala del belvedere”, nell’orientale Torre centrale, arredata con numerosi tavoli da gioco, ormai fulcro della “Villeggiatura”; una campanella all’esterno per chiamare ai pranzi ed alle cene dopo passeggiate ed approcci chiacchieraticci nel “zardinum”, nel parco alberato, ricco di piante da frutto, di prati, di fiori, raccolti da geometriche siepi; salici, pioppi. Ma qualcuno si tratteneva ancora nel camminamento esterno di quella “Sala” così frequentata: le acque del Panaro, pur se lontane, cullavano approcci amorosi che non si volevano interrompere.
Le linee architettoniche e l’infilata di stanze che nel Settecento avevano già accolto tanti personaggi, spesso importanti, non mostravano novità; soltanto interventi murari di mantenimento, rifacimento di intonaci colorati per suggestioni prospettiche; “camerini”, percorsi da servitori, collegavano quegli ambienti che esigevano un po’ di riservatezza. Un’ospitale dignità occorreva ancora.
È la quieta agonia di un mondo feudale che ancora sussulta nonostante gli attacchi delle nuove idee di libertà ed uguaglianza. Un’eredità di gesti, di usi, di linguaggi che stenta a morire.
Poco tempo ancora e uno strappo definitivo avrebbe spezzato la continuità con il secolare passato.

Nessun commento:

Posta un commento