mercoledì 7 febbraio 2018

CARAMELLE DALL’ARCHIVIO / 48

Spilamberto 1917: 
artiglieri contro lanzichenecchi


(Nella foto: reduci di Caporetto a Spilamberto.
La bambina insieme a loro è la spilambertese Isabella Costanzini)


“Ghigni di banditi, elmetti, stracci, parolacce, bestemmie, teste sanguinanti, furti e furtarelli nei negozi e nelle strade, estorsioni nelle case dei contadini, licenziosità, proclamazioni di nuove fughe davanti al nemico, questo è quanto si vede e si sente da due giorni e due notti dalla popolazione onesta e dalla popolazione equivoca di Spilamberto…-domandiamo ci siano risparmiati l’onta e il danno di simile degradante spettacolo prodotto dal frammischiamento della peggior canaglia agli sbandati onesti, i quali sono in maggioranza e subiscono con ribrezzo il contatto dei ribaldi. Il paese onesto si conforta della presenza di 900 artiglieri che qui si istruiscono, che tengono ottima condotta che sono onesti e vedrebbero con gran dolore il loro (minacciato) allontanamento per cedere il posto ai nuovi lanzichenecchi. Ci si raccomanda a V. S. Ill.ma affinché la partenza dei simpatici artiglieri sia scongiurata e sia pure scongiurata la venuta dei nuovi ribaldi.”

Così scrive il 18 novembre 1917 il sindaco Pallotti al deputato modenese Antonio Vicini.

Tra l’ottobre e il novembre 1917 l’esercito italiano ha subito la cosiddetta rotta di Caporetto. Gli austriaci e truppe scelte tedesche hanno sfondato il fronte e sono state fermate solo sul fiume Piave. Tantissime persone sono fuggite dai territori occupati e si sono riversate a sud: così Spilamberto è diventato “territorio in stato di guerra” e nel novembre 1917 ospita già oltre 70 persone. Nella nostra provincia sono allestiti diversi campi per i soldati sbandati; si ha notizia che a Spilamberto vi sia anche una infermeria reggimentale e una speciale.

L’allarme che appare dal documento del sindaco rivela la situazione del paese “ormai al limite della sopravvivenza: il pane e la farina sono razionati, manca il latte anche per gli ammalati, e nello stesso novembre anche la carne diventa insufficiente.” Gli accenni ripetuti del sindaco a mancanza di disciplina nel paese e la possibilità di nuove fughe davanti al nemico fanno temere che si possa cadere nell’anarchia. Così i soldati d’artiglieria già presenti in paese diventano “baldi, vivaci e robusti giovani” proprio perché assicurano un minimo di protezione, mentre gli altri sono “i nuovi lanzichenecchi”. Inoltre, poiché una disposizione del Comando prevede che il Comune alloggi gli ufficiali per i primi tre giorni, ecco che il sindaco lamenta il continuo ricambio delle persone, l’impossibilità di stabilire i tre giorni spettanti al Comune, quindi la sostenibilità della spesa. Dai documenti dell’Archivio apprendiamo che Vittorio Barozzi ha uno “stallo” occupato prima da 25 cavalli del Distaccamento, poi dagli sbandati. Altre persone toccate da disagi sono Enea Zacchieri e Giovanni Fabriani per citarne solo qualcuno. I cittadini lamentano lo sporco provocato dalla presenza dei cavalli, mentre i soldati nei poderi “si permettono di salire sulle piante da frutto per farne bottino”.

Insomma, l’idea è quella di un’invasione caotica di Spilamberto, uno sconvolgimento della vita dei suoi abitanti, e non era la prima volta. Questo è il tributo che il paese ha dato alla guerra, oltre a quello dei suoi morti al fronte.


[L’immagine e le informazioni sono tratte da C. Cevolani, Dal Panaro al Piave, Istituto Enciclopedico Settecani, 2016].

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