mercoledì 20 settembre 2017

PAGINE DI DIARIO / 20

Da “Quel Piazzale della mia infanzia”, di Laura Bertarelli (stampato nel maggio del 2005).

Renato Bertarelli - papà di Laura - durante il servizio militare in Somalia, 1935


Parte ottava

[...] All’epoca della giovinezza dei nonni e della fanciullezza dei miei genitori, le sere d’inverno, coloro che abitavano in campagna si riunivano nelle stalle  “a vag”.
Gli uomini giocavano a carte o  aggiustavano gli attrezzi , le donne rammendavano, rattoppavano o sferruzzavano le calze o le maglie, tutto questo dopo aver lavorato, molte ore del giorno, in campagna e in casa.
C’era chi raccontava delle storie fantasiose ai bambini e tutto si svolgeva al chiarore delle lumiere a petrolio perché la luce elettrica non esisteva.
Quando la mia mamma era giovane ed abitava ancora nella casa di via S. Maria, usava che gruppetti di giovanotti con chitarra, fisarmonica, violino o mandolino, facessero le serenate alle ragazze, solitamente di sabato sera.
Suonavano e cantavano così bene che molte persone si affacciavano alle finestre per ascoltarli. I suonatori  e cantanti, tutti Spilambertesi, erano: Morselli Luigi detto Gigiulein, Bruzzi Primo, Ferruccio Giugni, Bonettini Adriano e Attilio Rosi.
Un tempo, nei giorni festivi o per le varie feste di paese, si passeggiava su e giù dalla Rocca al Torrione per tutto il pomeriggio, oltrepassarlo non era conveniente.
I miei genitori si conobbero così, un’occhiata furtiva, si piacquero, si incontrarono e si innamorarono.
Mio padre era un bell’uomo dal portamento distinto ed elegante, mia madre era altrettanto bella, alta e insieme formavano una bella coppia.
Si sposarono il dodici  ottobre del 1939, di mattino presto, con una cerimonia semplice.
Officiava il matrimonio il sacerdote Don Attilio Bondi, molto amato dalla gente del paese, non fecero festeggiamenti, con disappunto della nonna Ida, perché dopo pochi giorni lo sposo dovette partire per la guerra. Andarono in viaggio di nozze a Bologna.
Mio padre ritornò a casa nei primi mesi del 1940; di nuovo richiamato, ripartì che mia madre mi aspettava e lo rivide solo nella primavera del 1946.
Per poco non fu mandata al confino; coloro che dimostravano più o meno apertamente di non condividere le idee del regime correvano questo rischio. Essa rispose per le rime a tre individui ( li chiamerò così perché non sono degni di essere chiamati uomini) i quali, davanti al suo negozio, parlavano della guerra per la quale erano molto favorevoli, ma secondo il loro “ autorevole” parere dovevano farla gli operai non gli impiegati. Mia madre, che aspettava me e aveva già il marito in Libia, senza sapere se lo avrebbe più rivisto, rispose loro che si dovevano vergognare e che sarebbe stato meglio se la guerra non ci fosse stata.
All’età di tre anni, poiché ero una bambina gracile per i postumi di una brutta pertosse, io e la mamma ci trasferimmo per un certo periodo a Castelvetro dai nonni paterni.
C’era la guerra e si pensava che là fossimo più protette dalle bombe perché, vicino alla fornace, avevano costruito un rifugio sotterraneo ritenuto sicuro.
Di quel periodo ricordo poco, solo qualche lampo di bengala, che rischiarava la notte, quando entravamo nel rifugio antibombe [...]. Anche la nonna e la zia sfollarono in campagna.
La mia mamma, un giorno, corse un grave pericolo; mentre tornava a Castelvetro da Spilamberto in bicicletta, qualcosa dentro di sé la fece fermare. Stava ferma da pochi minuti sul ciglio della strada, quando la raggiunse un signore che le intimò di buttarsi subito a terra.  Senza che nulla lo lasciasse presagire, un attimo dopo si sentì un aereo che bombardava il ponte di Castelvetro che era a pochissima distanza. Una raffica di schegge passò sopra di loro, se non si fosse fermata avrebbe rischiato la vita. Si ricordò in quel momento suo padre, morto da poco, che in un sogno le aveva pronosticato molte paure, ma a loro non sarebbe successo niente di male.
Un’altra volta durante un bombardamento al ponte di Spilamberto una scheggia infuocata entrò da un angolo della finestra della cucina attraverso le persiane socchiuse. Per  fortuna, in quel momento non c’era nessuno e non fece danni.
La nonna Bruna, come tante mamme di quel periodo, aveva visto partire il suo unico figlio per una guerra che, come tutte le guerre, non lasciava presagire nulla di buono e teneva il dispiacere nel suo cuore. Lei mi disse che si emozionò tantissimo ascoltando la canzone “Mamma”, un grande successo di Beniamino Gigli, che a quel tempo commosse tutta l’Italia.
Quando mio padre era in Africa e non si avevano sue notizie, mio nonno, con ottimismo, rassicurava mia madre che piangeva, ha sempre sperato che suo figlio tornasse sano e salvo alla sua famiglia. Prima di partire gli donò un santino di S. Rita con scritto queste testuali parole: “ Tienilo presso di te che speriamo ti aiuti”.
Di quel santino che portò a casa, ingiallito dal tempo, ne ho fatto un quadretto. [...]

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